Fallito il vertice a Palazzo Chigi, il governo prende tempo
I SINDACATI RESPINGONO I LICENZIAMENTI ALLA FIAT
LA VIA D'USCITA E' LA NAZIONALIZZAZIONE DELL'AZIENDA
E' fallito il vertice svoltosi giovedì 7 novembre a Palazzo Chigi sulla crisi della Fiat, cui hanno partecipato Letta, Maroni, Marzano, Buttiglione e Sacconi per il governo, Fresco, Galateri e Boschetti per l'azienda e i segretari generali confederali e dei metalmeccanici per i sindacati. Un fallimento annunciato in quanto i presupposti, ossia le decisioni prese dagli Agnelli circa un mese fa e riconfermate oggi con delle aggravanti, il comportamento sostanzialmente passivo del neoduce Berlusconi e le forti lotte e le vitali aspettative dei lavoratori direttamente coinvolti, non facevano prevedere un esito diverso. I leader di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, questa volta uniti, non potevano accettare il piano di ristrutturazione aziendale così com'è stato presentato, senza che questo contenga impegni e garanzie da parte della Fiat e del governo per il futuro occupazionale e produttivo del più grande gruppo industriale italiano. E non l'hanno accettato.
Hanno respinto un piano fatto solo di cassa integrazione e di "mobilità" per complessivi 8.100 lavoratori; licenziamenti di massa che con l'indotto potrebbero colpire 40 mila lavoratori; chiusura degli stabilimenti di Arese e di Termini Imerese e ridimensionamento drastico di quelli di Mirafiori, Cassino e Melfi; vendita del marchio e della produzione dell'auto alla americana General Motors, già proprietaria al 20%, nei primi mesi del 2004. è quest'ultimo il vero obiettivo dei vertici aziendali al quale hanno subordinato e finalizzato tutte le devastanti misure assunte, per abbattere drasticamente il debito contratto con le banche, contenere le perdite e arrivare al suddetto appuntamento nelle migliori condizioni.
LICENZIAMENTI E DISMISSIONI
Per tutte le quattro ore della durata dell'incontro i rappresentanti di Agnelli, con dovizia di particolari e illustrazione di carte, non hanno parlato che di questo: Cassa integrazione straordinaria a zero ore (Cigs) per 12 mesi, a partire dal 1° dicembre; licenziamento per un quarto dell'intero organico; nessuna garanzia di riapertura per l'Alfa Romeo di Arese e per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese. Queste le cifre raccapriccianti scritte nel piano: la Fiat passerebbe, dai 28.880 addetti del 30 giugno 2002 ai 21.100 del 30 giugno 2003. Gli impiegati da 9.800 passerebbero a 7.740. Negli stabilimenti italiani tra il primo dicembre e il 30 giugno prossimi andranno in "mobilità" 500 lavoratori e in cassa integrazione a zero ore 7.600 lavoratori per metà dei quali non è previsto il rientro in azienda (licenziamenti certi) e per l'altra metà dipende dalla crescita dei volumi (licenziamenti probabili).
"Ci hanno presentato - ha affermato Epifani - lo stesso piano della primavera scorsa, un piano di puro galleggiamento del tutto inadatto alla svolta necessaria, ad arrestare il declino della Fiat, ad offrire una prospettiva alla crisi occupazionale e agli investimenti in Italia". Per il segretario della Cgil occorre cambiare il piano di ristrutturazione, non dando il via libera alla Cigs a zero ore, trovando disponibilità finanziarie nuove, anche pubbliche, per il superamento della crisi e il rilancio della produzione dell'auto, immettendo sul mercato nuovi modelli. "Il giudizio è negativo - ha detto Angeletti - e largamente unitario. Rimangono delle differenze, ma sulla Fiat c'è convergenza". Quello della Fiat, ha aggiunto "è un piano che non garantisce la sopravvivenza dell'azienda". Per Pezzotta, il piano "non dà l'idea di come si può uscire dalle difficoltà (...) occorre uno sforzo maggiore della proprietà che deve mettere risorse nuove e presentare un piano che non sia solo di razionalizzazione e aggiustamento".
INERZIA DEL GOVERNO
La folta delegazione governativa ha fatto praticamente scena muta e ha preso tempo per "riflettere". C'è da dire però che il giorno avanti il ministro del Welfare, Roberto Maroni, incaricato dal governo di seguire la crisi della Fiat e titolare della concessione degli "ammortizzatori sociali", incontrando in separata sede i vertici aziendali, incautamente, aveva giudicato il loro "un piano complesso, importante, che prevede impegni rilevanti da cui ho tratto la conferma che la Fiat intende investire nel settore auto". E aveva aggiunto, non si sa sulla base di quali elementi che: "C'è l'impegno alla riapertura degli impianti", in particolare Termini Imerese. Perciò il ministro riconosceva all'azienda "lo stato di crisi" e dava il suo nulla osta alla richiesta degli "ammortizzatori sociali" che complessivamente costeranno 87 milioni di euro (oltre 168 miliardi di vecchie lire) di cui 70 per la cassa integrazione e 17 per la "mobilità. Soldi pubblici impiegati a fondo perduto visto che non serviranno al rilancio produttivo e industriale del gruppo.
La precedente posizione del governo tesa a "migliorare" il piano di ristrutturazione e a trovare una "soluzione di mercato", anche attraverso una massiccia partecipazione finanziaria dello Stato (alla maniera della Volkswagen tedesca) e le promesse di Berlusconi per impedire i licenziamenti e la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese sembrano essersi sciolte come neve al sole. Un mese di tempo, da quando è stata annunciata pubblicamente la crisi, è passato invano. Intanto la crisi della Fiat auto procede a livelli gravissimi. Basti dire che le vendite della Fiat, dell'Alfa Romeo e della Lancia sono diminuite, dall'ottobre 2001 all'ottobre 2002, rispettivamente del 22,4%, 23,4%, 11,8%; a fronte di un calo delle immatricolazioni delle auto in generale del 3,9%.
LA LOTTA E' L'UNICA ARMA DEI LAVORATORI
Delusione e rabbia incontenibili sono esplosi all'interno degli stabilimenti Fiat appena sono giunte le notizie del fallimento del vertice di Palazzo Chigi. Gli operai di Termini Imerese hanno occupato la stazione ferroviaria; quelli di Arese hanno invaso l'Autolaghi e la stazione ferroviaria. Quelli di Mirafiori hanno organizzato cortei interni. L'assemblea con i sindaci della zona è stata la risposta dei lavoratori di Cassino. L'8 novembre si è svolto con successo lo sciopero di otto ore indetto da Fiom e Cgil per i metalmeccanici in tutte le province interessate (compresi i dipendenti della altre aziende del gruppo Fiat: Teksid, Iveco, Magneti Marelli, Comau, New Holland) e anche le categorie dell'indotto. Per il 15 di questo mese è previsto lo sciopero generale nazionale unitario della categoria indetto da Fiom, Fim, Uilm.
La lotta è l'unica arma in mano agli operai e ai lavoratori per fermare e sconfiggere il piano di Agnelli. Una lotta che deve continuare, ampliarsi e ricevere la solidarietà di tutti i lavoratori e delle masse popolari nel loro insieme, compresi gli studenti, gli intellettuali, gli uomini della cultura e dello spettacolo democratici e di sinistra. Come ha chiesto la Fiom, la Cgil, ma a questo punto anche la Cisl e la Uil, deve essere programmato tempestivamente uno sciopero generale nazionale non solo dell'industria ma di tutte le categorie. Che, a nostro parere, insieme alla richiesta del ritiro del piano di Agnelli, all'opposizione alla cassa integrazione e ai licenziamenti, nonché alla chiusura degli stabilimenti di Arese e Termini Imerese, dovrebbe avere, come parola d'ordine principale, la nazionalizzazione della azienda, di tutto il gruppo Fiat, non solo il settore auto, e senza alcun indennizzo.
Un'altra strada altrettanto valida come la nazionalizzazione non c'è. Gli Agnelli hanno, di fatto, messo in liquidazione la Fiat. Continuare a regalargli montagne di soldi pubblici, per via diretta e o per via indiretta, non ha senso. Non convincono, e perciò non sono condivisibili, altre proposte avanzate dai sindacati, Cgil in testa, e dai DS che caldeggiano una soluzione fondata su una partecipazione finanziaria temporanea dello Stato e delle Regioni interessate, l'immissione di nuovi capitali privati italiani ed esteri e un conseguente e significativo riassetto della proprietà, coinvolgendo in questo la solita General Motors.
Senza la nazionalizzazione non c'è salvezza per la Fiat. Che va fatta senza alcun indennizzo e dando a questo gruppo industriale un diverso futuro produttivo e funzionale, nell'ambito di una politica generale dei trasporti basata principalmente su rotaia, via mare e via area. Ripensando anche, in questo grande processo di riconversione, la produzione e l'utilizzo dell'auto in linea con le nuove tecnologie circa l'uso dell'idrogeno rispetto al petrolio e la riduzione dell'inquinamento e dell'impatto ambientale.

13 novembre 2002