Mai, eccetto che in Polonia, a un pontefice era stato concesso di parlare a un parlamento sovrano. Destra e "sinistra" parlamentare unite negli applausi e nei baciamano al capo della chiesa cattolica e del Vaticano
IL PARLAMENTO NERO SI INGINOCCHIA DAVANTI A WOJTYLA
Il papa ribadisce le "radici cristiane" dell'Italia e dell'Europa e invoca dallo Stato aiuti alla famiglia cattolica e alle scuole private. Silenzio sulle responsabilità del capitalismo e dell'imperialismo
BERTINOTTI E INGRAO: "NESSUN PERICOLO DI INGERENZA AI DANNI DELLO STATO LAICO"
Giovedì 14 novembre 2002, preceduta e accompagnata da un enorme clamore mediatico, si è svolta a Montecitorio, alla presenza delle Camere riunite e delle più alte cariche istituzionali della Repubblica e vaticane, la prevista visita del papa al parlamento italiano. Dopo i discorsi di saluto di Casini e Pera, il papa ha tenuto un discorso durato 46 minuti e interrotto da ben 21 applausi e un'ovazione finale. A conclusione della cerimonia il papa si è incontrato con il presidente della Repubblica Ciampi e successivamente ha ricevuto gli omaggi, ossia gli inchini e i baciamano di decine e decine tra alte cariche istituzionali presenti e passate, parlamentari e capi di partito, del governo e dell'"opposizione".
La visita papale fa seguito ad un invito formale dei presidenti dei due rami del parlamento Casini e Pera, che rinnovava un precedente invito fatto dai loro rispettivi predecessori Violante (DS) e Mancino (ora Margherita) nella scorsa legislatura, in occasione dell'80 compleanno di Wojtyla. Qual è il significato politico di questa visita? è legittimo chiederselo, perché si tratta di un evento assolutamente senza precedenti (a parte un analogo intervento di Wojtyla al parlamento polacco, il che la dice lunga), dal momento che è la prima volta che un papa prende la parola nel parlamento italiano, e non poche sono state le voci che hanno intravisto in ciò una possibile ingerenza della chiesa a danno della "laicità" dello Stato italiano.
E a ben vedere è stato proprio così, a dispetto delle rassicurazioni governative, istituzionali e perfino da parte dei leader dell'"oppo-sizione" parlamentare, secondo cui la visita non solo non ledeva minimamente la sovranità e la "laicità" dello Stato, ma addirittura avrebbe storicamente sanato e chiuso la frattura apertasi con la breccia di Porta Pia. Tant'è che pochissimi parlamentari hanno disertato la cerimonia: per la maggioranza solo il repubblicano Giorgio La Malfa. Tra i pochi dell'"opposizione" Armando Cossutta, che però ha precisato di farlo a titolo strettamente personale e a causa dell'"eccessiva ridondanza dell'avvenimento", pur ribadendo il "massimo rispetto" per "la persona di Karol Wojtyla e per la funzione altissima di Giovanni Paolo"; oltre a un gruppo di deputate di Rifondazione, DS e PdCI, che hanno disertato l'evento per riaffermare il principio della "separazione tra confessione religiosa e istituzioni", ma precisando anche loro di non voler mettere in discussione l'invito al papa "né tantomeno la persona ed il ruolo del Pontefice".

LE "SPECIALI" ATTENZIONI PER L'ITALIA
In realtà Wojtyla, lungi dal venire in parlamento per riconoscerne la piena sovranità negli affari dello Stato italiano e delimitare il ruolo della chiesa solo al campo strettamente spirituale, ha fatto esattamente il contrario, ribadendo orgogliosamente e punto per punto le posizioni e le ricette su tutte le principali questioni etiche, politiche e sociali che ha messo al centro del suo pontificato, e per di più ricevendo gli applausi e le ovazioni unanimi dell'intera aula. Di fatto ha utilizzato questa occasione offertagli su un piatto d'argento per riconfermare di considerare il popolo e lo Stato italiani, per le note ragioni storiche e pratiche, come entità "speciali", soggette ancora in larga misura alla tutela e all'influenza etica, morale e quindi politica, della chiesa cattolica e del Vaticano.
è questo infatti che emerge neanche tanto larvatamente dal suo discorso accuratamente preparato assieme al presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Ruini. Ed emerge in particolare fin dalle premesse iniziali, laddove ha ripetutamente esaltato i legami storici tra l'Italia e il cristianesimo, sottolineando "le tracce gloriose che la religione cristiana ha impresso nel costume e nella cultura del popolo italiano", il "profondo legame esistente tra la Santa Sede e l'Italia", che ha resistito alle "vicissitudini e alle contraddizioni della storia", e "l'identità sociale e culturale dell'Italia e la missione di civiltà che essa ha adempiuto ed adempie in Europa e nel mondo", che "ben difficilmente si potrebbero comprendere al di fuori di quella linfa vitale che è costituita dal cristianesimo".
Per inciso, lo stesso concetto lo ha esteso più avanti all'intera Europa, rallegrandosi dell'imminente inglobamento nella Ue imperialista dei paesi dell'Est europeo e spronando l'Italia a premere affinché nella futura Costituzione europea si faccia esplicito riferimento alle "radici cristiane" del vecchio continente: "Vorrei anche in questo nobile consesso - ha esclamato infatti Wojtyla a questo punto - rinnovare l'appello che in questi anni ho rivolto ai vari Popoli del Continente: `Europa, all'inizio di un nuovo millennio, apri ancora le tue porte a Cristo"'.
Tornando all'Italia, le premesse sulle sue "radici cristiane" gli sono servite per mettere in guardia, citando le sue encicliche "Veritatis splendor" e "Centesimus annus", dal "rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità", dimodoché "una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia": chiara allusione questa al socialismo e al comunismo, tant'è che su questo passaggio ha sollevato un vero e proprio tifo da stadio dai banchi della destra fascista e neofascista, e lo stesso neoduce Berlusconi, nel saluto di commiato, ha voluto ringraziarlo particolarmente per quel passaggio.
Su questa scia Wojtyla ha continuato puntando il dito sull'"altra grave minaccia" della "crisi delle nascite", invocando una "netta inversione di tendenza" attraverso politiche di sostegno alla "famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, secondo il dettato della stessa Costituzione della Repubblica Italiana"; cioè alla famiglia intesa in senso strettamente cattolico e mussoliniano, eterosessuale, indissolubile e prolifica, fondata sulla sottomissione e la schiavitù domestica delle donne. Cosiccome ha invocato uno "sviluppo della scuola in un sano clima di libertà", rivendicando implicitamente con ciò la nota richiesta della parità e del finanziamento alle scuole private. Un particolare significativo, a tal proposito, è quello della carezza che Wojtyla ha ostentatamente elargito alla ministra dell'Istruzione, Letizia Moratti, durante la cerimonia dei baciamano finali. Trattamento riservato non a caso solo a lei e all'ex papessa vandeana Irene Pivetti.

IPOCRISIA E PANNICELLI CALDI
Su altri temi che ha citato, come l'invadenza sociale dei grandi mezzi di comunicazione, la disoccupazione, l'emarginazione sociale, in particolare degli immigrati, i pericoli di guerra, Wojtyla si è limitato a riproporre i soliti pannicelli caldi della chiesa, basati sulla solidarietà e la carità cattoliche, guardandosi bene dal denunciare cause e responsabilità di questi flagelli: cause che risiedono nel monopolio dell'informazione (vedi il suo pupillo Berlusconi), nel sistema di sfruttamento capitalistico, nel razzismo, nel neocolonialismo e nell'imperialismo.
In particolare, per quanto riguarda i temi della pace e della guerra, nella sua genericità e ambiguità di argomentazioni, il papa ha trovato il modo di accreditare in qualche maniera la dottrina della "guerra preventiva" di Bush, citando come unica causa esplicitamente riconosciuta dei conflitti internazionali non già l'imperialismo, il neocolonialismo, il sionismo e il razzismo, bensì il "terrorismo internazionale con la nuova e terribile dimensione che ha assunto, chiamando in causa in maniera totalmente distorta anche le grandi religioni". Poco importa, in questo quadro, che poi Wojtyla abbia fatto un generico appello a non lasciarsi "imprigionare da una logica di scontro che sarebbe senza soluzioni", e che la rimbambita "opposizione" parlamentare, da Bertinotti all'Ulivo, ha interpretato come un "pronunciamento chiaro" contro l'incombente guerra all'Iraq, tributando una convinta ovazione al papa.
Quello stesso spirito vergognosamente capitolazionista e compiacente verso l'invadente quanto ipocrita e reazionaria politica di Wojtyla, che ha fatto scrivere all'imbroglione neorevisionista e trotzkista Bertinotti, su "Liberazione" del 14 novembre scorso, che "noi non siamo fra coloro che non approvano o contestano la visita in parlamento di Karol Wojtyla proprio perché abbiamo convinzioni profonde sulla laicità dello Stato"; e che gli ha fatto dire, a commento della cerimonia e confessando una certa "emozione", di aver visto "un testimone del proprio tempo, con il suo carico di sofferenza e di speranza. La dimensione umana del Papa è quella del missionario di Dio e da un non credente come me, questo viene guardato con rispetto".
Ancor più sbalorditivo, se possibile, al limite del vaneggiamento, è stato il commento su "Liberazione" del 15 novembre della trotzkista Rina Gagliardi, che se la prende con quei "più d'uno e d'una a sinistra" che hanno visto la visita del papa come un'ingerenza e li rimbecca sentenziando che questo pericolo non esiste, in quanto "questo papa spiritualista, antiprogressista, antimoderno, non è più un grande uomo di potere: è un vecchio sofferente, che cammina a passi lentissimi curvando sempre la schiena, che parla a fatica dei drammi del mondo, non ascoltato da nessuno, e in particolare dai potenti della Terra". Addirittura, secondo lei, la sua "critica reazionaria (da `destra' se vogliamo usare categorie semplici e un po' banalizzanti) del capitalismo e della globalizzazione è lontana dalla nostra, ma è certo una critica non banale, che va in controtendenza. A suo modo, insomma, questo papa è un no global".
Infine, a completamento del quadro, lo stesso atteggiamento opportunistico, miope e arrendevole del segretario del PRC è stato espresso dal suo vecchio maestro trotzkista, Pietro Ingrao, che ha così giustificato la sua partecipazione alla cerimonia: "Non mi lascerei fermare dalla paura di ingerenze. Certamente in Italia, e anche in anni non lontani, l'ingerenza del Papa nella vita politica c'è stata, e pesante. Ma vorrei ricordare che questo non ha impedito a molti di noi comunisti, additati come diavoli dell'inferno, di cercare intensamente il dialogo con figure altissime del pensiero cattolico".