Come si evince da questo reportage sullo sfruttamento del lavoro all’interno e all’esterno della Cina nel 2024
Il supersfruttamento nella Cina capitalista di Xi Jinping
Un inferno per i lavoratori. I casi emblematici di Serbia e Indonesia

Con la quasi totalità dei partiti e organizzazioni italiani nominalmente comunisti ci siamo trovati più volte a discutere pubblicamente e in privato sull’attuale natura della Cina, da costoro palesemente accreditata come un paese socialista che ha tutto l’interesse a garantire la pace e a impedire la guerra, sia su scala regionale, che ancor di più su scala mondiale. Una visione antistorica, che cozza con l’attuale situazione economica, sociale e politica, che mira cioè a negare che dopo la morte di Mao e la salita al potere della cricca revisionista di Deng Xiaoping, in quel glorioso Paese è stato restaurato il capitalismo e che oggi la Cina capitalista del nuovo imperatore Xi Jinping ha ormai raggiunto lo stadio imperialista. Una potenza imperialista che però si nasconde dietro simboli socialisti, ovvero una potenza socialimperialista.
Se le parole hanno un senso, come può chiamarsi socialista un sistema economico basato sul libero mercato e lo sfruttamento capitalistico? Chi è al potere in Cina, la borghesia o il proletariato? Il potere risiede nella struttura economica, ed essendo questa struttura di tipo capitalista, perché sappiamo che è basata sulla proprietà privata e il libero mercato, mentre il proletariato è sfruttato come e più che in un qualsiasi altro paese capitalista, il potere reale non può che essere in mano alla classe borghese; sia pure, ma non soltanto, vedi i grandi finanzieri miliardari di statura internazionale che anche in Cina non mancano, sotto le sembianze di un'oligarchia burocratica che controlla lo Stato e il partito. Il fatto che sia il Partito Comunista Cinese a controllare l'economia non garantisce affatto che tale economia possa chiamarsi socialista, se questo partito di comunista ha conservato solo il nome come un paravento per ingannare le masse ed è in realtà in mano alla borghesia.
Costoro fingono altresì di ignorare l'impressionante accelerazione dell'espansionismo del socialimperialismo cinese, in competizione con l'imperialismo americano per l'egemonia mondiale, sia a livello regionale nel Pacifico meridionale, sia a livello globale con la sua penetrazione economica (ma anche militare, vedi la base di Gibuti) in Africa e in America Latina. Per non parlare del gigantesco progetto della “Nuova Via della Seta” ed altri accordi economici, commerciali e finanziari, tramite i quali è sbarcato anche sul continente europeo e in Italia.
 
UN QUADRO ECONOMICO E SOCIALE INTERNO DESOLANTE
Il panorama economico cinese di fine 2024 dipinge un quadro desolante. Non lo diciamo noi, ma fonti autorevoli come China Digital Times, RFI, VOA Chinese, Shenzhen Micro Time, Labor Info, BBC Chinese, Xinhua, nello specifico, le testimonianze di lavoratori e giovani qui pubblicate provengono da Shenzhen Micro e Labor Info, due testate online particolarmente attente agli aspetti sociali e del lavoro. Questo all’interno sul piano economico e sociale, mentre su quello politico rileviamo da tutte le testimonianze di partiti, gruppi , organizzazioni e singoli cinesi con cui siamo in contatto, una sempre più marcata repressione dei marxisti-leninisti maoisti e seguaci di Mao, messi al bando dalla dittatura fascista. All’esterno lo sfruttamento imperialista attraverso la “Nuova Via della seta” e gli altri canali di espansione della superpotenza cinese.
La narrazione della “ascesa inarrestabile” della Cina, pilastro della propaganda del Partito Comunista negli ultimi decenni, si sta sgretolando sotto il peso di una realtà sempre più difficile da nascondere. Il rallentamento economico sta facendo emergere le contraddizioni di un sistema che ha basato la propria sopravvivenza sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro e sulla repressione del dissenso. Fabbriche che chiudono, imprenditori che fuggono, lavoratori che tornano ai villaggi d’origine, e un’ondata crescente di disperazione che si manifesta persino in tragici gesti estremi. Le strade una volta brulicanti di attività sono ora desolatamente vuote, con interi edifici di uffici abbandonati e centri commerciali deserti. Solo nel terzo trimestre del 2024, sono stati registrati 937 eventi di protesta, con un aumento del 27% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tre quarti di questi episodi riguardavano salari non pagati, progetti abitativi incompiuti ed espropri di terreni. La frustrazione sociale sta assumendo forme sempre più preoccupanti. Una serie di attacchi mortali negli scorsi mesi – tra cui accoltellamenti e attacchi con veicoli contro la folla – ha allarmato funzionari e cittadini comuni, suggerendo un legame tra la stagnazione economica e l’aumento della violenza. In risposta, il Partito ha dispiegato truppe paramilitari per proteggere le scuole in diverse città, mentre a Foshan, nel sud del paese, numerosi istituti scolastici hanno installato barriere di cemento e metallo per prevenire attacchi con veicoli.
Molti imprenditori addirittura fuggono con conseguenze devastanti per i lavoratori. A Guangzhou, il settore dell’abbigliamento ha visto la chiusura di numerose fabbriche, con metà della forza lavoro costretta a tornare nei luoghi d’origine. Lo stesso sta accadendo a Wuhan. La crisi ha evidenziato le profonde contraddizioni del modello di sviluppo cinese, in particolare nel settore tecnologico e manifatturiero. La cultura del lavoro “996” – lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni alla settimana – è diventata il simbolo di un sistema sempre più insostenibile.
Il caso di Zhang Jun, un tecnico specializzato in una fabbrica del settore automobilistico, è emblematico. Con uno stipendio base di appena 2.000 yuan (circa 263 euro), Zhang è costretto a fare straordinari estenuanti per arrivare a uno stipendio vivibile di 6.000 yuan (790 euro). “Il 70% del mio reddito viene dagli straordinari”, spiega. “Con un salario base così basso, non abbiamo scelta se non accettare orari di lavoro estremamente lunghi.”
Ma ora anche questo precario equilibrio sta vacillando. Paradossalmente, i lavoratori sono costretti a non temere tanto il sovraccarico di lavoro quanto la sua mancanza. “Se l’azienda limita gli straordinari”, spiega un operaio di BYD a Wuxi, “il nostro reddito crolla a circa 4.000 yuan (527 euro) al mese, una cifra con cui è impossibile sopravvivere in una città come questa.”
La crisi del settore immobiliare, un tempo motore della crescita cinese, ha innescato un effetto domino sull’intera economia. Secondo dati recenti, il mercato immobiliare cinese ha visto una contrazione senza precedenti, che ha colpito non solo le grandi aziende di costruzioni ma tutto l’indotto, dai fornitori di materiali agli studi di design. Di fronte a questo scenario economico sempre più cupo, un nuovo fenomeno sociale sta emergendo in Cina: i “quanzhizi”, letteralmente “figli e figlie a tempo pieno”. Alla fine del 2022, è stato creato su Douban un gruppo chiamato “Centro di scambio del lavoro per figli a tempo pieno”, che ha rapidamente raggiunto oltre 4.900 membri. È la risposta di una generazione che, trovandosi di fronte a un mercato del lavoro ostile, sceglie di tornare a vivere con i genitori, scambiando lavoro domestico e compagnia per il sostentamento economico.
La storia di Sarah, 28 anni, laureata in inglese, illustra le complessità di questa scelta. Dopo la laurea magistrale, ha tentato di diventare insegnante in una scuola pubblica. “Nel 2021, il governo ha imposto un giro di vite al settore dell’istruzione privata. Con l’epidemia e la crisi economica, i datori di lavoro hanno iniziato a ridurre i costi e ad aumentare l’efficienza, mentre il numero di laureati continua a crescere”, spiega. “Vedo la svalutazione dei titoli di studio e una competizione estremamente feroce. In inglese, mezzo punto in meno può significare una differenza enorme nella graduatoria.”
Di fronte a questo fenomeno, la reazione delle autorità cinesi è stata ambivalente. A luglio 2023, dopo sei mesi consecutivi di aumento della disoccupazione giovanile, il governo ha smesso di pubblicare i dati relativi, per riprenderli solo nel gennaio 2024 con una metodologia modificata che esclude gli studenti dal conteggio. Ma i numeri reali potrebbero essere ben più allarmanti di quelli ufficiali. La professoressa Zhang Dandan dell’Istituto di Sviluppo Internazionale dell’Università di Pechino stima che il tasso di disoccupazione giovanile dovrebbe includere i 16 milioni di giovani che sono diventati “figli a tempo pieno” o dipendono dai genitori. Secondo questi calcoli, il tasso reale potrebbe raggiungere il 46,5%, molto più alto delle cifre ufficiali.
La censura si è intensificata anche nel settore dell’analisi economica. Di recente, i censori di internet hanno eliminato i discorsi di due economisti cinesi dopo che erano diventati virali. Uno di loro, Gao Shanwen, economista capo presso SDIC Securities, aveva descritto un fenomeno che definiva come ‘anziani vivaci, giovani senza vita e persone di mezza età senza speranza’, evidenziando come le province con popolazioni più giovani mostrassero una crescita dei consumi più debole rispetto alle regioni con residenti più anziani.
In risposta, il governo ha sviluppato strategie alternative, come il “premio alla lumaca” – un sistema che premia i progressi graduali e costanti invece dei risultati immediati. Come spiega un articolo dell’agenzia di Stato Xinhua del giugno 2023, questo approccio “riflette il cambiamento nelle aspettative di carriera dei giovani, che non sono più focalizzati solo sul reddito, ma cercano anche realizzazione personale nel lavoro.”
Nel frattempo, i giovani stanno sviluppando strategie di adattamento sempre più varie. Wen Ting, per esempio, ha finalmente trovato lavoro a Hangzhou, ma in un ruolo completamente diverso da quello per cui ha studiato. “Invece di fare la designer d’interni, gestisco account sui social media”, racconta. “Il lavoro è ‘nove-sei’ [dalle 9 alle 18], ma spesso diventa ‘nove-otto’. All’inizio non riuscivo ad accettare di avere un solo giorno libero a settimana, ora mi ritrovo a fare straordinari volontari. Mi sono ‘schiavizzata’, come diciamo noi.” Con uno stipendio che le permette a malapena di coprire le spese base, Wen Ting riceve ancora supporto dai genitori, che le inviano regolarmente medicine tradizionali e integratori, preoccupati per la sua salute. “Ogni volta che prendo questi rimedi, penso: non solo non guadagno abbastanza, ma devo anche prendere integratori per sostenere il ritmo di lavoro per cui vengo sottopagata”.
Ciò che emerge da queste storie è il quadro di una profonda trasformazione sociale. I risparmi accumulati dalla generazione dei genitori durante il boom economico – che nel 2013 avevano reso la Cina il paese con il più alto tasso di risparmio al mondo – stanno fungendo da ammortizzatore sociale per una generazione di giovani che si trova ad affrontare prospettive economiche radicalmente diverse. Un recente sondaggio tra giovani tra i 20 e i 30 anni nelle città di primo e secondo livello rivela che oltre il 70% ha risparmi inferiori a 100.000 yuan (13.174 euro). In un altro sondaggio, solo il 39% dei cinesi considera la propria situazione finanziaria migliore rispetto a cinque anni fa, un crollo rispetto al 77% del 2014.
La piattaforma China Dissent Monitor, gestita dal gruppo Freedom House con sede a Washington, ha monitorato oltre 7.000 casi di disordini pubblici in Cina negli ultimi due anni e mezzo. Di questi, più del 46% erano legati a proteste dei lavoratori e oltre un quarto coinvolgeva proprietari di immobili. Nell’ottobre 2024, la piattaforma ha registrato 435 proteste, il numero mensile più alto da quando ha iniziato a tracciare questi dati, con un significativo aumento delle proteste legate al settore immobiliare.
 
LO SFRUTTAMENTO DELLA MANODOPERA ALL’ESTERNO
Se drammatica appare la situazione all’interno della Cina, non va meglio all’esterno. Morti sul lavoro, passaporti confiscati, salari da fame, orari estenuanti, sorveglianza continua e repressione sindacale. Dalle fabbriche cinesi in Serbia e Indonesia emerge un modello sistematico di violazione dei diritti dei lavoratori che si ripete negli altri paesi della Belt and Road Initiative, le cosiddette “nuove vie della seta”. La retorica di Pechino sulla “cooperazione win-win” nasconde una nuova forma di colonialismo industriale.
Il complesso industriale di Morowali, nell’Indonesia orientale, è una megalopoli industriale che ha trasformato radicalmente il volto di questa regione remota. Su un’area di 4.000 ettari – equivalente a quasi 6.000 campi da calcio – questo titanico sito di lavorazione del nichel impiega oltre 84.000 lavoratori, una città nella città dominata dalle ciminiere delle acciaierie e dal rumore incessante della produzione. Il complesso, controllato dal colosso cinese Tsingshan Holding Group, ospita circa 50 aziende, la maggior parte delle quali sono sue sussidiarie, impegnate nella produzione di nichel e acciaio inossidabile. Un impero industriale alimentato da centrali elettriche a carbone costruite appositamente, che hanno trasformato quello che era un territorio vergine in uno dei più grandi poli siderurgici al mondo. Dal 2020, quando l’Indonesia ha vietato l’esportazione di minerale grezzo di nichel, Morowali è diventato il centro nevralgico della produzione mondiale di questo metallo essenziale per le batterie dei veicoli elettrici e per l’acciaio inossidabile.
In Serbia, le due principali realtà produttive cinesi presentano caratteristiche simili, seppur su scala minore. La Zijin Mining Group, che gestisce due miniere di rame – una a Bor e l’altra a Cukaru Peki – ha prodotto 240.000 tonnellate di rame nel 2023, diventando il secondo produttore europeo. L’azienda ha acquisito nel 2018 la miniera di Bor, storicamente in perdita, trasformandola in sei mesi in una delle aziende più redditizie della Serbia, a un prezzo umano che emerge dalle testimonianze dei lavoratori. Solo nel gennaio 2024, la Cina ha investito 2,18 miliardi di dollari per la costruzione di un parco eolico, un impianto solare e un impianto a idrogeno destinati ad alimentare le operazioni della miniera di rame di Bor.
La fabbrica di pneumatici Linglong a Zrenjanin, inaugurata nel 2021, rappresenta un altro esempio emblematico. Con una capacità produttiva prevista di 13,6 milioni di pneumatici all’anno, l’impianto è stato costruito grazie a generosi sussidi statali serbi, in un’area dove le normative ambientali e del lavoro sembrano essere state sistematicamente ignorate.
Questi complessi industriali sono solo la normalità di un fenomeno molto più vasto, osserva China Labor Watch. Dal Kazakhstan al Pakistan, dall’Africa all’America Latina, le aziende cinesi replicano lo stesso modello: investimenti massicci in aree economicamente depresse, dove la disperazione dei lavoratori locali e la debolezza delle istituzioni permettono di imporre condizioni di lavoro che sarebbero impensabili in altri contesti.
Il 25 ottobre 2024, scrive il Financial Times, un’esplosione ha squarciato il silenzio della fabbrica Dexin Steel Indonesia nel complesso di Morowali. Un operatore di gru, Gunawan, è rimasto intrappolato tra le fiamme mentre i colleghi gridavano disperati “C’è qualcuno dentro!”. Gunawan non ce l’ha fatta. È solo una delle nove vittime registrate negli impianti di nichel indonesiani nel 2024.
Ma gli incidenti mortali sono solo la punta dell’iceberg. Il personale medico della clinica interna a Morowali riferisce di “incidenti quasi quotidiani”. Dal 2015 al primo semestre del 2024, le strutture per il nichel in Indonesia hanno registrato 114 incidenti, con 101 morti e 240 feriti. Quasi la metà di questi decessi è avvenuta a Morowali. Solo nel primo semestre del 2024, Trend Asia ha documentato cinque incidenti a IMIP e dodici in altri impianti indonesiani, con otto morti e 63 feriti.
Il caso più grave è avvenuto nel 2023 alla Indonesia Tsingshan Stainless Steel, dove un’esplosione ha ucciso 21 lavoratori – la peggiore tragedia nella storia del parco industriale. L’indagine governativa ha rivelato “forti indicazioni di violazioni delle procedure operative standard e negligenza nell’applicazione degli standard di sicurezza industriale”.
La situazione nelle fabbriche serbe rispecchia lo stesso modello. Alla Zijin Mining, i lavoratori denunciano l’assenza totale di limiti ai tempi di lavoro. I turni di 12 ore, sei giorni alla settimana, sono la norma. Un ex dipendente della Ruipu Nickel & Chrome Alloy mostra cicatrici da ustioni che coprono le braccia: “Lavoravo ai forni senza protezioni adeguate. Il salario non compensava minimamente i rischi.”
Ciò che rende la situazione ancora più grave è il sistema di insabbiamento degli incidenti. “Segnalare gli incidenti sul lavoro viene considerato come divulgare segreti aziendali”, riferisce un dipendente della ITSS. I lavoratori vengono penalizzati economicamente se denunciano gli incidenti, con decurtazioni dello stipendio o “lettere di avvertimento”. I lavoratori vengono frequentemente spostati tra diverse aziende senza adeguata formazione sulle specifiche procedure di sicurezza del nuovo posto di lavoro.
Il sistema di controllo dei lavoratori nelle fabbriche cinesi all’estero presenta caratteristiche che rientrano nella definizione di lavoro forzato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). La confisca dei passaporti, pratica universalmente condannata come violazione dei diritti umani, è sistematica sia in Serbia che in Indonesia.
Alla Linglong Tire Factory in Serbia, il 100% dei lavoratori immigrati intervistati da China Labor Watch tra luglio e ottobre 2024 ha subito il sequestro del documento di identità. La procedura è standardizzata: all’arrivo, i passaporti vengono immediatamente requisiti con la scusa della “custodia” o di “pratiche amministrative”. Per riaverli, i lavoratori dovrebbero versare una cauzione, ma nessuno degli intervistati ne conosce l’importo esatto, e nessuno ha mai osato chiederlo. Solo i lavoratori dello Zambia, consapevoli dell’illegalità della pratica, sono riusciti a mantenere il possesso dei propri documenti.
Il controllo si estende agli spazi abitativi. I lavoratori cinesi, che costituiscono circa il 13% della forza lavoro a Morowali e una percentuale significativa in Serbia, vivono in dormitori all’interno dei complessi industriali, in condizioni che ricordano più un campo di lavoro che un alloggio dignitoso. A Bor, in Serbia, dopo che un lavoratore cinese è stato trovato privo di sensi per strada, l’intera forza lavoro cinese è stata confinata all’interno del complesso minerario per settimane, con il pretesto di un “timeout di sicurezza”.
La sorveglianza è pervasiva e sofisticata. A Zrenjanin, durante le interviste con i lavoratori nel centro città – nel loro giorno libero – un supervisor in bicicletta si è immediatamente avvicinato per monitorare la conversazione. I lavoratori si sono dispersi rapidamente, visibilmente intimoriti.
La libertà di movimento è drasticamente limitata, soprattutto per i lavoratori cinesi. Chi non rispetta le regole o non raggiunge gli obiettivi di produzione subisce punizioni immediate. Un lavoratore della Linglong racconta: “Hanno cambiato il mio alloggio perché ho lavorato meno di 26 giorni questo mese. Ora vivo all’inferno, dove stanno i cani.” Il trasferimento in alloggi peggiori è una forma comune di punizione.
Il controllo si estende anche alla vita privata dei lavoratori. L’uso dei telefoni cellulari durante il lavoro è vietato, ufficialmente per ragioni di sicurezza, ma in realtà per impedire la documentazione delle condizioni di lavoro. I contatti con l’esterno sono scoraggiati, e chi viene sorpreso a parlare con giornalisti o attivisti rischia il licenziamento immediato.
Il sistema di reclutamento dei lavoratori migranti rivela un meccanismo studiato per creare dipendenza e vulnerabilità. Per ottenere il lavoro, molti devono pagare alle agenzie di reclutamento somme esorbitanti, che vanno da 1.400 a 4.800 dollari – fino a un anno e mezzo di stipendio. Questi debiti creano una forma moderna di servitù, costringendo i lavoratori ad accettare qualsiasi condizione pur di ripagare il prestito.
La composizione della forza lavoro è strategicamente diversificata per evitare la formazione di gruppi coesi. A Morowali, accanto ai lavoratori indonesiani, ci sono contingenti dalla Cina, dal Vietnam e da altri paesi asiatici. In Serbia, nelle fabbriche Zijin e Linglong lavorano serbi, cinesi, ma anche indiani, nepalesi e zambiani. Questa frammentazione, unita alle barriere linguistiche, rende difficile qualsiasi forma di organizzazione collettiva.
Lo stato di precarietà è aggravato dall’incertezza sui permessi di lavoro. Alla domanda se abbiano un permesso valido, molti lavoratori rispondono affermativamente, ma non sono in grado di mostrare alcuna documentazione. Un lavoratore ha raccontato che il suo datore di lavoro gli aveva detto che aveva un visto di lavoro, ma quando c’è stata un’ispezione ha scoperto che il suo visto era scaduto e che il suo datore di lavoro non ne aveva richiesto il rinnovo. Di conseguenza, gli è stata comminata una multa di 360 dollari.
Il sistema retributivo è strutturato per massimizzare lo sfruttamento. Lo stipendio di base in Serbia è di circa 240 dollari al mese, appena sopra il minimo legale. Ma questo viene eroso da un complesso sistema di penalità e trattenute. Gli straordinari, praticamente indispensabili se si vuole sopravvivere, spesso non vengono pagati. I lavoratori sono costretti a turni di 12 ore, sei giorni alla settimana (circa 26 giorni al mese), ma le 4 ore giornaliere di straordinario non vengono retribuite.
Alla Linglong, i nuovi assunti hanno dovuto aspettare due mesi prima di ricevere il primo stipendio. “Da quando sono arrivato a luglio, ho ricevuto solo 8 giorni di paga”, racconta un lavoratore intervistato a metà settembre. Il ritardo nei pagamenti è un’altra forma di controllo: senza stipendio, i lavoratori non possono permettersi di cercare altre opportunità.
La mancanza di copertura sanitaria è un altro aspetto critico. “Non abbiamo assistenza medica, se ti ammali devi comprare le medicine da solo”, spiega un lavoratore della Zijin. Gli infortuni sul lavoro, frequenti date le scarse misure di sicurezza, possono tradursi in catastrofi economiche per i lavoratori, che devono sostenere personalmente le spese mediche.
Lo sfruttamento sistematico dei lavoratori è reso possibile da un complesso sistema di accordi bilaterali che di fatto creano zone franche dove le leggi sul lavoro locali sono sospese. L’esempio più eclatante è l’accordo del 2018 tra Serbia e Cina, che sospende l’applicazione delle leggi sul lavoro serbe per i lavoratori cinesi nei primi cinque anni del loro soggiorno: durante tale periodo ai lavoratori viene applicato il diritto del lavoro cinese. Una clausola particolarmente grave dell’accordo stabilisce che gli ispettori del lavoro serbi non sono autorizzati a controllare i contratti dei lavoratori cinesi né a verificare se vengono pagati.
Questa zona grigia legale si estende di fatto anche ai lavoratori non cinesi. La maggior parte di loro si trova in un limbo burocratico: anche nel loro caso i permessi di lavoro vengono promessi ma mai concretizzati, creando una condizione di costante ricattabilità. L’assenza di documenti in regola impedisce loro di accedere alle tutele previste dalla legge serba sul lavoro, creando una massa di lavoratori di fatto privi di diritti.
In Indonesia, la situazione non è migliore. Il governo ha modificato le leggi per facilitare gli investimenti cinesi, allentando le normative ambientali e del lavoro. Il ministero del Lavoro indonesiano non ha fornito dati sugli incidenti negli impianti di nichel, nonostante le ripetute richieste, suggerendo una volontà di non interferire con le operazioni delle aziende cinesi.
Particolarmente preoccupante è la sistematica repressione dell’attività sindacale. In Serbia, i lavoratori che si iscrivono ai sindacati subiscono immediate ritorsioni. “Mi hanno vietato gli straordinari quando hanno scoperto che mi ero iscritto al sindacato”, racconta un lavoratore della Linglong. La sorveglianza costante e le intimidazioni creano un clima di paura che scoraggia qualsiasi forma di organizzazione dei lavoratori. Le riunioni sindacali devono essere tenute in segreto, spesso in luoghi distanti dalla fabbrica per evitare ritorsioni.
Le autorità locali sembrano complici di questo sistema. A Zrenjanin, la presenza di agenti in borghese durante gli incontri tra lavoratori e giornalisti dimostra una collaborazione attiva tra le forze dell’ordine locali e il management delle fabbriche cinesi. Lo stesso accade a Morowali, dove la polizia locale interviene prontamente per disperdere qualsiasi tentativo di protesta od organizzazione dei lavoratori.
Il contrasto tra la retorica ufficiale cinese e la realtà sul campo non potrebbe essere più stridente. Mentre Pechino parla di “cooperazione win-win” (cioè profittevole per tutte le parti coinvolte) e di “comunità dal futuro condiviso”, le sue aziende replicano all’estero le peggiori pratiche di sfruttamento del lavoro. Il dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha inserito il nichel indonesiano nella lista dei beni prodotti con lavoro forzato, ma questa decisione non ha portato a cambiamenti significativi nelle pratiche aziendali.
La Belt and Road Initiative si rivela così non come un programma di sviluppo condiviso, come la presenta Pechino, ma come uno strumento di dominio economico che perpetua e modernizza forme di sfruttamento di stampo coloniale. Le aziende cinesi, protette da accordi bilaterali compiacenti e dalla debolezza delle istituzioni locali, hanno creato un sistema di sfruttamento del lavoro che ricorda le pagine più buie della rivoluzione industriale. Un sistema che prospera nell’ombra, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica internazionale, ma che segna profondamente le vite di decine di migliaia di lavoratori.

23 luglio 2025