In Emilia-Romagna affluenza al 38% per i 5 referendum

Dal corrispondente del PMLI per l'Emilia-Romagna
I 5 referendum dell’8 e 9 giugno che toccavano i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e quelli di cittadinanza non hanno purtroppo raggiunto il quorum del 50% per sanzionarne la validità, fermandosi a livello nazionale al 30,5% dei votanti.
Col 38% di votanti l’Emilia-Romagna è stata la seconda regione con più affluenza, subito dietro alla Toscana col 39,1%; il 50% è stato superato solo nel comune bolognese di Anzola Emilia (50,16%) e in quello reggiano di Fabbrico (52,86%). Bologna e Reggio Emilia sono state anche le province della regione dove si è votato di più, senza però raggiungere il 50%.
Il risultato per ogni referendum è stato in linea con quello a livello nazionale, con i Sì che hanno vinto con quasi il 90% delle preferenze nei primi 4 e circa il 65% in quello sulla cittadinanza.
Risultati simili tra i Comuni di Forlì, dove ha votato il 37%, e di Cesena dove ha votato il 39%, con i risultati di ogni referendum in linea con quelli nazionale e regionale.
Come ha correttamente commentato il PMLI “Un'importante occasione per abrogare leggi che favoriscono la precarietà, che ledono i diritti e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, è andata persa”, ma mentre i marxisti-leninisti hanno partecipato alla campagna referendaria coscienti del fatto che questi costituivano uno strumento in più, ma non certo il più importante, nella lotta di classe contro il governo neofascista Meloni e il regime capitalista e neofascista, anche per via della giusta disaffezione delle masse lavoratrici e popolari verso le urne borghesi, dettata sia dal disgusto verso le istituzioni borghesi e i partiti che le sorreggono, e al tradimento da parte di questi dei referendum che nel passato pure avevano vinto oltrepassando il necessario quorum.
A risultare completamente fallita è stata la strategia della Cgil di Landini, che dopo essere stato duramente attaccato dopo aver invocato la “rivolta sociale” allo sciopero generale dello scorso 29 novembre, per poi fare molti passi indietro e tranquillizzare la borghesia sulle intenzioni riformiste della Cgil, ha lanciato i referendum con lo slogan “Il voto è la nostra rivolta”, il che vuol dire che col non raggiungimento del quorum ai referendum la “rivolta” di Landini è già terminata.
Per il PMLI si trattava invece solo di una tappa, nella strada della lotta di classe, verso la rivolta vera, di piazza e di massa, per raggiungere la quale occorre lavorare per convincere i milioni del Sì e le astenute e gli astenuti elettorali di sinistra che per cambiare l'Italia ci vuole il socialismo e il potere politico del proletariato.

18 giugno 2025