40 dell'"Autunno caldo" 1969
La Grande Rivolta operaia che sconvolse il sistema capitalistico italiano

Vi sono dei momenti nella vita di un popolo, in cui si sviluppano degli avvenimenti che segnano mutamenti importanti nella società e nella sua organizzazione. Essi lasciano una traccia indelebile che diventa, di fatto, parte integrante della storia di quel popolo e di quella società, evidenziando altresì la giustezza di quanto il marxismo-leninismo-pensiero di Mao ci ha insegnato: che non i singoli individui ma i movimenti di lotta delle classi oppresse e subalterne sono il motore delle trasformazioni sociali ed economiche e che la storia e il suo sviluppo è storia di lotta di classe.
Quarant'anni fa il nostro Paese fu scosso fino alle fondamenta da un esaltante movimento della classe operaia e dei lavoratori culminato, tra il settembre e il dicembre 1969, nella lotta per il rinnovo di oltre trenta contratti collettivi di lavoro che vide coinvolti più di cinque milioni di lavoratori delle varie categorie ed aziende pubbliche e private (chimici, edili, cementieri, autoferrotranvieri, lavoratori ospedalieri, delle Poste, del Gas, dell'Enel, oltre ad operai e braccianti agricoli ed altri ancora). Punta di diamante dell'"Autunno caldo'' furono il milione e mezzo di operai metalmeccanici che con i loro obiettivi, forme di lotta, combattività e unità rappresentarono la parte più avanzata e trainante dell'intero movimento. Fu, come vedremo, un movimento che ha dato nuove basi alla lotta contrattuale e nuove forme alle strutture sindacali di base; un movimento che ha visto maturare l'esigenza di unità degli operai delle varie categorie e di unità della classe operaia con gli altri strati sociali subalterni; un movimento infine che non si è limitato alla sola rivendicazione aziendale e categoriale, ma ha investito una serie di problematiche sociali, giungendo finanche alla mobilitazione ed alla lotta su rilevanti aspetti politici.
Con le potenti lotte dell'autunno 1969 la classe operaia occupò il suo ruolo guida delle masse studentesche e popolari già scese in lotta negli anni precedenti. Le lotte degli studenti contro le organizzazioni studentesche che cercavano di integrarle nel sistema capitalistico e le manifestazioni antimperialiste, cosiccome le lotte dei braccianti nel Mezzogiorno e in Lombardia nel 1967, avevano segnato l'inizio della Grande Rivolta del Sessantotto, il più grande avvenimento della storia della lotta di classe del dopoguerra in Italia, che sprigionerà la sua massima forza nel quadriennio che va dal '67 al '70 e i cui ultimi bagliori arrivano fino al '74-'75.
Per noi ricordare quel movimento, richiamare alla memoria l'"Autunno caldo'' non è certamente né un atto formale né un semplice momento commemorativo. Rappresenta uno stimolo e uno strumento per le nuove generazioni; per i giovani operai e studenti che quegli avvenimenti non hanno vissuto ed ai quali di quei fatti, viene propinata una visione distorta e falsa, quando addirittura negata qualsiasi informazione.

La maturazione dell'"Autunno caldo"
Al maturare delle condizioni che favorirono lo sviluppo delle lotte operaie del 1969 concorsero un insieme di fattori.
Alcuni erano direttamente legati alla situazione internazionale. In ogni angolo del mondo montava la lotta dei popoli oppressi. Le lotte di liberazione nazionale e le lotte rivoluzionarie si diffondevano a macchia d'olio nei paesi del Terzo mondo ed in quelli soggiogati dal neocolonialismo e dall'imperialismo, favorite anche dal dispiegarsi del pensiero di Mao e dalla sua opera di costruzione del socialismo in Cina. La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, la riaffermazione dei principi del marxismo-leninismo e la ferma lotta contro il revisionismo moderno influenzarono infatti in maniera determinante le guerre rivoluzionarie e di liberazione nazionale, ma ebbero un peso anche sui conflitti di classe in altre parti del mondo, occidente compreso.
Altri fattori erano invece di carattere interno, peculiari dello sviluppo capitalistico del dopoguerra in Italia e relativi alla industrializzazione del Nord del paese, alla espulsione costante di forza di lavoro dall'agricoltura e allo squilibrio crescente tra Nord e Sud e tra città e campagna.
Un primo importante aspetto da prendere in considerazione in questo quadro è quello dell'emigrazione. Questo fenomeno ebbe luogo essenzialmente in due fasi. La prima negli anni del cosiddetto "boom economico'', toccando il suo apice nel 1963 con 287.000 emigranti. Poi la crisi economica del 1964-65 diede un colpo di freno al flusso migratorio che scese infatti notevolmente nel biennio 1965-66. La seconda fase va dal 1967, anno in cui l'emigrazione dal Sud verso il Centro-Nord riprende con vigore con oltre 120.000 emigranti, per proseguire con ritmo costante fino al 1974, senza mai scendere al di sotto delle 100.000 unità.
Limitatamente alla città di Torino ed ovviamente in numero minore rispetto agli indici di quegli anni ma pur sempre considerevoli per quel territorio urbano, va segnalata nel corso del 1967 l'affluenza nel capoluogo piemontese, di operai meridionali che rientravano dall'estero e specificatamente da Germania, Francia e Belgio. Va subito sottolineato che a fronte di questo nuovo esodo non vi fu un corrispettivo valido in termini occupazionali. I posti di lavoro offerti furono infatti notevolmente insufficienti rispetto al numero di emigranti e il problema dell'occupazione rimase irrisolto ed anzi aggravato per moltissimi dei lavoratori e delle loro famiglie protagonisti di quel massiccio movimento migratorio. Questo nuovo esodo inoltre, trovò il suo naturale approdo nelle principali città industriali, dove peraltro si presentavano ancora irrisolte tutte le problematiche sociali derivanti dalla prima ondata migratoria del 1958-63.
Il problema della casa si aggravò e non di poco e divenne uno dei principali terreni di lotta da parte dei lavoratori molti dei quali costretti a vivere situazioni abitative davvero penose al di là di ogni limite di sopportabilità. Emblematiche di questa situazione furono, in quel periodo, le zone di Via Garibaldi a Torino o di Corso Garibaldi a Milano. Questi insediamenti urbani assursero a simbolo nella denuncia della fatiscenza degli appartamenti, della mancanza di servizi igienici ed in alcuni casi anche dell'acqua corrente. Se a tutto questo si aggiunge la prassi in uso tra i proprietari di case di stipulare contratti d'affitto per soli sei mesi si può ben capire il quadro davvero grave tale da generare una vera e propria questione abitativa. La carenza di case, il sovraffollamento, il degrado di interi rioni urbani vetusti e fatiscenti, il caro affitti e gli sfratti costituirono il terreno di un forte scontro sociale che investì in diverse riprese l'intero paese. Continue furono proprio nel 1969 le lotte di operai e di interi quartieri popolari su questo problema, molte le occupazioni di case e le lotte agli sfratti con manifestazioni che ripetutamente venivano attaccate da polizia e carabinieri. Più volte questi attacchi e la ferma resistenza che ad essi veniva contrapposta diedero origine a violenti scontri che provocarono il ferimento e l'arresto di molti manifestanti. È il caso ad esempio di una manifestazione contro il caro-affitti svoltasi a Torino il 12 maggio 1969 conclusasi con 70 feriti, 29 arresti e 165 denunce o, sempre a Torino, il 3 luglio con gli scontri di Corso Traiano a seguito delle cariche di polizia contro gli operai Fiat che manifestavano anche per il blocco degli affitti e contro il caro-vita. E ancora il 18 settembre a Milano con lo sfratto di 70 famiglie, un intero isolato, a Via Voghera; gli scontri del 23 settembre fra polizia e sfrattati a Quarto Oggiaro e l'occupazione il 3 ottobre di tre palazzi a S. Maria Maggiore, al Colosseo e a Montesacro da parte di mille baraccati sfrattati dal comune di Roma. Scioperi generali per la casa si svolsero il 19 settembre a Firenze e il 19 novembre. A Milano la polizia effettuò violente cariche con camionette e gipponi nei pressi del Teatro Lirico, dove si era svolto il comizio sindacale. Nello scontro quasi frontale tra due di questi gipponi morì l'agente di P.S. Antonio Annarumma. Gli scontri provocarono inoltre 63 feriti e 19 arresti.
A Firenze durante la manifestazione Giovanni Scuderi, Mino Pasca e gli altri compagni che li difendono vengono proditoriamente e selvaggiamente aggrediti dai gorilla del servizio d'ordine del PCI che non tollera i marxisti-leninisti, la loro combattività e la loro scelta antirevisionista.
Proseguendo nell'analisi dei fattori che hanno concorso allo sviluppo delle lotte operaie del 1969 ed all'"Autunno caldo'' è necessario ora affrontare gli aspetti inerenti più strettamente la situazione all'interno delle fabbriche e dell'organizzazione del lavoro.
La crisi economica del 1964-65 fu davvero pesante sotto l'aspetto occupazionale. Il padronato attuò una ristrutturazione degli impianti che portò ad una maggiore meccanizzazione e alla conseguente espulsione di mano d'opera delle aziende. Centinaia di migliaia di lavoratori videro così aggravate le loro condizioni perché alla sofferenza per la mancanza di alloggi, per la carente assistenza socio-sanitaria e di servizi pubblici e sociali si aggiunse anche quella della disoccupazione che portò tra il 1963 e il 1968 ad un calo di circa il 4% degli operai dell'industria. A farne le spese furono soprattutto i più anziani e i più giovani fra i lavoratori ed in misura ancora maggiore le donne. Non solo; un altro aspetto conseguente alla ristrutturazione fu l'aumento dei ritmi di lavoro. Vi fu una forte diffusione del cottimo che favorì la differenziazione e la divisione dei lavoratori accrescendo, nel contempo, il potere dei capi-squadra ed il controllo delle direzioni aziendali sui lavoratori. A fronte di questa situazione le Organizzazioni sindacali attuarono una politica del tutto inadeguata, incapace di aggredire le crescenti contraddizioni all'interno delle fabbriche. Anche gli organismi sindacali di base, le Commissioni Interne, mostrarono i limiti derivanti da un lato, dal rigido controllo dei vertici confederali e, dall'altro, dalla scarsa rappresentanza delle nuove generazioni di lavoratori che avevano profondamente modificato la composizione stessa della classe operaia. Ciò significò un crescente scollamento tra i lavoratori e le Organizzazioni sindacali e le loro strutture aziendali di fatto immobili rispetto alle trasformazioni dell'organizzazone del lavoro. Le Commissioni Interne erano formate per lo più da operai uomini, qualificati, in fabbrica dal 1945. La maggioranza degli operai comuni erano invece giovani ed in alcuni casi, ad esempio la Borletti di Milano, in maggioranza donne. Proprio da questa nuova leva di operai saliva la pressante denuncia contro i ritmi di lavoro, il cottimo, il ruolo dei capisquadra e quasi mai, queste denunce, trovavano la giusta attenzione nelle Commissioni Interne. A favorire la presa di coscienza e la rapidità di autorganizzazione nelle fabbriche contribuì anche l'esplodere delle lotte studentesche del 1968 e l'affacciarsi in esse di nuove forme di democrazia di base, in primo luogo l'Assemblea.

Esplodono le lotte
Nacquero così le prime lotte operaie dal 1968. E la classe operaia è subito grande protagonista diventando un sicuro punto di riferimento, esempio e guida per tutte le masse in lotta. E sono i giovani operai, gli immigrati del Sud, a mobilitarsi con un impegno, una forza ed un entusiasmo sempre crescenti. Queste lotte fioriscono non solo nelle principali fabbriche, ma anche in zone periferiche rispetto all'asse del triangolo industriale Milano-Torino-Genova, ed in fabbriche prive di una radicata tradizione sindacale. Ne è un illuminante esempio la lotta nella fabbrica tessile Marzotto di Valdagno, in Veneto. Anche qui vi fu agli inizi degli anni Sessanta una ristrutturazione aziendale. L'introduzione dell'analisi tempi e metodi portò ad un aumento intenso dei ritmi di lavoro e ad un calo netto dei salari reali. Nella primavera del 1968 la direzione aziendale prospettò circa 400 licenziamenti. Gli operai risposero in modo spontaneo, compatto e deciso. Furono indetti scioperi, distrutti i nuovi elenchi dei ritmi e il 19 aprile allorché la polizia carica gli operai e gli studenti che stavano effettuando il picchettaggio davanti alla fabbrica, un corteo di quattromila manifestanti, forte della solidarietà della stragrande maggioranza della città stretta attorno agli operai e con una massiccia partecipazione di donne, sfilò combattivo fino alla piazza principale dove venne abbattuta la statua del fondatore della fabbrica il conte Gaetano Marzotto. Gli operai sostennero lo scontro con la polizia per tutta la notte attaccando anche le ville dei dirigenti e il Jolly Hotel. 42 manifestanti vennero arrestati.
Altro esempio significativo viene dalla lotta alla Fiat della primavera 1968. Essa prende il via dopo un referendum interno alla fabbrica, promosso dalle Organizzazioni sindacali, per conoscere l'opinione dei lavoratori in merito all'eventuale richiesta all'azienda delle 44 ore settimanali. L'esito non lasciò dubbi di sorta. La partecipazione fu consistente, risposero in oltre ventimila ed inoltre la stragrande maggioranza di essi chiese di porre come obiettivo le 40 ore. Ebbe inizio così la vertenza per le 44 ore e per una nuova regolamentazione dei cottimi. Dal primo sciopero si stabilì un nuovo modo di conduzione della vertenza: massiccia partecipazione ai picchetti, dibattito continuo sulla trattativa, resistenza contro gli interventi della polizia davanti ai cancelli (che provocarono duri scontri e molti fermi), partecipazione degli studenti a sostegno della lotta operaia. In questo quadro la lotta si fece più serrata e la partecipazione ad essa si sviluppò in modo massiccio ed unanime.
Ad essa si unirono anche settori della Fiat Avio, nota per la tradizione di crumiraggio dovuta principalmente alla selezione politica degli addetti effettuata dalla direzione aziendale. All'interno delle Organizzazioni sindacali si avvertono le prime divergenze con forti pressioni per chiudere la vertenza. Si arriva così ad un secondo referendum. E, di nuovo, il giudizio operaio non lasciò equivoci di sorta. L'85% si pronunciò infatti per la prosecuzione della lotta. Illuminanti sono le motivazioni che, col referendum, danno gli operai per giustificare il prosieguo della vertenza: "vogliamo lavorare da uomini e non da bestie'' vi si legge, e ancora "vogliamo la fine di 70 anni di schiavitù e la fine della dittatura in fabbrica''. Ma ancor prima di conoscere l'esito del referendum i sindacati sospendono lo sciopero in base alla semplice proposta di trattativa da parte Fiat, concludendo con un accordo del tutto insufficiente sull'orario, con venti lire di aumento sul cottimo e diritti puramente formali sui tempi. Questa conclusione della vertenza favorì di fatto la politica aziendale di aumento della produttività, soprattutto per le merci destinate all'esportazione, e le Organizzazioni sindacali subirono la pesante critica operaia, pagando caro il loro comportamento attraverso un crescente distacco da essi da parte dei lavoratori. Per certi versi una analoga situazione si visse anche alla Pirelli e nel comparto gomma dove il 31/12/1967 era scaduto il contratto nazionale. Le Organizzazioni sindacali proclamarono nel corso della vertenza per il rinnovo contrattuale tre giorni di sciopero, per chiudere nel febbraio 1968 con un accordo sulla base di modesti aumenti salariali e nulla per quanto riguarda organizzazione e condizioni di lavoro.
Ma la classe operaia non accettò affatto questa situazione.
In moltissime fabbriche (Pirelli, Fiat, Alfa Romeo, Breda, Borletti, Autobianchi, Michelin, Seat, Zanussi, Lebole, OM, Sit Siemens, Cronzet, Candy, Marelli, Falck, GTE, Philips, Honeywell, Recordati, Innocenti, Petrolchimico di Porto Marghera e Porto Torres, Rumianca, Marzotto, Ducati, Nuovo Pignone, Galileo, Piaggio, Saint Gobain, Italsider di Bagnoli e Taranto, Fatme, Olivetti di Ivrea e Napoli - per citarne solo alcune -) inizia un periodo compreso tra la primavera 1968 e l'estate 1969 in cui le lotte operaie avvengono al di fuori delle strutture e della linea ufficiale dei sindacati, puntando direttamente alla organizzazione del lavoro, alle condizioni in fabbrica per estendersi a significative lotte generali. Vengono individuati e perseguiti obiettivi quali: l'abolizione del cottimo; l'abbassamento dei ritmi produttivi; l'inquadramento unico con la progressiva riduzione delle differenze salariali tra gli operai e tra operai e impiegati; il rifiuto della monetizzazione della nocività e la lotta per il controllo delle condizioni di lavoro e delle norme di sicurezza in fabbrica; la rottura del legame tra aumenti salariali e aumento della produttività; gli aumenti salariali uguali per tutti; la parificazione dei salari dei giovani e delle donne a quelli degli adulti; il passaggio automatico di categoria; la limitazione e il controllo sindacale sugli straordinari; i diritti sindacali in fabbrica.
Per raggiungere questi obiettivi i lavoratori puntano su nuovi metodi organizzativi e di gestione delle lotte. Vedono così la luce le assemblee di reparto e l'assemblea generale come momento decisionale; nuove strutture unitarie di coordinamento e di controllo all'interno delle singole aziende con rappresentanti eletti da tutti gli operai iscritti e non iscritti al sindacato. Viene infranta la tradizione di sospendere la lotta in presenza di una trattativa. Nascono gli scioperi a "gatto selvaggio'' con fermate attuate con tempi e modalità sempre diverse, senza preavviso, con costi contenuti per gli scioperanti ma con alta incidenza sui cicli produttivi; a "singhiozzo'' che coinvolge l'intera fabbrica alternando brevi periodi di lavoro ad altri di sciopero; a "scacchiera'' dove diversi reparti scioperano per brevi periodi in momenti differenti così da creare una agitazione interna pressoché costante. Tutto ciò fece perdere autorità e controllo di vari capireparto e capisquadra, per molti dei quali veniva richiesta la rimozione. Si attuavano inoltre cortei interni alla fabbrica che bloccavano il lavoro negli uffici e si effettuavano, in concomitanza con gli scioperi, picchettaggi di massa ai cancelli con la partecipazione anche degli studenti con i quali si formavano stabili organismi di confronto.
Accanto alla miriade di lotte aziendali si sviluppò con maggior forza anche la battaglia su aspetti più generali quali le pensioni, significativo lo sciopero del marzo '68 con manifestazioni in varie città. Nella sola Milano parteciparono 300.000 metalmeccanici e scesero in piazza anche folti gruppi di impiegati. E ancora va ricordata la lotta per l'abolizione delle "gabbie salariali'' (la differenza di retribuzioni tra Nord e Sud con stipendi inferiori nel Meridione fino al 30%), che si concluderà con l'accordo del 18 marzo 1969 che aboliva le "gabbie salariali'' in maniera definitiva anche se scaglionata, con l'azzeramento che sarà raggiunto il 1/7/1972.
È questo il quadro generale che fa da sfondo all'"Autunno caldo'', alle vertenze per il rinnovo dei contratti collettivi.
La battaglia contrattuale si sviluppa in tutto il paese attraverso le nuove forme di lotta, già esposte in dettaglio. Per la prima volta, inoltre, le piattaforme presentate avevano visto la partecipazione operaia alla loro stesura e la firma del contratto da parte delle Organizzazioni sindacali era subordinata alla preventiva consultazione della base operaia.
Come già detto sono stati i metalmeccanici la punta di diamante di questo esaltante movimento e il loro contratto quello preso ad esempio dalle altre categorie. I punti salienti di questo nuovo contratto erano: aumento salariale uguale per tutti; 40 ore di lavoro settimanali su cinque giorni; nessuna clausola limitativa alla contrattazione aziendale; diritto di riunione all'interno della fabbrica e di assemblea retribuita per 10 ore annue; istituzione della rappresentanza sindacale aziendale. È questo un punto molto importante anche per quel che riguarda il rapporto degli operai con il sindacato e che culminerà nel 1970, con la nascita dei Consigli di Fabbrica, la nuova e importante struttura di delegati, anche non iscritti al sindacato, eletti su scheda bianca e senza lista, che sostituirà definitivamente le vecchie Commissioni Interne.
Vale la pena ora esplicitare analiticamente i momenti salienti della battaglia contrattuale per cogliere meglio la straordinaria forza e l'ampiezza della mobilitazione espressa dalla nostra classe operaia.
Settembre:
2
Sciopero di operai e impiegati alla Pirelli per il premio di produzione e i diritti sindacali. Alla Fiat gli operai delle officine 32 e 33 di Mirafiori scendono in lotta, contravvenendo le direttive dei dirigenti sindacali, contro la discriminazione aziendale sui passaggi di categoria.
4 Agnelli sospende 30.000 lavoratori.
5 Fallisce il tentativo dei vertici sindacali di isolare gli operai di avanguardia alla Fiat e Agnelli è costretto a ritirare le sospensioni.
6 Più di due milioni di metalmeccanici, edili e chimici scendono in lotta per il rinnovo del contratto.
11 Dopo la rottura dell'8 settembre della trattativa per il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici dovuta alla pregiudiziale posta dalla Confindustria secondo cui la contrattazione articolata non doveva occuparsi di condizioni di lavoro, ritmi, qualifiche e tutela della salute, un milione di metallurgici sciopera in tutta Italia. A Torino, 100.000 operai bloccano la Fiat.
12 Sciopero nazionale degli edili con cantieri chiusi in tutto il paese. Manifestazioni di metalmeccanici a Torino, Milano e Taranto.
16/17 Sciopero nazionale di 48 ore dei lavoratori chimici, sciopero nazionale dei cementieri e nuova giornata di lotta degli edili.
22 Manifestazione di 6.000 operai dell'Alfa Romeo a Milano. Giornata di lotta dei metalmeccanici anche a Torino, Venezia, Modena e Cagliari.
23/24 Altro sciopero generale di 48 ore dei cementieri.
25 Serrata alla Pirelli con la sospensione a tempo indeterminato di 12.000 operai. Immediata reazione operaia con il blocco di tutti gli stabilimenti del gruppo.
26 Manifestazione di metalmeccanici a Torino, dalla Fiat parte un corteo di 50.000 operai. Sciopero generale a Milano e manifestazione di centinaia di migliaia di lavoratori, così, a Pirelli, viene imposta la revoca della serrata.
26 Decine di migliaia di lavoratori in corteo a Firenze e Bari.
29 Manifestazioni di metalmeccanici, chimici e edili a Porto Marghera, Brescia e Genova.
30 Sciopero dei lavoratori edili a Roma. Manifestazioni di 15.000 metalmeccanici a Livorno.
Ottobre:
7
Sciopero provinciale dei metallurgici a Milano. Da nove cortei, 100.000 operai confluiscono in Piazza Duomo.
8 Sciopero generale nazionale dei chimici. Sciopero provinciale a Terni. Manifestazioni di metalmeccanici a Roma, Sestri, Piombino, Marina di Pisa e L'Aquila.
9 60.000 metalmeccanici scioperano a Genova. Sciopero generale in Friuli-Venezia Giulia.
10 Per la prima volta si svolge un comizio all'interno dei reparti di Fiat Mirafiori. Assemblee e cortei interni nelle altre fabbriche del gruppo. La polizia carica all'esterno degli stabilimenti.
16 Ospedalieri, autoferrotranvieri, postelegrafonici, lavoratori degli Enti locali e braccianti scendono in lotta per il rinnovo dei loro contratti. Scioperi generali provinciali a Palermo e Matera.
10 Sciopero all'Italsider di Bagnoli contro la sospensione di cinque operai.
22 A Milano, 40 fabbriche conquistano il diritto all'Assemblea.
Novembre:
8
Viene firmato il contratto degli edili: prevede l'aumento del 13% sui minimi retributivi e sul 3 elemento della retribuzione, la riduzione graduale del lavoro a 40 ore, il diritto di Assemblea nei cantieri.
13 Durissimi scontri a Torino fra operai e polizia.
25 Sciopero generale nazionale dei chimici.
28 Centinaia di migliaia di metalmeccanici danno vita a Roma ad una tra le più grandi e combattive manifestazioni operaie mai avvenute in Italia, a sostegno della loro vertenza.
Dicembre:
3
Sciopero totale degli operai delle carrozzerie Fiat. Manifestazione dei dipendenti degli Enti locali.
7 Raggiunto l'accordo per il contratto dei chimici: prevede aumenti salariali di 19.000 lire mensili, orario settimanale di 40 ore su 5 giorni, tre settimane di ferie.
8 Accordo sul contratto delle aziende metalmeccaniche a partecipazione statale: prevede l'aumento di 65 lire orarie uguali per tutti, la parità normativa tra operai e impiegati, diritto di Assemblea in azienda durante l'orario di lavoro per dieci ore annue retribuito, 40 ore di lavoro settimanali.
10 Sciopero generale dei braccianti per il patto nazionale, in centinaia di migliaia manifestano in tutta Italia. Inizia lo sciopero di 4 giorni dei dipendenti delle società petrolifere private per il rinnovo del contratto.
19 Sciopero nazionale dei lavoratori dell'industria in appoggio alla vertenza dei metalmeccanici. Nuovo sciopero nazionale dei braccianti.
23 Firma dell'accordo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici: prevede aumenti salariali di 65 lire l'ora per gli operai e di 13.500 lire mensili per gli impiegati, la 13a mensilità, il diritto di Assemblea in fabbrica, il riconoscimento dei rappresentanti sindacali aziendali e la riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali.
24 Dopo 4 mesi di lotta viene rinnovato il patto nazionale dei braccianti che prevede la progressiva riduzione dell'orario di lavoro a 42 ore e 20 giorni di ferie.

Se, come abbiamo visto, la lotta della classe operaia contro il padronato è stata durissima, non meno incisiva fu quella condotta contro i governi a guida DC e di "centro sinistra'' succedutisi in quegli anni. Ciò ha permesso ai lavoratori non solo di stabilire nuovi rapporti in fabbrica, di migliorare salari e condizioni di vita, ma anche di strappare importanti concessioni sul piano politico sociale riguardo casa, trasporti, sanità, pensioni, fisco.
Il movimento operaio espresse in quel periodo, una forte carica anticapitalista, antistituzionale e antigovernativa rifuggendo qualunque forma di collaborazione e dimostrandosi assai deciso nella risposta alla vigliacca repressione scatenata contro di esso. Perché appunto quello della repressione e del tentativo di criminalizzazione dell'intero movimento, è stato il terreno univoco scelto dalle forze politiche e dai governi borghesi per arginare lo sviluppo della lotta di massa.
Polizia, carabinieri, magistratura, scagliati contro i lavoratori. E il prezzo pagato è stato altissimo in termini di arresti, denunce, condanne, feriti e purtroppo anche morti. E qui non possiamo non ricordare, per tutti, due avvenimenti simbolo della ferocia repressiva dello Stato borghese: l'uccisione ad Avola il 2 dicembre 1968 dei braccianti Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona colpiti dalle raffiche di mitra sparate dalla polizia nell'attacco ad una manifestazione di 3.000 braccianti contro il rifiuto degli agrari di applicare una norma contrattuale; e la morte del tipografo diciannovenne Carmine Citro e dell'insegnante Teresa Ricciardi ammazzati il 9 aprile 1969 a Battipaglia mentre manifestavano con i lavoratori di tutta la città a fianco degli operai del Tabacchificio in lotta contro la chiusura dello stabilimento. Uccisi nel corso delle violentissime cariche effettuate da polizia e carabinieri. Fu tanta l'indignazione e la rabbia per questo nuovo eccidio, espressa il giorno dopo in tutta Italia con scioperi o manifestazioni di protesta culminate nella cittadina del salernitano, con l'incendio del commissariato di polizia.
Se la repressione capillare e violenta fu la prima risposta dei governi al montare delle lotte operaie e all'"Autunno caldo'', ve ne fu in seguito un'altra ancora più subdola, pericolosa e feroce per disorientare, disaggregare, rompere l'unità del movimento operaio e degli altri movimenti di massa, piegarne la forza e ricacciarlo indietro tanto sul piano politico che su quello delle conquiste concrete ottenute in campo economico e sociale.
Il 12 dicembre 1969 alla sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, l'esplosione di una bomba provoca 16 morti e 88 feriti. È l'inizio della "strategia della tensione'' e della politica delle stragi. Lo stragismo e il golpismo sono le armi estreme cui fa ricorso la destra della borghesia per porre fine al Sessantotto e per salvare il sistema capitalistico italiano. A completare l'opera delle bombe, le stragi, il terrorismo nero e "rosso'' utilizzerà altri strumenti: la realizzazione per via istituzionale e governativa della seconda a oggi della terza repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista e federalista.
Alla luce dell'odierna situazione diventa assai importante anche capire, per poterlo definitivamente superare, quale fu il "limite'' di quello che è stato e rimane a tutt'oggi il più esaltante e proficuo movimento di lotta della classe operaia italiana dal dopoguerra.
Se, come precedentemente accennato, la classe operaia espresse nelle lotte del 1969 una forte carica anticapitalista, antistituzionale e antigovernativa, lo stesso non può dirsi per quanto concerne l'antirevisionismo e la questione inerente la presa del potere politico. Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che il PCI godeva della fiducia della grande maggioranza del movimento operaio, convinto ancora che il gruppo dirigente di quel partito volesse il socialismo.
La classe operaia, a parte una porzione minoritaria della sua avanguardia, non si era sottratta all'influenza e alla direzione dei revisionisti. A questo va aggiunta l'azione nefasta dei gruppi "ultrasinistri'', permeati di ideologie operaiste, trotzkiste e spontaneiste e di una pratica politica estremista, avventurista e settaria che non hanno scalfito in nulla l'egemonia del revisionismo sul movimento operaio, ma hanno ancor più avvelenato l'aria con parole d'ordine falsamente rivoluzionarie, con nuove illusioni parlamentariste ed elettoraliste, con la sistematica azione di divisione dei nuovi operai d'avanguardia, ostacolando l'unificazione di tutti i rivoluzionari in un solo partito autenticamente marxista-leninista per crogiolarsi nell'autoesaltazione del proprio gruppo come "partito rivoluzionario''. Un'autoesaltazione finita nella polvere della storia dopo un effimero istante. Del resto vedere dove oggi sono tanti di quei dirigenti dei gruppi "ultrasinistri'' ne evidenzia la loro natura di imbroglioni politici.
L'egemonia del revisionismo sul movimento operaio ha fatto sì che la esaltante stagione di lotta operaia del 1969 non raccogliesse sul piano politico, del reale potere politico, tutti i suoi frutti. Ma non ha potuto impedire che proprio nel fuoco della lotta di classe, mettesse le sue radici nella classe operaia italiana il marxismo-leninismo-pensiero di Mao. Sono radici giovani, ma solide.

La costruzione dell'autentico Partito della classe operaia e la fondazione de "Il Bolscevico"
Il 14 Dicembre 1969 viene fondata l'Organizzazione Comunista Bolscevica Italiana marxista-leninista che darà vita il 9 Aprile 1977 al PMLI. Il compagno Giovanni Scuderi viene nominato Segretario generale. L'OCBI m-l nasce grazie all'azione dei primi quattro pionieri del PMLI, già dal 1967 impegnati sul piano teorico e pratico nel titanico quanto indispensabile sforzo di costruzione di un Partito autenticamente proletario e rivoluzionario sulla base dei principi del marxismo-leninismo-pensiero di Mao.
Il 15 Dicembre 1969 è la data di fondazione de "Il Bolscevico''. Nei suoi quarant'anni di vita, anniversario che celebreremo a Firenze nel prossimo dicembre, "Il Bolscevico'' ha proposto e divulgato in modo assiduo e puntuale il marxismo-leninismo-pensiero di Mao, per dotare il movimento operaio dell'arma necessaria a far sì che esso possa affrancarsi dall'egemonia dell'ideologia e della politica revisionista e riformista. È stato e continua ad essere la voce delle lotte della classe operaia, del movimento degli studenti e delle altre lotte di massa. Si è dimostrato strumento indispensabile ed insostituibile non solo per i militanti del Partito, ma anche per quanti nei propri luoghi di lavoro e di studio trovano in esso la voce in grado di orientare correttamente sul piano politico, sul terreno sindacale e delle rivendicazioni sociali, oltre che nel guazzabuglio melmoso della ideologia borghese proprinatoci quotidianamente dagli altri giornali e mass media borghesi. È una potente arma del PMLI, del proletariato e delle masse contro il governo del neoduce Berlusconi e la terza repubblica, per l'Italia unita, rossa e socialista.
Queste due date costituiscono la prima storica tappa di un lungo cammino di lotta, irto di difficoltà, di quella Lunga Marcia diretta dal PMLI per realizzare l'Italia unita, rossa e socialista.

30 settembre 2009