Siglato l’accordo nel golf club di proprietà del presidente USA in Scozia
La UE si piega a Trump sui dazi
Meloni copre il suo principale alleato internazionale
L'accordo costerà decine di miliardi al popolo italiano
Il 27 luglio, a seguito di decine di ore di trattative, in certe fasi molto accese, tra la delegazione europea e quella statunitense, culminate nell’incontro organizzato nella sala da ballo del grande golf club di proprietà di Donald Trump a Turnberry, sulla costa occidentale della Scozia, è stato raggiunto l’accordo a cinque giorni dalla scadenza del primo agosto, fissata da Trump per l’imposizione di dazi punitivi sulle esportazioni europee. Costretti a scegliere tra due mali, gli europei hanno preferito quello che gli è sembrato il male minore: un compromesso sbilanciato a favore degli Stati Uniti anziché una guerra commerciale di enorme portata di cui nessuno avrebbe potuto prevedere gli esiti. “Preferiamo la stabilità alla totale imprevedibilità”, ha dichiarato il commissario europeo al commercio Maroš Šefčovič a bordo dell’aereo che da Bruxelles lo ha portato a Glasgow.
Meloni copre Trump
Di fatto la UE si è piegata al dittatore fascioimperialista Trump. Il primo ministro belga Bart De Wever ha riassunto il sentimento dei leader europei: “Questo è un momento di sollievo, ma non di festeggiamento”. Sul versante francese, il 28 luglio il ministro con delega all’Europa Benjamin Haddad ha riconosciuto che l’accordo garantirà una “stabilità temporanea” ma ha anche sottolineato quanto sia “squilibrato”. Meloni ha coperto il suo principale alleato internazionale: "Giudico positivamente il fatto che si sia raggiunto un accordo, ho sempre pensato e continuo a pensare che un'escalation commerciale tra Europa e Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze imprevedibili e potenzialmente devastanti… La base di dazi a 15%, se ricomprende i dazi precedenti che di media erano intorno a 4-5%, differentemente da ciò che prevedeva un accordo al 10%, che sommava i dazi precedenti, secondo me, è una base sostenibile”.
Pubblicata il 21 agosto nella Dichiarazione congiunta si legge che “Gli Stati Uniti e l’Unione europea sono lieti di annunciare di aver concordato un quadro su un accordo sul commercio reciproco, equo e bilanciato. Questo accordo quadro rappresenta una dimostrazione concreta del nostro impegno a favore di un commercio equo, equilibrato e reciprocamente vantaggioso. Questo accordo quadro metterà le nostre relazioni commerciali e di investimento – una delle più grandi al mondo – su una base solida e rinvigorirà la reindustrializzazione delle nostre economie. Essa riflette il riconoscimento da parte dell’Unione europea delle preoccupazioni degli Stati Uniti e della nostra determinazione comune a risolvere i nostri squilibri commerciali e a liberare tutto il potenziale del nostro potere economico combinato”.
Il compromesso trovato dal presidente degli Stati Uniti e dalla presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen prevede dazi doganali del 15 per cento sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Si tratta di un leggero ribasso sulle tariffe rispetto al 20 per cento annunciato da Trump il 2 aprile scorso, in occasione del suo Liberation day. L’imposta generale del 15 per cento si applicherà anche ai semiconduttori e al settore dell’automobile, colpito al momento da imposte del 27,5 per cento all’ingresso sul territorio statunitense. Secondo Von der Leyen i dazi riguarderanno anche i prodotti farmaceutici, nonostante inizialmente Trump avesse dichiarato che non voleva includerli nell’accordo. Sono previste esenzioni per varie categorie, tra cui il settore dell’aeronautica, alcuni prodotti chimici, diverse derrate agricole e le cosiddette materie prime “critiche”, a cui non sarà applicato alcun diritto di dogana. L’acciaio e l’alluminio, attualmente tassati al 50 per cento all’ingresso negli Stati Uniti, saranno al centro di trattative separate. L’accordo annunciato il 27 luglio congela le contromisure commerciali che gli europei avevano cominciato a preparare. A partire dal 7 agosto i paesi dell’Unione europea avevano deciso di aumentare i dazi su una lista di prodotti provenienti dagli Stati Uniti per un valore di 93 miliardi di euro. Ora queste imposte saranno sospese fino a nuovo ordine. “Bisogna ricordare che senza questo accordo, il prossimo primo agosto avremmo avuto i dazi al 30 per cento”, ha ribadito Von der Leyen in occasione della conferenza stampa successiva all’incontro. La Commissione ha ritenuto che questo tasso avrebbe avuto un impatto disastroso, interrompendo di fatto il commercio transatlantico.
La Federazione tedesca dell’industria ha reagito immediatamente sottolineando che “l’Unione europea ha accettato dazi doganali dolorosi” che avranno “ripercussioni negative considerevoli sull’industria europea, molto orientata verso le esportazioni”. “Il prezzo da pagare è elevato per entrambe le parti”, ha commentato invece la Federazione tedesca della chimica. L’accordo di Turnberry si accompagna a un impegno da parte degli europei ad acquistare prodotti energetici statunitensi per una cifra complessiva di 750 miliardi di dollari (640 miliardi di euro) nel corso dei prossimi tre anni, a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e ad acquistare materiale militare americano in quantità che restano da determinare, ma che Trump ha già definito “enormi”.
La Ue divisa
Davanti alla prepotenza di Trump, tra i 27 stati dell’Unione sono emerse divergenze rispetto alla reazione da contrapporre agli Stati Uniti. Alcuni paesi, tra cui la Francia, ritenevano giusto mettere in discussione il rapporto di forza con gli Stati Uniti, mentre altri governi preferivano evitare lo scontro, spesso spinti da ragioni economiche. Nel 2024, per esempio, la Germania ha esportato verso gli Stati Uniti beni per oltre 161 miliardi di euro, l’Irlanda per 72 miliardi e l’Italia per 65 miliardi. I dazi americani penalizzeranno soprattutto quei Paesi che commerciano di più con gli Stati Uniti, come Italia e Germania. A livello settoriale, il dazio verrà applicato anche alle auto (portandolo però dal 25% al 15%, in base ai precedenti accordi) e alle aziende farmaceutiche, prime esenti dalla misura. Non viene invece modificata la quota del 50% che interessa acciaio e alluminio. In questo scenario di dazi medi al 15%, l’Ispi prevede un impatto in termini negativi dello 0,3% sul Pil tedesco, dello 0,2% su quello italiano, e dello 0,1% sul Pil francese. Ma i problemi per l’export europeo non terminano con i dazi. “A pesare ulteriormente sui prodotti UE venduti negli Stati Uniti contribuisce anche l’andamento del tasso di cambio dollaro-euro. Dall’insediamento di Trump (20 gennaio) a oggi, il dollaro ha perso il 13% del suo valore rispetto all’euro”, spiega infatti l’Istituto. Si tratta dunque di una sorta di dazio aggiuntivo, dato che il deprezzamento del dollaro costringe gli esportatori a “scegliere tra mantenere invariati i prezzi in dollari abbassando quelli in euro (e dunque i propri ricavi), o rischiare di perdere competitività”.
In realtà, comunque si concluda la partita, le conseguenze per le masse popolari italiane saranno pesantissime. Gli USA sono il secondo mercato di esportazione, dopo la Germania, per i prodotti italiani, in particolare nei settori farmaceutico, dei macchinari, dell'automotive, della moda e dell'agroalimentare. L'export italiano è di 65 miliardi, con un avanzo di 39 in costante crescita, e tutte le stime delle varie organizzazioni imprenditoriali concordano nel dire che il contraccolpo sarebbe stato devastante già con il “sostenibilissimo” dazio del 10% auspicato dalla ducessa Meloni. Le organizzazioni delle imprese e degli industria parlano di un danno da 23 miliardi di euro e della perdita di 100mila posti di lavoro per l’Italia. Preoccupati in particolare i settori di alcolici, vini e derivati che esportano negli USA circa 2 miliardi di euro di prodotti ogni anno. Con i dazi al 15 per cento "il danno che stimiamo per le nostre imprese è di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi", ha dichiarato il presidente dell'Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, "mentre il danno salirebbe a 460 milioni di euro qualora il dollaro dovesse mantenere l'attuale livello di svalutazione". Anche l'export di pasta e formaggi, moda e meccanica è altrettanto a rischio specialmente per la concorrenza di Paesi che hanno negoziato dazi inferiori con gli Stati Uniti di solo il 10 per cento, il dazio base annunciato da Trump lo scorso aprile.
Sempre più aspra la guerra commerciale
All’inizio di agosto Trump ha poi firmato un ordine che prevede tariffe tra il 15% e il 41% per mezzo globo e stabilisce anche che le merci fatte transitare attraverso un altro Paese con aliquota più bassa per evitarne una più alta saranno tassate al 40%. In ogni caso si parla dei dazi più alti da oltre un secolo: nelle intenzioni di Trump dovranno servire a ridurre il disavanzo commerciale statunitense e spingere le imprese straniere a delocalizzare la produzione negli USA. Scendendo più nel dettaglio dell’ordine esecutivo, verrà applicata una tariffa base del 10% verso i Paesi che hanno un surplus commerciale con gli USA (un centinaio) e una del 15% verso le controparti con cui Trump ha raggiunto intese in tal senso: UE, Giappone e Corea del Sud. Per Filippine, Vietnam e Indonesia i dazi oscillano tra il 19 e il 20%, avendo in mano attualmente accordi provvisori. Il Regno Unito, invece, avrà una tariffa più bassa, pari al 10%. Stangata per Paesi con piccole economie e gravati da crisi importanti: 41% alla Siria, 40% al Laos e al Myanmar, che attraversa una guerra civile, 35% all’Iraq e 20% allo Sri Lanka. Colpite duramente anche la Svizzera, che si troverà gravata da una tariffa al 39%, il Sudafrica (30%) e l’India (25%). Quest’ultima ha subito anche una penalità, a partire dal 7 agosto, perché – ha spiegato Trump – “hanno sempre acquistato la stragrande maggioranza del loro equipaggiamento militare dalla Russia e sono il maggiore acquirente di energia della Russia, insieme alla Cina, in un momento in cui tutti vorrebbero che la Russia fermasse le uccisioni in Ucraina”. Quanto al Canada, uno dei principali partner commerciali degli USA, questo Paese si vede aumentare i dazi dal 25 al 35% per i beni che non sono coperti dall’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada. Al Brasile si imporrà un dazio del 10%, ma una misura precedente ha già introdotto il 40% su alcune categorie di prodotti, come “punizione” per il procedimento giudiziario contro l’ex presidente Jair Bolsonaro, reazionario e corrotto, per il tentativo di golpe del 2022.
"I dazi di Trump sono in gran parte illegali". E' stata netta la sentenza del 30 agosto di una corte d'appello federale americana nel bocciare le tariffe doganali imposte dal presidente americano.
I dazi, in ogni caso - come stabilito dai giudici - resteranno fino al 14 ottobre in modo da dare alla Casa Bianca il tempo di ricorrere al più alto tribunale USA. Nella sentenza - passata con 7 voti a favore e 4 contrari - si rileva che "la legge conferisce al presidente un'autorità' significativa per intraprendere una serie di azioni in risposta a un'emergenza nazionale dichiarata, ma nessuna di queste azioni include esplicitamente il potere di imporre tariffe, dazi o simili". Per i giudici, in sintesi, è "incostituzionale" la decisione di Trump di utilizzare i poteri di emergenza per giustificare i dazi. La Corte di appello contesta la linea del presidente americano che, per imporre i dazi, si è affidato all'International emergency economic powers act (Ieepa). Ovvero a una legge promulgata nel 1977, che autorizza il Presidente a dichiarare un'emergenza nazionale in risposta a minacce insolite e straordinarie alla sicurezza nazionale, alla politica estera o all'economia degli Stati Uniti.
Per il dittatore fascioimperialista "Una corte d'appello di parte – ha scritto su Truth - ha erroneamente affermato che i nostri dazi dovrebbero essere rimossi, ma sa che alla fine gli Stati Uniti d'America vinceranno. Se questi dazi venissero mai eliminati, sarebbe un disastro totale per il Paese. Ci renderebbe finanziariamente deboli e dobbiamo essere forti. Gli Stati Uniti - prosegue Trump - non tollereranno più enormi deficit commerciali e dazi doganali e barriere commerciali non tariffarie ingiuste imposte da altri Paesi, amici o nemici, che minano i nostri produttori, agricoltori e tutti gli altri. Se lasciata in vigore, questa decisione distruggerebbe letteralmente gli Stati Uniti d'America. Per molti anni i nostri politici indifferenti e imprudenti hanno permesso che i dazi venissero usati contro di noi. Ora, con l'aiuto della Corte Suprema degli Stati Uniti - conclude - li useremo a beneficio della nostra nazione e renderemo l'America di nuovo ricca, forte e potente".
3 settembre 2025