Sonora sconfitta della destra venezuelana nel referendum
Chavez riconfermato presidente
Ai seggi il 73% dell'elettorato. Alle presidenziali del Duemila si recò ai seggi solo il 56,31%
Il presidente del Venezuela non è né marxista né vuol fare la rivoluzione
La mattina del 16 agosto il presidente del Consiglio nazionale elettorale venezuelano annunciava che dopo lo scrutinio del 94,5% dei voti il No al referendum per la revoca del mandato al presidente Hugo Chavez Frias aveva ottenuto il 58,25% dei suffragi contro il 41,74 dei Sì: in numeri assoluti quasi 5 milioni contro poco più di 3,5 milioni. Era la proclamazione ufficiosa della riconferma di Chavez nel referendum voluto dall'opposizione unita nella Coordinadora democratica, la coalizione dei partiti socialdemocratico e socialcristiano, appoggiata dalla Federcameras, la Confindustria venezuelana, dai vertici della Chiesa locale e dall'imperialismo americano; i due partiti che si erano spartiti il potere fino alla vittoria di Chavez nelle presidenziali del 1998.
Il risultato del referendum rappresenta una nuova sonora sconfitta della destra venezuelana, e del padrino Usa, che già aveva tentato l'assalto al palazzo presidenziale di Miraflores con il fallito golpe dell'aprile 2002 e cercato di mandare in crisi il governo di Caracas con la serrata di tre mesi dell'industria petrolifera alla fine dello stesso anno. Alla Casa Bianca non va giù fra le altre l'opposizione del Venezuela alla realizzazione dell'Alca, l'area di libero commercio delle Americhe sotto il dominio degli Usa; la promozione in alternativa delle alleanze regionali come in Mercosur, la rottura dell'isolamento di Cuba, l'opposizione al Plan Colombia.
La destra venezuelana sconfitta nel tentativo militare del 2002 dalle manifestazioni di piazza che avevano costretto l'ex dirigente di Federcameras a sloggiare dopo due giorni dalla poltrona presidenziale occupata a Miraflores e nel successivo tentativo di bloccare l'economia del paese, strettamente dipendente dalle esportazioni petrolifere dato che il Venezuela è l'ottavo produttore del mondo e al quinto posto fra gli esportatori, aveva concentrato il nuovo attacco a Chavez ricorrendo alla norma costituzionale che prevede la possibilità di un referendum per far dimettere il presidente in carica.
Il lungo braccio di ferro tra il governo di Caracas e la Coordinadora democratica si era concluso con la nomina di rappresentanti dei due schieramenti nel Consiglio nazionale elettorale e la convocazione del referendum per il 15 agosto scorso. Il Centro Carter, dell'ex presidente americano, e l'Organizzazione degli stati americani (Osa) hanno assistito come osservatori per monitorare la regolarità del voto.
La campagna elettorale ha visto grandi manifestazioni dei sostenitori di Chavez rispondere alla propaganda contraria al presidente della totalità delle televisioni private. Il 15 agosto fin dalle prime ore del mattino si sono formate lunghe file ai seggi, in particolare dei quartieri popolari dove molti hanno atteso anche diverse ore prima di votare. Era il segnale che la sfida referendaria lanciata dalla destra al presidente era stata raccolta dalla maggior parte dell'elettorato. Nella giornata ha votato il 73% dei circa 14 milioni di aventi diritto, un dato nettamente superiore al 56,31 delle precedenti presidenziali del 2000. La vittoria di Chavez sui voti validi è stata netta.
Lo hanno certificato il Consiglio nazionale elettorale e gli osservatori le cui dichiarazioni hanno immediatamente smentito le accuse di brogli lanciate dai portavoce della Coordinadora che tra l'altro già nel pomeriggio del 15 agosto, a urne ancora aperte, diffondevano dati sulla presunta vittoria del Sì. Nel vuoto cadevano gli appelli della destra dalle televisioni private a manifestazioni di piazza contro il risultato del voto. Per le strade di Caracas festeggiavano invece i sostenitori di Chavez.
Con un imbarazzato ritardo l'imperialismo americano riconosceva l'esito del voto; un portavoce del dipartimento di stato solo il 17 agosto riconosceva la vittoria di Chavez annunciata dal comunicato del Consiglio nazionale venezuelano. Poco prima anche la presidentessa di Federcameras prendeva atto del risultato del voto e sottolineava che "gli imprenditori vogliono stabilità e un rapporto franco col governo per rilanciare l'economia".
Una risposta diretta alle prime dichiarazioni di Chavez dopo la vittoria referendaria. Il presidente dalla finestra del palazzo Miraflores aveva affermato che avrebbe garantito "la stabilità del Venezuela, quinto esportatore al mondo di greggio", rassicurando i mercati finanziari e l'impegno a garantire la stabilità del costo del petrolio. Un discorso apprezzato anche dalla Casa Bianca che pure ha tentato di toglierlo di mezzo. D'altra parte negli ultimi tre anni, pur sotto assedio, non ha mancato di onorare i contratti col mercato nordamericano e in particolare con gli Usa, il cui 15% delle importazioni è coperto dal Venezuela, mentre non ha intralciato la cinquantennale presenza nel paese delle multinazionali petrolifere americane.
Chavez ha ricordato che "abbiamo resistito a un colpo di stato, a piani terroristici, a tentativi di destabilizzazione economica e alla minaccia di interventi internazionali. Nonostante ciò il popolo ha difeso il rispetto della Costituzione" e ha invitato anche l'opposizione sconfitta a dare un contributo al rilancio del paese applicando la politica governativa che lui chiama "la rivoluzione bolivariana".
In una recente intervista aveva voluto ricordare che "non credo ai dogmi della rivoluzione marxista. Non penso affatto che stiamo vivendo in un'epoca di rivoluzioni proletarie. Tutto questo deve essere ripensato. (...) Stiamo andando verso l'abolizione della proprietà privata e della società di classe in Venezuela? Non credo". Infatti si è conquistato il consenso della parte più povera della popolazione con la redistribuzione di una parte delle terre ai contadini e la destinazione di una parte dei proventi del petrolio per istruire e curare i poveri, con strutture parallele a quelle statali inefficienti ma che non sono state toccate. In alcuni quartieri della capitale ha promosso la creazione di comitati ai quali è affidata la scelta delle priorità da realizzare con i fondi dei progetti sociali finanziati dal governo. Una politica indicata come modello di "democrazia partecipativa" che al massimo arriva appunto all'obiettivo di Chavez, quello di una "redistribuzione della ricchezza nella società". Un progetto ancora da sviluppare appieno dato che, come conferma la stesso presidente, "le nostre classi agiate non pagano nemmeno le tasse".

1 settembre 2004