“Intesa storica” per il ministro Urso
Inaccettabile l'accordo tra governo e enti locali sull'ex Ilva
Esulta Emiliano, governatore della Puglia
L'azienda va nazionalizzata

I mesi di luglio e agosto sono stati molto intensi per quanto riguarda le sorti dell'ex-Ilva. È successo un po' di tutto: riunioni con le amministrazioni locali, convocazioni dei sindacati, dimissioni di sindaci, annunci di accordo, rinvii.

Il rilascio dell'Aia
Ma andiamo con ordine. Il 17 luglio il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, comunicava (durante il suo intervento al congresso della Cisl) che era stata rilasciata l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Una nuova autorizzazione che, seppur con un limite produttivo annuo di sei milioni di tonnellate, concederebbe di lavorare per ben 12 anni senza completare la decarbonizzazione, ovvero la produzione senza l'utilizzo di combustibile fossile. Dopo di che il governo promette un piano per sostituire gli altoforni con i forni elettrici, ma senza date e obblighi ben precisi.
Questo provocava la reazione di cittadini e comitati che denunciavano questa ulteriore proroga, intesa come l'ennesimo rinvio che permetterà alla più grande acciaieria europea di produrre ancora a carbone, continuando ad inquinare il quartiere Tamburi e tutta la città di Taranto. In effetti è dal 2012 che il siderurgico pugliese va avanti così, da quando la magistratura ordinò il sequestro degli impianti a caldo (gli altiforni) a causa del disastro ambientale causato dalla gestione della famiglia Riva, per poi essere sottoposto alla gestione commissariale. Di rinvio in rinvio la decarbonizzazione è rimasta solo una frase vuota e gli impianti si sono ulteriormente deteriorati continuando ad ammorbare la città e a uccidere gli operai, costretti a lavorare in una fabbrica sempre più obsoleta.

Le dimissioni del sindaco di Taranto
Il governo lanciava la palla agli Enti locali, che dovevano dare il loro consenso a questo piano che non dà garanzie né ambientali, né occupazionali. Ma dopo un confronto molto aspro con alcuni gruppi ambientalisti, il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, rassegnava le dimissioni (poi ritirate). Il sindaco, eletto soltanto un mese prima con il sostegno del “centro-sinistra”, lamentava la mancanza di “agibilità politica” e di aver subito forti pressioni, e perfino minacce da chi voleva la chiusura del siderurgico. Nonostante il suo ritorno in Comune, il sindaco non firmava l'accordo e ne chiedeva la modifica. Da parte sua il governo rimandava tutto di un paio di settimane, nel frattempo approvava un decreto che stanziava 200 milioni “per garantire la continuità produttiva e la sicurezza degli impianti”.
In particolare l'Amministrazione di Taranto contestava il posizionamento in città degli impianti per la realizzazione del preridotto Dri (direct reduced iron), necessario ad alimentare i forni elettrici e la conseguente presenza nel porto di Taranto di una nave gasiera. Il preridotto è un minerale ferroso semilavorato, indispensabile per la lavorazione dell'acciaio nei forni elettrici, e per ottenerlo sono necessari dei reattori alimentati solitamente a gas (e in futuro idrogeno), ma le emissioni sono inferiori del 50% rispetto all'altoforno tradizionale, e in questo modo si eliminano le cokerie, principali responsabili delle poveri inquinanti.
Il Governo da parte sua dichiarava che se non veniva accetta la nave gasiera in porto, gli impianti Dri non si faranno a Taranto e il preridotto sarà importato, oppure saranno fatti altrove. Si sta già pensando a Gioia Tauro dove è già previsto un rigassificatore (sulla terra ferma). In ogni caso questo causerà una perdita occupazionale, stimata in 750 lavoratori. Il ministro Urso non ha accettato neanche la proposta del comune di Taranto di collocare la nave a 12 miglia dalla costa (a Livorno è a 22) perché “risulterebbe troppo oneroso, e poi l'ex-Ilva chi se la compra?”.

Il nuovo bando
Questa frase del ministro rivela qual è la vera questione che sta alla base dello stallo in cui trova la vertenza dell'ex-Ilva. Invece della nazionalizzazione, l'orizzonte dei vari governi che si sono succeduti è sempre stato quello di mantenere in vita l'acciaieria e tamponare gli interventi più urgenti con i soldi pubblici per poi venderla ai privati. La vicenda è senza dubbio complessa, e sconta il fatto che una azienda, un tempo pubblica, è stata data in pasto ai privati che l'hanno cannibalizzata, sfruttando fino all'osso lavoratori e cittadini, con la connivenza del governo e degli amministratori locali, come ci ricorda la condanna all'ex governatore della Puglia Niki Vendola, nell'inchiesta “Ambiente svenduto”.
Ma su questa strada si continua a procedere. Infatti il 15 agosto veniva aggiornato e lanciato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy un nuovo bando con scadenza il 15 settembre, termine ultimo fissato entro il quale dovranno pervenire le offerte vincolanti dei gruppi industriali interessati ad acquistare, in tutto o in parte, lo stabilimento siderurgico di Taranto. Ed è già stato inviato a chi aveva mostrato interesse nel passato. Tra questi, l'azero-statunitense Baku Steel, l'indiano Jindal International e il fondo americano Bedrock, che sarebbero gli unici disposti ad acquisire l'intero asset dell'ex Ilva. Tutti gli altri, compreso il gruppo Marcegaglia, sono interessati a singoli stabilimenti. Non si esclude perciò il cosiddetto spacchettamento, con lo smembramento delle Acciaierie di Taranto, che comprendono anche i siti di Cornigliano e Novi Ligure.

L'accordo
L'aggiornamento di questo nuovo bando è stato fatto sulla base dell' accordo del 12 agosto, che a detta del governo, “contiene il vincolo della decarbonizzazione”, tanto che il ministro Urso si è spinto a definirla “Un'intesa storica”. L'accordo è stato sottoscritto, tra gli altri, dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Ministero della Salute, Ministero dell’Interno, Regione Puglia, Provincia di Taranto, Comune di Taranto, Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio – Porto di Taranto, ILVA S.p.A. in Amministrazione Straordinaria, Acciaierie d’Italia S.p.A. in Amministrazione Straordinaria, Taranto Energia S.r.l. in Amministrazione Straordinaria, DRI d’Italia S.p.A. Insomma, alla fine tutti hanno dato il loro consenso.
Ma che cosa prevede questo accordo, che invece sindacati e ambientalisti hanno definito “mezzo accordo” e “bluff”?. Anzitutto non pone limiti stringenti alla decarbonizzazione, per cui rimane la possibilità di produrre a carbone per altri 12 anni come stabilito dal rilascio dell'ultima Aia. Per quanto riguarda la localizzazione dei forni per il Dri, (inizialmente si era parlato di tre a Taranto e uno a Cornigliano) utile all'approvvigionamento dei forni elettrici, tutto viene rimandato a dopo il 15 settembre. Nel comunicato del 12 agosto del ministero guidato da Urso si legge, tra l'altro: “Al fine di scongiurare o attenuare riflessi negativi sul versante occupazionale della transizione green dell’acciaieria saranno inoltre valutate misure di politica attiva e passiva del lavoro, anche a sviluppo delle interlocuzioni in corso con le associazioni sindacali”. Si prospetta quindi cig a raffica e neanche i livelli occupazionali sono garantiti.

Emiliano e il governo esultano
Si tratta per noi di un accordo inaccettabile, che non garantisce l'occupazione e rimanda la decarbonizzazione a termini troppo lunghi rispetto all'emergenza ambientale che sta vivendo la città di Taranto, come hanno ribadito i sindacati Cgil, Cisl, Uil e Usb convocati da Urso il primo, il 6, il 15 e 21 agosto. Ben diversa la reazione del governatore della Puglia Emiliano che ha usato toni entusiastici: “oggi è un giorno che resterà nella storia della Puglia e dell’Italia intera. Con la firma odierna si dà il via alla piena decarbonizzazione degli impianti dell’ex Ilva di Taranto. Abbiamo scritto una pagina nuova, attesa da dieci anni, costruita con tenacia, sacrificio e visione". Sulla stessa lunghezza d'onda il PD, sia nazionale che locale.
Propaganda e faccia tosta da parte di tutti. Il governo che cerca di appuntarsi sul petto il presunto merito di aver imboccato la strada del rilancio dell'ex-Ilva dopo decenni di incertezza, Emiliano e il PD che cercano di vestire i panni di coloro che sul territorio si sono sacrificati per salvare l'occupazione di migliaia di lavoratori e la salute dei tarantini, con un occhio di riguardo alle imminenti elezioni regionali, che in Puglia si dovrebbero tenere a metà novembre di quest'anno.

Unica strada la nazionalizzazione
Per completare il quadro ricordiamo infine che il 29 agosto Cgil, Cisl e Uil si sono visti a Roma con le rappresentanze dei partiti, sia di maggioranza che di opposizione, per tenere viva l'attenzione sull'ex-Ilva. “Non c’è più tempo da perdere. Abbiamo reso nota ai gruppi parlamentari la posizione unitaria delle sigle sindacali dei lavoratori metalmeccanici: decarbonizzazione e occupazione sono due gambe che devono camminare insieme, non c’è l’una senza l’altra. Per poterle garantire c’è bisogno di una partecipazione da parte dello Stato che possa aiutare in una fase di ripartenza degli impianti la possibilità di poter gestire il rilancio della produzione di acciaio”. Lo ha dichiarato Michele De Palma, segretario generale Fiom Cgil a margine degli incontri.
Anche per il sindacato di base Usb “La presenza dello Stato è condizione imprescindibile in tutta l’operazione. Non come semplice arbitro, ma come soggetto attivo e garante di una strategia industriale di lungo periodo. La siderurgia è un settore strategico per il Paese: non può essere lasciata alla logica del massimo profitto di un singolo operatore privato”. Ma qui non basta “un aiuto dello stato per la ripartenza” come affermano i sindacati confederali, e nemmeno una presenza forte dello Stato, qui solo un intervento risolutivo come la nazionalizzazione può evitare il lento logoramento del siderurgico e la sua chiusura.
Tutte le aziende strategiche che vogliono chiudere devono essere poste sotto il controllo dello Stato. Pur con tutti i limiti dell'economia capitalistica, la nazionalizzazione, inquadrata in un piano industriale pianificato, è il modo più sicuro per assicurare un futuro ai lavoratori lasciati sul lastrico e a settori vitali della nostra economia. A maggior ragione questo vale per l'ex-Ilva, dove per risanare i danni ambientali e salvare l'occupazione (compreso l'indotto si parla di 18mila lavoratori) servono dei giganteschi investimenti, che mal si conciliano con la sete di profitto di qualsiasi imprenditore privato.

3 settembre 2025