In Italia salari in picchiata e i più bassi nei paesi Ocse
-7,5% nel 2025 rispetto al 2021
I tentativi della propaganda del governo neofascista della Meloni di spacciare l'esistenza di un Paese “in salute” dove le lavoratrici e i lavoratori, con le loro famiglie, stanno beneficiando di una fantomatica ripresa economica, si infrangono ogni volta contro la cruda realtà dei numeri e delle statistiche che ci dicono l'esatto contrario.
Stavolta è l'Ocse a certificare per l'ennesima volta che i salari italiani sono agli ultimi posti non solo in Europa, ma lo sono anche tra tutti i 38 stati che fanno parte dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che raggruppa anche una decina di stati extraeuropei come Usa, Australia, Cile, Corea del Sud ed altri. E non stiamo parlando di valori astratti, influenzati dalle diverse divise monetarie e costi della vita, ma del potere d'acquisto in termini reali dei salari.
I lavoratori e le masse popolari lo stanno provando tutti i giorni sulla loro pelle e non avevano bisogno di questa ulteriore conferma per capire che con le loro entrate si acquistano sempre meno beni, specie quelli di prima necessità, il cosiddetto carrello della spesa, che aumenta di più dell'inflazione media. Una situazione che dura da lungo tempo: sono almeno 25 anni che i salari italiani stanno progressivamente perdendo il loro valore.
Ma anche rimanendo agli anni più recenti, come quelli presi in considerazione dal rapporto Employment Outlook dell'Ocse, questi ci dicono che all'inizio del 2025 nel nostro Paese gli stipendi continuano ad andare in picchiata, facendo registrare un -7,5% rispetto al 2021. “L'Italia ha registrato il maggior calo dei salari reali di tutte le principali economie dell’Ocse”, si legge nel rapporto. Un vero e proprio smacco per il governo Meloni, visto che nella maggior parte del quadriennio preso in considerazione è stato in carica il suo esecutivo.
Gli esponenti della maggioranza parlamentare cercano si mischiare le carte ripetendo come un disco rotto che nell'ultimo anno c'è stato un parziale recupero, come in effetti è avvenuto, ma che non ha niente a che fare con l'operato del governo. Questa piccolissima ripresa del potere d'acquisto dei salari è dovuta in larghissima parte ai rinnovi di molti contratti nazionali di lavoro. Rinnovi dove i sindacati, dopo anni di elemosine, a causa della fiammata inflazionistica degli ultimi anni, hanno chiesto e in molti casi ottenuto, aumenti (nei tre anni di vigenza) tra i 200 e i 300 euro mensili, ma nei settori privati. Invece nella pubblica amministrazione, ovvero dove la controparte è rappresentata dal governo, in quei pochi contratti firmati (ad esempio il comparto Funzioni Centrali), gli aumenti sono rimasti ben al di sotto dell'inflazione reale e prevista.
Il futuro non riserva granché: il rapporto prevede che in Italia nei prossimi 2 anni i salari nominali cresceranno ma meno degli altri Paesi. E l’inflazione continuerà a erodere i salari reali. Per quanto riguarda il presente sono confermati tutti i dati negativi che caratterizzano il nostro Paese: tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (62,9% rispetto al 70,4% nel primo trimestre del 2025), sotto la media anche l'occupazione femminile e giovanile.
Infine un dato relativamente recente: il gap salariale non è forte solo tra i generi (a discapito delle donne), ma anche tra generazioni, con un ribaltamento rispetto al passato nel rapporto tra anziani e giovani. Se nel 1995 i secondi guadagnavano in media l’1% in più rispetto ai primi, nel 2025 gli anziani sono arrivati a guadagnare il 13,8% in più dei giovani.
16 luglio 2025