Elkann versano 175 milioni per scongiurare il processo per frode fiscale e truffa
Occorre processarli e condannarli

A seguito della morte, nel febbraio del 2019, di Marella Caracciolo, vedova del presidente della Fiat Gianni Agnelli nonché sua erede, la Procura della Repubblica di Torino ha aperto all'inizio del 2024 un procedimento penale nei confronti dei fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann, figli di Margherita Agnelli e nipoti della Caracciolo e di Gianni Agnelli, nonché del commercialista di famiglia, Gianluca Ferrero, e del notaio svizzero che ha curato la successione della Caracciolo, Urs Robert Von Grünigen, ipotizzando per tutti e cinque i reati di frode fiscale e truffa ai danni dello Stato, disponendo il sequestro preventivo di beni intestati ai tre fratelli per un totale di 74,8 milioni di euro.
Il procedimento penale trova la sua origine in un processo civile, ovvero nel contenzioso che ha visto, e tuttora vede protagonisti, i tre fratelli Elkann da una parte e la loro madre Margherita dall'altra riguardo all’eredità di Gianni Agnelli, morto nel 2003. Margherita nel 2004 stipulò due separati accordi tramite i quali rinunciava alle quote azionarie che il padre deteneva nella società in accomandita per azioni Giovanni Agnelli e C. (la società tramite la quale la famiglia Agnelli controllava e tuttora controlla tutte le partecipazioni imprenditoriali famigliari, dal 2016 divenuta società di diritto olandese con il nome di Exor) e allo stesso tempo rinunciava alla futura eredità della madre in cambio di 1,2 miliardi di euro da porsi a carico dei chiamati all'eredità sia di Gianni Agnelli sia di Marella Caracciolo (ovvero i suoi tre figli).
L'accordo fu fatto previa quantificazione del patrimonio esistente di Gianni Agnelli al momento della morte e di Marella Caracciolo nel 2003.
L'accordo per circa tre anni anni fu rispettato da Margherita Agnelli, che nel frattempo aveva ricevuto 1,2 miliardi di euro dal curatore ereditario dei patrimoni dell'avvocato Agnelli e di sua madre, ma la donna, che nel frattempo aveva fatto svolgere investigazioni finanziarie private perché insospettita che le fosse stata nascosta una parte dell’eredità del padre, scoprì l’esistenza di ingenti conti esteri intestati dal padre a società offshore, conti dei quali nel 2004, al momento dell'accordo riguardante l'eredità del padre, la stessa Margherita non sapeva nulla. Così nel 2007 Margherita Agnelli promosse un'azione legale per avere un rendiconto dei beni del padre. In seguito la vedova di Gianni Agnelli, il cui patrimonio ovviamente comprendeva anche i beni posseduti dall'allora marito nei paradisi fiscali e da lui ereditati nel 2003, nominò nel suo testamento come propri unici eredi i nipoti John, Lapo e Ginevra, ma la madre dei tre, Margherita, da subito contestò la validità del testamento in quanto l'accordo da lei stipulato nel 2004 e che prevedeva la rinuncia all'eredità della madre al momento dell'apertura della successione di quest'ultima non aveva tenuto conto dei beni contenuti nei paradisi fiscali che la vedova dell'avvocato Agnelli aveva nel frattempo ereditato dal defunto marito.
È questo il motivo per cui Margherita Agnelli ha promosso una causa civile contro i suoi tre figli dopo la morte della madre avvenuta a febbraio 2019 a novantuno anni di età, eccependo che l’accordo di rinuncia all’eredità era stato stipulato in Svizzera, dove a differenza che in Italia è possibile siglare patti di successione, sostenendo altresì che la residenza svizzera di sua madre Marella era fittizia e dimostrando che l'anziana donna, che da alcuni anni era malata di Parkinson ed era totalmente invalida, aveva dimorato negli ultimi anni esclusivamente a Torino e che la casa da lei effettivamente posseduta in Svizzera era stata utilizzata solo ed esclusivamente al fine di dare una parvenza di legittimità alla sua presunta residenza in quel Paese, e quindi di dare legittimità ai patti successori previsti, in difformità da quanto previsto dal codice civile italiano, dal diritto elvetico.
Il contenuto degli atti processuali delle cause civili promosse da Margherita Agnelli non potevano non insospettire anche la magistratura penale italiana, sia per ciò che riguarda i paradisi fiscali degli Agnelli sia per la questione della presunta residenza svizzera di Marella Caracciolo, e ciò spiega il procedimento penale torinese: “le indagini – si legge nel comunicato con cui la procura torinese ha annunciato il sequestro preventivo - hanno progressivamente permesso di raccogliere plurimi e convergenti elementi indiziari circa la stabile residenza in Italia, almeno a partire dall’anno 2010, di Caracciolo Marella”.
Durante l'indagine la Procura ha sequestrato nello studio del commercialista Gianluca Ferrero un memorandum con gli accorgimenti necessari a far figurare ufficialmente, ma falsamente, che lsa vedova dell'avvocato Gianni Agnelli vivesse stabilmente in Svizzera, e tra tali accorgimenti vi erano sia l'assunzione regolare di un maggiordomo che fingeva di provvedere a tutte le incombenze della donna sia l'assunzione di collaboratori domestici.
La Procura, ovviamente, ha fatto emergere la realtà effettiva sulla finzione giuridica e ha stabilito che Marella Caracciolo e i suoi tre nipoti beneficiari del suo testamento dovessero pagare le tasse in Italia e non in Svizzera: in base ai calcoli effettuati dai magistrati John, Lapo e Ginevra Elkann devono al fisco italiano circa 175 milioni di euro - tra Irpef, interessi e sanzioni - sulla rendita vitalizia da 29 milioni all’anno pagata a Marella Caracciolo dal 2015 (che è l'ultimo anno utile ai fini dell’accertamento fiscale) al 2019 e su altri 116,7 milioni di redditi da capitale che arrivano da un trust che il suo defunto marito, Gianni Agnelli, aveva intestato alle Bahamas, e che lei , e dopo di lei i tre nipoti, avevano ereditato. 32 milioni di euro sono dovuti dai tre nipoti Elkann al fisco italiano soltanto a titolo di imposta di successione a seguito del decesso di Marella Caracciolo.
Secondo i magistrati torinesi il commercialista italiano Gianluca Ferrero e il notaio svizzero Urs Robert Von Grünigen sono stati i professionisti che hanno curato ogni aspetto legale – compreso quello tributario - al fine di consentire ai tre fratelli Elkann di poter compiere gli illeciti tributari contestati.
John Elkann però ha spiazzato il Tribunale di Torino a metà luglio 2025, proponendo il versamento all'Agenzia delle entrate, anche a nome degli altri suoi due fratelli, dell'importo complessivo di 175 milioni dei quali 110 sono già stati versati, ovvero di tutto quanto era stato contestato dalla procura della Repubblica, una mossa che ha spiazzato la stessa Procura torinese che ora deve decidere se rinviare i tre a giudizio, accogliere un'eventuale loro proposta di patteggiamento o di messa alla prova, oppure chiedere archiviazione del procedimento penale: ciò che è più probabile è che i difensori degli Elkann chiedano, ai sensi dell'articolo 168 bis del codice di procedura penale, la messa alla prova e la conseguente estinzione del reato, per la cui applicazione sono elementi essenziali l'integrale risarcimento del danno e il pagamento integrale di quanto dovuto, e l'offerta di John Elkann soddisfa entrambi tali requisiti. In caso di esito positivo della messa alla prova - che si concretizza con l'espletamento, per un limitato periodo di tempo, di lavori non retribuiti e socialmente utili presso enti assistenziali, sanitari, enti di volontariato, biblioteche, musei o giardini pubblici - i tre verrebbero prosciolti. Inoltre la mossa processuale di John Elkann rende ingiustificabile il protrarsi della disposizione di sequestro dei beni dei tre fratelli, che certamente verranno a breve dissequestrati.
Qualora dovesse verificarsi l'ipotesi di messa alla prova per i tre imputati significherebbe che essi, dopo aver tentato di frodare il fisco per molte decine di milioni commettendo con piena consapevolezza anche reati di una certa gravità, la farebbero totalmente franca: se la messa alla prova può apparire una soluzione conforme a giustizia per ladruncoli, tossicodipendenti o disadattati sociali che delinquono per sopravvivere, ciò non è ammissibile per i tre rampolli della più importante dinastia capitalistica italiana che non possono certo invocare la marginalità sociale, il soddisfacimento di bisogni primari o una generica ignoranza della legge, avendo secondo l'accusa ingaggiato fior di professionisti per inscenare la fittizia residenza in Svizzera della loro nonna, con tanto di false assunzioni di personale.
Servirebbe, invece, da parte della Procura e del Tribunale di Torino, uno scatto di orgoglio che faccia propendere verso un rinvio a giudizio prima e una condanna poi nei confronti dei tre fratelli e dei loro complici in giacca e cravatta, perché sono stati commessi reati gravi per pura avidità di denaro da parte di persone che possiedono patrimoni con i quali possono vivere bene loro tre e almeno quindici o venti generazioni dopo di loro: solo così si potrebbe affermare che la legge dello Stato borghese è veramente uguale per tutti.
 

23 luglio 2025