Contro la risposta di chiusura dell’Ilva, “Che l’inse!” (chi comincia!)
Ampia e combattiva mobilitazione dei lavoratori genovesi

Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
È durata pochi minuti l’assemblea convocata con forza dai lavoratori e dai sindacati alle 8 del mattino del 19 novembre presso la portineria dello stabilimento dell’ex-Ilva di Genova Cornigliano. Neppure il tempo di pensare come organizzarla e già la mobilitazione era partita, già si era deciso di occupare lo stabilimento e di scendere in piazza a oltranza per protestare contro il blocco degli impianti presenti nel Nord e contro il piano industriale che prevede l’aumento della cassa integrazione straordinaria fino a seimila unità.
Un combattivo corteo di lavoratori aperto con uno striscione con impresso il famoso motto genovese di Giovan Battista Perasso “Che l’inse!” (chi comincia!) si è riversato per le strade e con i mezzi meccanici del cantiere si è diretto verso lo slargo di fronte alla stazione ferroviaria di Genova Cornigliano per organizzare un presidio che durerà tutta la notte e che avrà, e ha avuto, una coda nei giorni a seguire.
“Il piano del Governo - hanno sostenuto Armando Palombo (delegato Fiom CGIL) e Stefano Bonazzi (segretario generale Fiom CGIL Genova) - porta alla chiusura della fabbrica con la conseguenza che a Genova abbiamo mille posti di lavoro a rischio, mille famiglie che rischiano di perdere il loro sostentamento e la fine della siderurgia nella nostra città e nel Paese. Chiediamo alle istituzioni locali di non stare in silenzio e di adoperarsi per contrastare la decisione del governo e impedire la chiusura di Cornigliano”. L’intervento della sindaca di “centro-sinistra” di Genova, Silvia Salis, non si è fatto attendere: “Sono estremamente preoccupata per lo stallo che si sta verificando. Totale vicinanza ai lavoratori. Siamo pronti a richiamare il governo alle proprie responsabilità”. A incontrare i manifestanti, e a portare la solidarietà del Consiglio regionale, è giunto, durante la giornata, anche il presidente della regione Liguria di “centro-destra” Marco Bucci. Tuttavia, quello che i lavoratori dell’ex-Ilva, tramite Palumbo della Fiom, chiedono agli enti locali, Comune e Regione, non è tanto la semplice solidarietà fatta di comunicati e di partecipazione emotiva alle manifestazioni operaie, piuttosto che intervengano, dando in quel modo un forte segnale, sospendendo le proprie sedute.
Da troppi anni la crisi della siderurgia italiana si sta strascinando senza una soluzione definitiva, o di ampio respiro. E se da un lato la classe operaia ha pagato con anni di cassa integrazione l’assenza, da parte dei vari governi che si sono succeduti, di un vero piano industriale, dall’altro è di fatto entrata in conflitto con i comitati di quartiere, con la popolazione, che di quegli impianti siderurgici, altamente inquinanti, ne chiede, e ne chiedeva, la chiusura.
Ciò che occorre è un progetto industriale che sia davvero indirizzato alla decarbonizzazione della produzione, che abbia come obiettivo il rispetto dell’ambiente e della salute della popolazione, come nel caso di Taranto e di Genova Cornigliano, che vivono a stretto contatto con gli impianti, e di chi in quegli impianti ci lavora. Non è possibile accettare di vedere, e fa male assistere, com’è successo poche settimane fa a Genova Cornigliano, una manifestazione di genovesi che, preoccupati di rivivere l’esperienza del passato fatto di fumi nocivi fin dentro le case, chiedevano la chiusura tombale dell’impianto siderurgico e contemporaneamente, e sempre nello stesso quartiere, una manifestazione contrapposta di lavoratori che difendendo il proprio posto di lavoro ne chiedevano il rilancio; questo si chiama ricatto. Tuttavia, credere e pensare e proporre che questo progetto possa, e debba, essere svolto da imprenditori privati è una presa in giro; il sistema di produzione capitalistico ha ben altre mire; vive del profitto e in nome del profitto è disposto a sacrificare la salute della popolazione, la distruzione dell’ambiente e la messa sul lastrico di migliaia di lavoratori assieme alle proprie famiglie senza battere ciglio, persino, è disposto, a scatenare guerre. È la presenza imprescindibile dello Stato che deve entrare in gioco. Solo attraverso la nazionalizzazione degli impianti siderurgici dell’ex-Ilva, settore strategico e quindi irrinunciabile, si potrà affrontare il drammatico problema del rispetto della salute, dell’ambiente e la garanzia dei posti di lavoro. Differentemente le politiche industriali diverranno e saranno solo pezze male applicate e in ogni modo traballanti; anni di cassa integrazione e la perdita di migliaia di posti di lavoro.

26 novembre 2025