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Viva il 1° Maggio Per l'Italia unita, rossa e socialista di Emanuele Sala* Viva il 1° Maggio, Giornata internazionale dei lavoratori! I marxisti-leninisti italiani, come hanno sempre fatto, celebrano questa ricorrenza storica con fierezza, ricordandone il significato proletario rivoluzionario originario, allorché fu istituita nel lontano 1889 dalla Seconda Internazionale di cui Federico Engels era il capo riconosciuto. Le sue origini e la sua storia stabiliscono in modo inequivocabile che il 1° Maggio è indissolubilmente legato alla lotta del proletariato contro lo sfruttamento capitalistico, contro l'oppressione imperialista e per la conquista del socialismo. Questo è vero a livello internazionale ed è vero anche per il nostro Paese. La lotta per l'introduzione per legge della giornata lavorativa di otto ore, la brutale e sanguinaria repressione della grande manifestazione dei lavoratori di Chicago del 1° Maggio del 1886, la risposta che fu data dai partiti operai (allora si chiamavano socialdemocratici, oggi si direbbe marxisti-leninisti) e fu replicata ogni anno fino ai nostri giorni aveva proprio questo significato. Oggi questa bandiera rossa del proletariato è stata annacquata, snaturata e resa inoffensiva da parte degli ex revisionisti e oggi neoliberali D'Alema e Fassino e dai falsi comunisti alla Cossutta, Diliberto e Bertinotti, fagocitati dall'Unione del tecnocrate democristiano Prodi e integrati nel capitalismo e nello Stato borghese. Gli uni e gli altri, sia pure con toni e sfumature diverse, cianciano di fallimento storico del socialismo e del comunismo e dichiarano di voler "andare oltre le categorie del Novecento". Ossia, la lotta di classe, la lotta tra proletariato e borghesia per il potere politico, la lotta tra marxismo-leninismo-pensiero di Mao e liberalismo e tra socialismo e capitalismo, la lotta tra due concezioni del mondo: quella del proletariato, dialettica e materialista e perciò progressiva e rivoluzionaria e quella borghese, idealistica e metafisica e perciò retrograda, oscurantista e reazionaria. Il socialismo è il futuro Per quanto sia sfavorevole la contingenza politica che stiamo vivendo, a causa delle battute d'arresto che il socialismo ha avuto nell'Unione Sovietica di Lenin e di Stalin e nella Cina di Mao, per opera del tradimento dei revisionisti saliti al potere, queste "categorie del Novecento" non sono affatto superate né superabili fintanto che la società sarà divisa in classi, fintanto che esisterà il capitalismo e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, fintanto che l'imperialismo opprimerà, affamerà e aggredirà i popoli più poveri del mondo. L'infame aggressione imperialista all'Iraq, da parte degli Usa di Bush, dell'Inghilterra di Blair, con l'appoggio del neoduce Berlusconi, con la violazione flagrante del diritto internazionale, non è un esempio gigantesco? A voler vedere senza infingimenti e in maniera obiettiva, i motivi economici, politici, sociali e storici per un cambiamento del mondo in senso socialista non sono diminuiti ma anzi aumentati e (oggettivamente) divenuti più pressanti. A dispetto dei suoi detrattori, l'evoluzione sociale porta al socialismo. "Se è vero che il mondo è in perpetuo movimento e sviluppo - indica Stalin nel suo scritto "Materialismo storico, materialismo dialettico" - se è vero che la scomparsa di ciò che è vecchio e la nascita di ciò che è nuovo sono una legge dello sviluppo, è chiaro che non esistono più regimi sociali 'immutabili' né 'principi eterni' di proprietà privata e di sfruttamento, né 'idee eterne' di sottomissione dei contadini ai proprietari fondiari, e degli operai ai capitalisti". Il che "vuol dire - prosegue - che il regime capitalista può essere sostituito dal regime socialista, nello stesso modo che il regime capitalista ha sostituito, a suo tempo il regime feudale". 1° Maggio, emancipazione del proletariato, socialismo: è questa la visione dei grandi maestri del proletariato internazionale Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao; ed è la visione in cui crediamo noi marxisti-leninisti italiani e che riproponiamo con forza ai lavoratori e alle larghe masse popolari italiane! Il PMLI, sin da quando è stato fondato, 28 anni orsono, non ha mai smesso di credere e di lottare per il socialismo e il comunismo, che rappresenta il mondo nuovo a cui aspirano tutti gli sfruttati e gli oppressi dove trionfi la giustizia sociale, dove lo Stato, il governo, l'economia siano in mano al proletariato e al servizio del popolo, dove prevalgano i diritti delle masse e non le leggi del mercato e il profitto individuale capitalistico. Il PMLI non ha mai smesso di credere nella forza e nella missione storica della classe operaia, anche se essa tuttora è fortemente influenzata dal riformismo, dal parlamentarismo e dall'elettoralismo borghesi, anche se essa tuttora è deideologizzata, disorganizzata e indebolita da un processo di frantumazione e precarizzazione del "mercato del lavoro"; ma non per questo scomparsa come vorrebbero far credere i partiti della "sinistra" borghese. La missione storica della classe operaia Solo la classe operaia ha la forza di compattare le larghe masse popolari sui comuni obiettivi di lotta e di mettere in difficoltà la classe dominante borghese. Lo si è visto, per fare degli esempi significativi, con gli scioperi del 1943 contro la dittatura mussoliniana, con le lotte del '69 e degli anni '70 contro il grande padronato e i governi democristiani, lo si è visto anche in questi anni con la mobilitazione contro il governo del neoduce Berlusconi e le sue controriforme, di cui la manifestazione del 23 marzo 2002 in difesa dell'art.18 costituisce l'emblema. La classe operaia italiana "è sempre stata - ebbe a dire il compagno Scuderi nel 1977, nel Rapporto al Congresso di fondazione del Partito - il motore principale della lotta di classe, colei che di fatto ha egemonizzato i contadini, le masse popolari e che ha sempre dato l'indirizzo alle lotte dei vari gruppi sociali e popolari. Essa - aggiungeva - è oggettivamente il catalizzatore di tutte le forze sociali popolari e la portatrice di quei valori che anche le altre classi anticapitaliste e antifasciste fanno propri e a cui fanno riferimento nei propri movimenti di lotta. Tutte le vittorie riportate dal nostro popolo e tutti gli sviluppi storici, politici e sociali sono il frutto in primo luogo dei contributi dati dalla classe operaia e delle lotte che ha espresso. La classe operaia - concludeva - è la classe dirigente della rivoluzione socialista italiana, ora che ha il suo Partito niente e nessuno potrà arrestare la sua ascesa verso la conquista del potere politico, e toglierle il ruolo naturale e storico di classe egemone di tutte le classi e i gruppi sociali anticapitalisti e rivoluzionari". "L'unica classe che può compiere questa trasformazione del mondo, dal capitalismo al socialismo - è tornato a ribadire Scuderi proprio di recente, nel suo discorso al dibattito elettorale astensionista di Napoli del 25 marzo - è la classe operaia per il posto che occupa nella produzione, per la sua forza, per la sua determinazione, per le sue capacità organizzative e di unire attorno a sé le masse contadine, lavoratrici, popolari e giovanili e gli altri gruppi sociali alleati. Essa - specifica il Segretario generale del PMLI - sotto la direzione del suo Partito, è l'attrice principale della lotta di classe, della rivoluzione socialista e della costruzione del socialismo". Essere una classe per sé Non è che il proletariato sia assente dalla lotta di classe. Tutt'altro! Specie negli ultimi quattro anni, caratterizzati dal secondo governo Berlusconi appoggiato dalla Confindustria dell'ex presidente D'Amato, la classe operaia si è fatta sentire eccome nelle piazze, con scioperi generali e manifestazioni: contro una politica economica e sociale iperliberista, contro il declino industriale, Fiat in testa, contro l'intervento militare italiano in Iraq, per il rinnovo dei contratti di lavoro, per la difesa del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni. I metalmeccanici sono scesi in sciopero generale ancora il 15 aprile scorso a sostegno della loro vertenza contrattuale e contro i licenziamenti e la chiusura di stabilimenti. I dipendenti pubblici, senza contratto da parecchi mesi, minacciano di incrociare le braccia e sfilare di nuovo in corteo a Roma. Si tratta però di una mobilitazione limitata alla difesa e al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, senza dubbio di grande importanza ma che si manifesta su un terreno meramente economico, che non mette in discussione il potere politico della borghesia. Il passo decisivo e vitale che il nostro proletariato deve compiere è quello di agire e lottare, non solo come una classe in sé, cioè una classe di fatto, ma come una classe per sé, acquisendo fino in fondo la consapevolezza della sua natura, dei suoi compiti e del suo ruolo storico, indipendente e autonoma ideologicamente, politicamente e organizzativamente dalla borghesia e antagonista a essa, con la coscienza di essere una classe generale destinata a succedere alla borghesia al potere, a por fine a ogni forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo e ad emancipare l'intera umanità. Un passo però che non può essere compiuto senza il contributo determinante della sua parte più avanzata e cosciente, armata della teoria rivoluzionaria contenuta nel marxismo-leninismo-pensiero di Mao, organizzata nel suo partito politico rivoluzionario, il PMLI. Classe operaia e PMLI L'organizzazione delle operaie e degli operai più avanzati e combattivi nel PMLI e grazie a loro, la crescita della sua influenza nella classe operaia, costituisce una questione cruciale della massima importanza. Dovrebbe essere sempre più chiaro che il proletariato non può essere (e non è) rappresentato politicamente dai DS, essendo diventato questo in tutto e per tutto un partito di governo di una corrente della borghesia. Allo stesso modo dovrebbe apparire chiaro che esso non è rappresentato realmente nemmeno dal PdCI e dal PRC, dal momento che questi hanno buttato a mare la "centralità operaia", hanno rinunciato a una lotta anticapitalista conseguente e hanno rinnegato la lotta per il socialismo. Quello di convincere le operaie e gli operai più combattivi e politicamente avanzati ad aderire al PMLI per prendere il posto che spetta loro, rappresenta un compito primario per tutto il Partito. Senza la conquista progressiva di questi operai, infatti, senza la formazione delle cellule nei luoghi di lavoro, nelle grandi fabbriche dell'industria anzitutto, ma anche nei settori dell'agricoltura e del pubblico impiego, non è possibile procedere realmente e in modo significativo nella Lunga Marcia politica e organizzativa e nella costruzione di un grande, forte e radicato Partito marxista-leninista. Non è possibile, di conseguenza, far salire il livello di coscienza politica delle masse, liberandole dall'influenza riformista, elettoralista, parlamentarista e partecipazionista alle istituzioni rappresentative borghesi, sviluppare la lotta di classe antigovernativa e antipadronale e avanzare nella strategia per l'Italia, unita rossa e socialista. Un modo non secondario per fare questo è mettere a confronto l'analisi, la denuncia e le parole d'ordine del PMLI da un lato e dei partiti della "sinistra" borghese nei confronti del governo Berlusconi. Nonostante che il neoduce, sin dal suo insediamento abbia proceduto come un panzer per rimettere la camicia nera all'Italia, attraverso una serie infinita di controriforme liberiste, presidenzialiste e federaliste, attraverso una gestione dell'esecutivo di stampo mussoliniano, costoro si sono ben guardati di denunciare l'avvento del regime neofascista, di denunciare Berlusconi come il nuovo Mussolini, sia pure con una veste, dei vessilli e dei metodi diversi, si sono ben guardati di svolgere una dura e coerente opposizione antifascista nelle sedi parlamentari, men che meno portare le masse sulle piazze per affossare la gravissima e pericolosissima "riforma" costituzionale, già passata in prima lettura alla Camera e al Senato, e per buttarlo giù! Questo atteggiamento opportunista e capitolardo si spiega con il fatto che anch'essi operano all'interno della seconda repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista e federalista. Berlusconi deve dimettersi Un atteggiamento opportunista e capitolardo che si è riscontrato anche a seguito delle elezioni regionali di aprile che, oltre a segnare una significativa crescita dell'astensionismo attestatosi al 33,3%, crescita taciuta vigliaccamente dai mass-media che fanno capo ad ambedue gli schieramenti elettorali, ha fatto registrare l'affermarsi della "sinistra" borghese raggruppata attorno all'Unione di Prodi nella grande maggioranza delle regioni dove si è votato, e la rovinosa sconfitta del polo di "centro-destra", in particolare di Forza fascisti di Berlusconi che perde quasi due milioni di elettori. Questi risultati elettorali, per quanto di tipo amministrativo, avevano una forte valenza politica che si è fatta sentire all'interno della maggioranza governativa, spingendo Fini di AN ad invocare le elezioni anticipate, salvo rimangiarsele subito, e Follini a ritirare i ministri e i sottosegretari dell'UDC, ad uscire dal governo e aprire la crisi per un governo Berlusconi bis. Lo stesso ha fatto, a ruota, il Nuovo-Psi di De Michelis. Il neoduce di Arcore, sfiduciato dall'elettorato, contestato da parti significative della sua maggioranza, superando il suo maestro Mussolini, ha calpestato per l'ennesima volta le regole democratico-borghesi; non si è presentato, com'era suo dovere, davanti al capo dello Stato per dare le dimissioni del governo e iniziare le procedure per fissare, anzitempo, le nuove elezioni politiche. Berlusconi, con questo atto di arroganza e di forza, che non è azzardato definire un golpe bianco, mette in pratica i poteri duceschi che la controriforma costituzionale, ancora in discussione, assegna al premier, annulla la funzione del parlamento e riduce il ruolo del presidente della Repubblica a semplice notaio. Ciampi-Vittorio Emanuele, al di là di alcune formalità per salvarsi la faccia, porta in questo delle responsabilità, non avendolo diffidato per tempo e non obbligandolo alle dimissioni. L'Unione di Prodi, compreso l'imbroglione Bertinotti, si è comportata peggio. Non ha avuto il coraggio di chiedere subito né le dimissioni né le elezioni anticipate. Di fronte al golpe bianco di Berlusconi ha aspettato inerte che costui si presentasse in parlamento; invece di appellarsi alla piazza per far rispettare le istituzioni, il parlamento e la Costituzione di cui si proclama garante. Come ci ha insegnato l'esperienza del '22, i dittatori fascisti si fermano con la mobilitazione popolare, con la lotta di classe. Non sappiamo ancora come andrà a finire il passaggio parlamentare di Berlusconi. Ma se dovesse rimanere ancora in sella, L'Unione che ne ha le forze dovrebbe immediatamente mobilitare le masse e convocare una grande manifestazione nazionale a Roma per chiedere le dimissioni del nuovo Mussolini e le elezioni anticipate a giugno. I marxisti-leninisti italiani ci saranno e faranno la loro parte. Anche i sindacati confederali si devono dare una mossa. Devono mobilitare i lavoratori senza perdere altro tempo. Le motivazioni, non solo economiche e sindacali, ma anche politiche, per proclamare un nuovo sciopero generale nazionale di 8 ore ci sono, eccome! Uniamoci per buttar giù il governo del neoduce Berlusconi, il regime neofascista e la sua Costituzione! Per l'Italia unita, rossa e socialista! Buon 1° Maggio! Viva la classe operaia italiana! Coi maestri e col PMLI vinceremo! * Responsabile della Commissione per il lavoro di massa del CC del PMLI L'articolo è stato redatto il 19 aprile 2005 |