In occasione della Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese
Hamas accoglie con favore le manifestazioni internazionali a sostegno della Palestina e chiede un maggiore coordinamento per porre fine all'occupazione sionista
Comitato Onu contro la tortura accusa Israele di tortura sistematica. Nuove aggressioni degli occupanti nazisionisti in Cisgiordania, compresa quella dei coloni a tre attivisti italiani e un canadese a Gerico
 
Un servizio del sito InfoPal ci ricorda che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1977, con la Risoluzione 32/40-B, proclamò quel giorno come la Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese. La data era stata fissata nello stesso giorno in cui la stessa Onu approvò, nel 1947, la Risoluzione 181, che raccomandava la spartizione della Palestina, una spartizione che aprì le porte a quella che sarebbe diventata la pulizia etnica della Palestina, iniziata dai sionisti il 17 dicembre 1947, cioè appena 18 giorni dopo. Ci furono sei mesi ininterrotti di pulizia etnica, fino al 14 maggio 1948, quando il sionismo si dichiarò Stato in Palestina e si chiamò “Israele”, senza che l’Onu impedisse l’azione di sterminio del popolo palestinese. Una data che deve essere anxche momento di riflessione critica da parte della Comunità Internazionale sui temi delle responsabilità dell’Onu nell’avviare lo sterminio del popolo palestinese, così come la sua inerzia di fronte al genocidio in corso a Gaza dove è incapace di fermare il nuovo tentativo dei sionisti per una soluzione finale.
“Israele”, commenta InfoPal, che non dovrebbe stare dentro l’ONU perché è nato attraverso un genocidio, perché fino ad oggi non ha rispettato la risoluzione che lo ha reso uno Stato membro, invece resta lì, senza aver rispettato peraltro una sola delle centinaia di risoluzioni dell’Assemblea Generale o del Consiglio di Sicurezza riguardanti la Palestina, come il cessate il fuoco, nel marzo del 2024, o le determinazioni preliminari della Corte Internazionale di Giustizia per la cessazione degli atti genocidi, nel gennaio 2024. Allo stesso tempo, la Palestina, che dovrebbe essere uno Stato almeno ai sensi della Risoluzione 181, è stata ammessa all’ONU solo nel 2012 e, anche allora, solo come Stato osservatore.
Di fronte al genocidio di Gaza, l’Onu diventa ancora più discutibile quando si tratta della Palestina. Abbiamo già 785 giorni di genocidio, con oltre 70.000 palestinesi sterminati (cifre ufficiali, che riguardano i corpi recuperati) e 170.983 feriti, considerando quelli scomparsi sotto le macerie, cioè il 2,47% della popolazione di Gaza. I bambini sterminati sono quasi 22mila, di cui 4mila sotto le macerie, ovvero 9.730 per milione di abitanti di Gaza, 3,5 volte di più dei 2.813 per milione dei sei anni della Seconda Guerra Mondiale. Tutto ciò che riguarda i genocidi conosciuti è stato ormai superato a Gaza e le Nazioni Unite e la cosiddetta Comunità Internazionale rimangono incapaci di fermare questo olocausto teletrasmesso.
Pertanto, in questo 29 novembre, più che esprimere solidarietà, dobbiamo riflettere criticamente sulle responsabilità dell’Onu, poiché è stata proprio l’irresponsabilità delle sue decisioni illegali e immorali nei confronti della Palestina a portare alla più grande pulizia etnica della storia e al più grande sterminio di civili, donne e bambini di tutti i tempi.
Un genocido che non si arresta, come chiariva recentemente una deputata del Likud in diretta tv: “non abbiamo più ostaggi e, con gli ultimi tre corpi in rientro, non dobbiamo più essere precisi. Possiamo attaccare senza pietà, senza pietà, senza pietà”. In applicazione del famigerato piano di pace Trump-Netanyahu.

Comitato Onu contro la tortura accusa Israele di tortura sistematica, abusi diffusi sui detenuti palestinesi, compresi i bambini, e impunità per crimini di guerra
Eppure sono le stesse agenzie Onu che lavorano sul campo, quando non sono buttate fuori impunemente dai nazisionisti come l'Unrwa che si occupa dei profughi, a certificare le criminali azioni del governo Netanyahu. L'ultima è dello stesso giorno, il 29 novembre, con la publicazione del rapporto del Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura, nell'ambito della sua revisione periodica dei paesi firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura del 1984, che accusa Israele di tortura sistematica, abusi diffusi sui detenuti palestinesi, compresi i bambini, e impunità per crimini di guerra durante la guerra di Gaza e oltre.
Il rapporto accusa Israele di mantenere una "politica statale de facto di tortura organizzata e diffusa", in particolare contro i detenuti palestinesi, esprimendo al contempo profonda preoccupazione per l'impunità di cui godono le forze di sicurezza israeliane in mezzo ai crimini di guerra in corso. E descrive in dettaglio un inquietante modello di abusi, da ripetute e gravi percosse, attacchi con cani, elettrocuzione, waterboarding, posizioni di stress prolungate e atti di violenza sessuale. Ha rilevato la sistematica negazione di cure mediche e l'uso eccessivo di mezzi di contenzione fisica, che a volte hanno portato ad amputazioni.
Il comitato Onu ha espresso profonda preoccupazione per il diffuso ricorso alla "detenzione amministrativa" per detenere migliaia di palestinesi senza accusa né processo. Citando i dati dell'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, il rapporto ha evidenziato che, alla fine di settembre, 3.474 palestinesi erano detenuti ai sensi di questa politica.
Il rapporto, che copre il periodo dall'inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023, ha attirato l'attenzione sull'elevato numero di minori detenuti, molti dei quali senza accusa. Ha sottolineato che l'età della responsabilità penale secondo la legge israeliana è di soli 12 anni, e che anche alcuni minori di tale età sarebbero stati detenuti. I bambini classificati come detenuti per motivi di sicurezza sarebbero sottoposti a severe restrizioni, tra cui l'isolamento, la mancanza di contatti familiari e il divieto di accesso all'istruzione, pratiche che violano gli standard giuridici internazionali, esortando Israele a modificare le proprie leggi per vietare l'isolamento dei minori. L'Onu condanna la mancanza di responsabilità di Israele per i crimini di guerra e le morti in custodia. Israele ha citato una sola condanna per tortura o maltrattamenti: un soldato condannato a sette mesi di carcere a febbraio per aver picchiato detenuti di Gaza legati e bendati con pugni, manganello e fucile. La commissione ha ritenuto che la condanna "non riflette la gravità del reato".

Hamas invita alla mobilitazione globale più intensa contro l'occupazione sionista
Il Movimento di Resistenza di Hamas accoglie con favore le manifestazioni internazionali a sostegno della Palestina e chiede un maggiore coordinamento per porre fine all'occupazione sionista. Chiede una mobilitazione globale più intensa contro i crimini del nemico occupante e una maggiore solidarietà con la causa palestinese in occasione della Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese.
Hamas designa il 29 novembre come giornata globale di mobilitazione contro le violazioni e i crimini sionisti in corso, tra cui le violazioni del cessate il fuoco a Gaza, l'escalation in Cisgiordania e a Gerusalemme occupata e i crimini contro i prigionieri. Accusa il governo sionista guidato dal criminale Primo Ministro Benjamin Netanyahu di perpetrare sistematiche violazioni del diritto internazionale: demolizioni, attentati, omicidi, ostruzione degli aiuti umanitari ed espansione coloniale. Sostiene che la liberazione della Palestina, in particolare di Gerusalemme e di Al-Aqsa, è una responsabilità internazionale condivisa.

Hamas e Jihad islamica condannano le nuove aggressioni degli occupanti in Cisgiordania
L'esercito sionista annunciava la mattina del 26 novembre l'avvio di un'operazione militare su larga scala nella Cisgiordania settentrionale occupata e in altre località palestinesi. Mazzi militari e bulldozer per alcuni giorni mettevano sotto assedio la città di Tubas e le zone limitrofe, perquisito e sacchegiato diverse case dopo aver cacciato gli abitanti palestinesi. Altri reparti dell'esercito occupante isolavano completamente una zona a sud di Hebron e iniziavano a demolire i negozi di diverse attività commerciali lungo la strada tra le città di Ramadin e Dhahriyya, osì come avevano già fatto diverse volte negli ultimi mesi. Già molte delle circa 1.500 attività commerciali in questa zona erano state messe in crisi dalla chiusura decisa dagli occupanti del valico di Dhahriyya e dal divieto di ingresso in città per i palestinesi provenienti dal vicino Negev costringedole alla chiusura. L'Obiettivo palese è quello di costringere la popolazione palestinese a andarsene.
Il movimento della Jihad Islamica denunciava che l'estesa operazione militare condotta dall'esercito di occupazione sulle città e sui villaggi della Cisgiordania occupata dal 26 novembre “costituisce una nuova aggressione sistematica contro il nostro popolo, nell'ambito del piano dell'entità sionista di svuotare la Cisgiordania dei suoi abitanti, deportarli e impadronirsi delle loro terre e proprietà”. Sottolineava che “questa nuova aggressione si affianca ai frenetici tentativi della Knesset di approvare leggi che aprano la strada alle operazioni di annessione, tra cui il disegno di legge che autorizza i coloni ad appropriarsi dei terreni occupati”.
Per Hamas l'operazione militare sionista nella Cisgiordania settentrionale è un tentativo di sradicare la presenza palestinese, fa parte di una politica dichiarata volta a "annientare qualsiasi presenza palestinese" al fine di imporre il controllo totale sulla Cisgiordania. Questa barbara escalation sionista "non riuscirà a spezzare la volontà del popolo palestinese né a indebolire la determinazione della resistenza", sosteneva Hamas che chiedeva di rafforzare l'unità nazionale e di serrare i ranghi di fronte a questa "guerra aperta" contro la Cisgiordania.
Nello stesso momento, informava l'agenzia Wafa del collaborazionista Abu Mazen, il Primo Ministro dell'Anp, Mohammad Mustafa, teneva una riunione di coordinamento presso i suoi uffici a Ramallah,per esaminare gli sforzi del governo negli aiuti di emergenza e nel ripristino dei servizi essenziali nella Striscia di Gaza con gli ambasciatori di Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia, Canada e Unione Europea. Agli interlocutori Mustafa “ha spiegato che il lavoro del governo a Gaza sta procedendo a un ritmo crescente attraverso la sala operativa governativa, i ministeri competenti e il team di ricostruzione del Ministero della Pianificazione, compresi i piani di ripresa rapida presentati periodicamente”. In altre parole sta eseguendo gli ordini di Washington sperando di mettere un piede a Gaza mentre chiude tutti e due gli occhi sugli sviluppi dell'occupazione sionista in Cisgiordania.
Dove il 28 novembre gli occupanti sionisti iniziavano a demolire altre 24 case palestinesi nel campo profughi di Jenin. Hamas in un comunicato dichiarava che questa azione rappresenta una grave escalation della politica di pulizia etnica dell'occupazione contro il popolo palestinese e dei suoi tentativi di distruggere il campo e di sfollare forzatamente i suoi abitanti, al fine di attuare piani di annessione e alterare la realtà demografica in Cisgiordania. Una pulizia etnica che si sviluppa con l'azione congiunta della squadracce dei coloni e degli attacchi militari.

Aggrediti dai coloni tre attivisti italiani e un canadese a Gerico
Il 30 novembre tre attivisti italiani e un canadese, componenti della missione internazionale Faz3a che opera per proteggere le comunità palestinesi in Cisgiordania, sono stati aggrediti alle 5 di mattina nel villaggio di Ein al-Duyuk, presso Gerico, da un gruppo di una decina di coloni che ha fatto irruzione nell'abitazione in cui alloggiavano; i coloni li hanno picchiati e feriti e hanno rubato effetti personali, tra cui passaporti e telefoni cellulari. Faz3a è nata dalla rete dei comitati popolari palestinesi come forma di portezione civile, con la partecipazione di attivisti internazionali. La missione umanitaria aiuta gli abitanti della cittadina, beduini che vivono di pastrizia che da qualche mese hanno visto aumentare assalti dei coloni e furti di bestiame. “Molte famiglie si sono spostate dal villaggio, avvicinandosi a Gerico, ma le persone che restano qui hanno bisogno di aiuto. Noi siamo venuti per permettere loro anche solo di riposare: devono attuare una vigilanza costante”, spiegava una delle attiviste aggredita. Riferiva che avevano subito ricevuto la visita della rappresentanza consolare italiana per la questione di passaporti rubati che li aveva informati della richiesta del ministro degli esteri Tajani di contattarli telefonicamente. “Abbiamo rifiutato di parlare con il ministro, perché è stato specificato che non sarebbe stata una chiamata politica ma di solidarietà. La solidarietà andrebbe espressa ai palestinesi, ma il governo supporta lo Stato d’Israele”, ribattevano gli attivisti che dichiaravano di voler rimanere anche per costringere il governo italiano a non ignorare la situazione in Cisgiordania: “Non bisogna lasciare i palestinesi da soli, vogliamo resistere insieme a loro. Finché i governi occidentali continueranno a finanziare Israele, l’occupazione non finirà e il popolo palestinese non sarà libero”.
Seguivano parole di protesta poco più che formali dall'Anp e dal governo della neofascista Meloni limitate a semplici dichiarazioni da sbandierare sui notiziari di regime a reti unificate, al momento il governo italiano è molto più impegnato a cancellare le scritte “Palestina libera” sui muri di casa.

Il comune di Sopot, in Polonia, rompe il gemellaggio con Ashkelon condannando il genocidio palestinese a Gaza
Il comune di Sopot, in Polonia, situato sulla costa del Mar Baltico, ha deciso di porre fine al suo accordo di gemellaggio con il comune israeliano di Ashkelon, diventando il primo ente locale in Polonia a interrompere completamente i legami con la città partner israeliana che duravano da 32 anni, in segno di protesta contro quello che ha definito il "genocidio a Gaza". Nella risoluzione del 30 novembre si afferma che Israele "sta conducendo una pulizia etnica totale nella Striscia di Gaza dal 2023, causando la morte di decine di migliaia di vittime, tra cui circa 20.000 bambini", e si ritiene il governo israeliano "pienamente responsabile" di quello che definisce un "genocidio" commesso dalle sue forze armate.
 
3 dicembre 2025