La rinascita del militarismo giapponese

Uno degli avvenimenti più importanti del periodo postbellico fu la ratifica della nuova Costituzione avvenuta il 3 novembre 1946 (entrata in vigore il 3 maggio 1947). Un fenomeno nuovo nel campo del diritto pubblico borghese fu la dichiarazione che compariva nell'articolo 9 della costituzione: "Aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull'ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione, e alla minaccia o all'uso della forza come mezzo per risolvere le contese internazionali. Allo scopo di realizzare il fine di cui al paragrafo precedente, non saranno mai mantenute forze armate terrestri, marittime ed aeree, come pure un potenziale bellico di altro genere. Il diritto di belligeranza dello stato non sarà riconosciuto''. L'esercito era stato sciolto, la legalità e la difesa interna del paese nipponico erano assicurate praticamente dalle forze statunitensi, una estremizzazione degli accordi di Potsdam del '45 tra Usa, Gran Bretagna e Unione Sovietica. L'8 luglio 1950 in una lettera al primo ministro Yoshida il generale MacArthur, comandante delle truppe Usa del Pacifico, chiedeva l'istituzione di un corpo di riserva della polizia di 75 mila uomini e l'aumento dell'organico della polizia marittima fino a 8 mila unità. Il 10 agosto dello stesso anno il governo di Tokio, scavalcando il parlamento, istituiva per decreto il corpo di polizia di riserva. Formalmente si trattava unicamente di rafforzare le forze di polizia all'interno del Paese, misura resa necessaria dal trasferimento di una parte considerevole delle truppe americane di occupazione dal Giappone alla Corea dove era iniziata la guerra di aggressione da parte degli Usa sotto la criminale copertura dell'Onu. Tuttavia, per struttura ed equipaggiamento, il corpo di polizia si presentava come un corpo militare vero e proprio, l'embrione di un futuro esercito giapponese. La maggior parte dei posti di comando erano occupati da ex ufficiali già facenti parte del disciolto esercito. Nel Consiglio alleato per il Giappone e nella Commissione per l'Estremo Oriente, i rappresentanti dell'Urss protestarono risolutamente contro la rinascita delle forze armate giapponesi. La protesta incontrò la piena approvazione dell'opinione pubblica democratica del Giappone.
Nel 1952 con l'entrata in vigore del Trattato di San Francisco, che sanciva l'utilizzo del Giappone quale base militare Usa in funzione anticinese e antisovietica, furono promulgate le leggi sulla riorganizzazione del corpo di riserva della polizia e sull'istituzione di una Direzione per la sicurezza. Con la prima veniva creato il corpo delle "forze di sicurezza'' con un organico di 110 mila unità. Con la seconda si stabiliva che la nuova direzione sarebbe stata alle dirette dipendenze del primo ministro e che il suo dirigente avrebbe avuto il rango di ministro di Stato. Un altro passo verso la rimilitarizzazione fu compiuto nel luglio 1954 allorché il governo riuscì a far approvare, sempre con l'appoggio degli Usa, una legge che trasformava la Direzione della sicurezza in Direzione della difesa e le "forze di sicurezza'' in "forze di autodifesa'' con un organico di 152 mila uomini. Il tutto in spregio dei dettami costituzionali.
Il 19 gennaio 1960 fu sottoscritto tra Usa e Giappone il "Trattato di mutua collaborazione e garanzia della sicurezza'' che confermava il diritto degli Usa di mantenere proprie truppe sul territorio giapponese e ribadiva l'obbligo del Giappone di aumentare il suo potenziale bellico.
Nel 1962 la consistenza numerica autorizzata delle forze armate era salita a 243.923 uomini; nello stesso periodo l'esercito era giunto a disporre di tredici divisioni (145.000 uomini), la marina di 469 vascelli e l'aviazione di 1100 velivoli. Alla fine del 1969 il Giappone fabbricava il 97% del proprio fabbisogno di munizioni e l'84% dei velivoli, dei carri armati, dei cannoni, delle navi e del restante equipaggiamento militare. Un livello di autosufficienza che non aveva riscontro tra le potenze occidentali esclusi gli Stati Uniti. La spinta al riarmo e i pruriti interventisti si faranno più forti negli anni '70 e '80 in particolare coi governi presieduti da Nakasone, allorché forte della notevole crescita economica e produttiva al Giappone va sempre più stretto lo status di superpotenza economica e "nano'' politico e militare. Nel '91 il governo di Tokio parteciperà finanziariamente alla prima aggressione imperialista all'Iraq, visto che la forte opposizione popolare bloccherà ogni velleità militare. Si arriva così alla decisione di dicembre dell'invio di un contingente militare. Il premier Koizumi approfittando del nuovo clima internazionale, caratterizzato dal dominio assoluto dell'imperialismo occidentale e dalle teorie imperialiste della "guerra preventiva'' e dell'"esportazione della democrazia'' assesta il colpo storico. Lo stesso Nakasone, intervistato in TV, ha affermato commosso: "Mi ha impedito di ricandidarmi alle elezioni, ma aveva ragione. Ora so che il Giappone è in buone mani''.