Elezioni regionali in Puglia, Campania e Veneto del 23 e 24 novembre 2025
Grande vittoria dell'astensionismo
Diserzione dalle urne in Puglia 58,2%, Campania 55,9%, Veneto 55,4%
Delegittimati i nuovi governatori Decaro, Fico, Stefani
Elettrici ed elettori astensionisti di sinistra date in futuro un carattere rivoluzionario al vostro voto astensionista considerandolo un voto dato al PMLI e al socialismo
Con le elezioni regionali del 23 e 24 novembre, che hanno interessato la Puglia, la Campania e il Veneto, si chiude il lungo turno elettorale del 2025 che si è protratto per mesi e ha visto chiamati alle urne anche le elettrici e gli elettori di Marche e Val D’Aosta (il 28 settembre), della Calabria (5 ottobre) e della Toscana (12 ottobre). Complessivamente sono stati coinvolti circa 19 milioni di elettori, quasi un terzo dell’elettorato italiano. Un test dunque importante e significativo, atteso con trepidazione da tutti i partiti del regime capitalista neofascista che vi hanno dedicato il massimo dell’impegno anche da parte dei massimi leader, compresa Mussolini in gonnella, Meloni, che sono scesi in campo in prima persona. In gioco non solo il governo di regioni importanti e di particolare peso nazionale, ma anche la verifica della tenuta elettorale del governo Meloni a distanza di tre anni dall’insediamento e il rapporto fra le varie forze politiche all’interno della maggioranza anche in vista delle scelte dei candidati di coalizione alle future importanti scadenze elettorali quali per esempio le comunali 2026 e le regionali in Lombardia (2028); nonché la necessità per il “centro-sinistra” di misurare l’effettiva efficacia del cosiddetto “campo largo” che, nella speranza dei protagonisti (dal PD, a M5S, AVS, Italia Viva di Renzi), avrebbe dovuto inaugurare l’assalto ai governi regionali in mano alla destra per poi puntare a quello nazionale nel 2027.
Benché quasi ignorato e appena sfiorato dai commentatori e dagli stessi leader dei partiti di regime, il dato invece più significativo e per certi versi clamoroso è la grande vittoria dell’astensionismo, ovunque, senza sostanziali differenze fra Nord, Centro e Sud d’Italia, fra piccoli e grandi comuni, fra regioni cosiddette “rosse” e quelle cosiddette “bianche”.
Di Marche, Calabria e Toscana abbiamo già parlato su “Il Bolscevico” nei mesi scorsi. La diserzione dalle urne in queste regioni è stata rispettivamente del 50%, 56,9% e 52,3%. In Valle D’Aosta, che è una regione autonoma e fa un po’ storia a sé, la diserzione ha comunque toccato per la prima volta il 37% degli aventi diritti e soprattutto ha fatto registrare un incremento rispetto alle precedenti elezioni del 9,7%.
Venendo invece all’ultima tornata, la diserzione dalle urne è il voto scelto da ben oltre il 50% delle elettrici e degli elettori chiamati ai seggi: in Puglia è stato scelto dal 58,2% degli aventi diritto, in Campania dal 55,9%, in Veneto dal 55,4%.
Vi sono province, comuni, grandi città che hanno superato il 60% e persino il 70% e l’80%, come nelle province di Belluno (64,7%) e Foggia (61,4%), nel comune di Napoli (60,4%). A Coirano (Avellino) è stata toccata la vetta dell’81,9%. Ottimi anche i risultati di Forio e Ischia in provincia di Napoli, rispettivamente al 60,7% e al 58,5%.
Ancor più sorprendente è stato l’incremento rispetto alle passate elezioni regionali del 2020. In Veneto l’incremento più alto col +16,5%, Puglia col +14,6%, Campania col +11,5%.
La diserzione dalle urne è stata la scelta di gran lunga preferita dall’elettorato astensionista. Una dimostrazione più aperta, netta e coraggiosa rispetto alle altre scelte, comunque importanti, della scheda nulla o bianca.
A niente sono serviti la pioggia di euro che il governo ha promesso di far arrivare alle varie regioni, a niente sono serviti i ricatti morali e politici verso gli elettori di sinistra chiamati a “fermare la destra”. E ancora una volta a poco sono servite le nuove trappole elettorali, le ennesime che sono state messe in piedi dalla classe dominanti borghesi e dai suoi partiti. Queste elezioni sono la fotografia del distacco, un vero e proprio baratro che divide le masse popolari, femminili e giovanili dalle istituzioni rappresentative borghesi, e della sfiducia che queste possano anche solo minimamente soddisfare i loro bisogno, andare incontro alle loro esigenze e aspettative. Del resto nemmeno fisicamente li rappresentano. Fra tutti i neoconsiglieri regionali eletti non esistono operai e contadini, disoccupati, lavoratori a basso reddito. E nemmeno la rappresentanza di genere è garantita. Basti pensare che su 51 consiglieri regionali in Puglia solo 12 sono donne, in Campania 9 su 51 e in Veneto 18 su 51. Non è poi un caso che uno studio di Opinio Italia per Rai sui flussi elettorali indica che vi sono significative quote di elettori del “campo largo” che quest'anno hanno votato candidati della destra e viceversa. In Puglia per esempio il 30% di chi alle elezioni europee aveva scelto la destra ha invece votato Decaro. In Campania la percentuale di elettori di destra che hanno votato a favore di Fico si attesta poco sotto la soglia del 20%. Segno che questi esponenti borghesi sono interscambiabili e possono tranquillamente rappresentare gli interessi dell'uno o dell'altro schieramento.
Nè la destra né la “sinistra” del regime può parlare di vittoria
Di fronte a un così forte astensionismo che sconfessa, punisce e delegittima pesantemente i governi e le istituzioni rappresentative regionali e tutti i partiti del regime capitalista neofascista, nessuno può cantare vittoria: né la destra neofascista, né la “sinistra” del regime. L'astensionismo è il primo “partito” in tutte e tre le regioni e distanzia il secondo partito in Puglia, il PD, di ben 50 punti percentuali, in Campania, sempre il PD, ugualmente di 50 punti, e in Veneto, la Lega di oltre 42 punti percentuali.
Non possono parlare di “trionfo” la segretaria del PD Elly Schlein né la ducessa Meloni né tanto meno gli altri partiti delle loro coalizioni a cominciare dal M5S che vede crollare verticalmente i suoi consensi, né dall’altra parte la Lega neofascista, razzista e separatista di Salvini i cui consensi continuano ad essere prosciugati da Fratelli d’Italia e che solo i voti dell’ex governatore Luca Zaia, che in 10 anni si è costruito una suo consistente bacino elettorale, l’hanno salvata dalla sconfitta più cocente. E comunque, al di là chi si è assicurato il governo della regione hanno tutti perso in termini di voti assoluti e consensi. I tre nuovi governatori borghesi sono già delegittimati in partenza e così i partiti che li sostengono.
I governatori del “campo largo” eletti in Campania e Puglia, Roberto Fico (M5S) e Antonio Decaro, che pure hanno fatto registrare percentuali intorno al 60% dei voti validi, e quindi, schiaccianti rispetto ai loro avversari, in realtà hanno ottenuto rispettivamente appena il 25,9% e il 26,1% degli elettori che avevano diritto di voto. Ugualmente in Veneto, il leghista Alberto Stefani, può contare su appena il 28,2% del corpo elettorale.
L’astensionismo è divenuto ormai una realtà talmente forte, stabile, consolidata, di carattere nazionale che seppur volutamente ignorata pubblicamente dal governo e dai vari partiti del regime neofascista e dai mass media a loro asserviti, rappresenta una dolorosa spina nel fianco e motivo di forti preoccupazioni per la classe dominante borghese in camicia nera preoccupata soprattutto dal mancato controllo dell’elettorato di sinistra che un tempo era completamente impantanato nelle istituzioni borghesi e neutralizzato grazie all’influenza, all’inganno e al controllo dei partiti riformisti e revisionisti. Al punto da spingere la “riforma” costituzionale piduista e neofascista del premierato e la nuova legge elettorale, nel tentativo di ridare stabilità e credibilità al regime, incanalare la rabbia, il malessere e la protesta sociale e prevenire l’avanzata della lotta sociale e di classe.
La battaglia contro la destra neofascista, il governo Meloni e più in generale contro il regime capitalista neofascista, non la si vince votando i partiti del “campo largo” o di qualsiasi altra trappola elettorale escogitata dai partiti della “sinistra” del regime che, nonostante gli scarsi successi elettorali, parlano di preparare un “fronte alternativo” alle “larghe intese” in vista delle prossime scadenze elettorali e in particolare delle politiche che dovrebbero tenersi nel 2027.
Questa battaglia può essere vinta solo con moti di piazza fino a creare le condizioni per l'insurrezione armata contro il capitalismo e per conquistare il potere politico del proletariato e il socialismo.
L'appello del PMLI
Nel frattempo, sul piano elettorale, si confermano due obiettivi fondamentali: Il primo. Sottrarre all’influenza dell’elettoralismo, del parlamentarismo, del governismo, del costituzionalismo e del riformismo borghesi le importanti forze anticapitaliste e antimperialiste che in questi mesi hanno riempito le piazze d’Italia a favore della Palestina o contro i “decreti sicurezza”, contro la scuola di Valditara e la manovra finanziaria del governo, e che si sono recate alle urne e hanno votato partiti alla sinistra del PD. Si tratta di 40.743 elettori di sinistra che hanno votato la lista Campania popolare capeggiata da Giuliano Granato (portavoce nazionale del PdP) e sostenuta da Potere al popolo (PdP), PCI e PRC, di 6.734 elettori di sinistra che in Puglia hanno votato la lista Puglia pacifista e popolare di Ada Donno (ex PCd’I m-l, poi PRC, femminista e ora nella segreteria del PCI di Acerbo) sostenuta da PCI, PdP, Risorgimento socialista, Cambiare rotta e movimenti locali e sostenuta anche dai Carc, dei 10.430 elettori che in Veneto hanno votato la lista Pace salute lavoro-PRC. A questi aggiungiamo anche i 57.243 elettori che il mese scorso hanno votato Toscana Rossa di Antonella Bundu (PdP, PRC, Possibile e altre liste toscane). Si tratta di oltre 110 mila elettori, solo in queste quattro regioni. Senza trascurare buona parte dei 225.575 elettori di sinistra che in Puglia, Campania e Veneto hanno votato Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) di Bonelli e Frantoianni, convinti di esprimere un voto antigovernativo, ambientalista e anticapitalista.
Il secondo obiettivo. Convincere gli elettori di sinistra già astensionisti, che disertare le urne non basta per esprimere pienamente il dissenso, il distacco e la protesta contro il governo centrale e i governi locali, le istituzioni borghesi, i partiti del regime e l’intero sistema capitalista neofascista. E soprattutto non basta per cambiare davvero lo stato delle cose presenti.
Per far questo le elettrici e gli elettori astensionisti di sinistra devono dare in futuro un carattere rivoluzionario al proprio voto astensionista considerandolo un voto dato al PMLI e al socialismo. Non quindi un astensionismo passivo e disorganizzato, ma un astensionismo tattico attivo, cosciente, qualificato e organizzato in senso proletario rivoluzionario, che si affianchi nell’immediato al lavoro per creare le istituzioni rappresentative delle masse fautrici del socialismo, ossia le Assemblee popolari e i Comitati popolari, basati sulla democrazia diretta, nel quadro più generale e strategico della lotta per il socialismo e la conquista del potere politico da parte del proletariato.
Come ha sottolineato il Segretario generale e Maestro del PMLI, compagno Giovanni Scuderi, alla 7ª Sessione plenaria del 5° Comitato centrale del PMLI del 30 giugno 2024: “le fautrici e i fautori del socialismo non marxisti-leninisti, le operaie e gli operai e le ragazze e i ragazzi che si battono in prima fila nelle lotte politiche, sindacali, civili, ambientali, studentesche sono sotto l'influenza della democrazia, della Costituzione, del riformismo e del parlamentarismo borghesi. Per cui finché non si sottraggono a questa paralizzante influenza e non scelgono il socialismo è impossibile che si uniscano al PMLI, come militanti o simpatizzanti.
Spetta quindi al Partito, a partire dai militanti di base, convincere queste forze, fondamentali e centrali per dare al PMLI un corpo da Gigante Rosso, a sottrarsi dalla suddetta influenza, non sempre consapevole, e a battersi per il socialismo. Una volta fatta la scelta del socialismo non avranno difficoltà ad accettare la militanza marxista-leninista. In sintesi la scelta e lo sviluppo del PMLI dipendono dalla scelta del socialismo da parte delle forze proletarie e giovanili più avanzate e combattive.
Ci sono milioni di astensionisti di sinistra e due milioni che hanno votato Alternativa verdi e sinistra e Pace Terra Dignità (alle elezioni europee, ndr), una vasta platea promettente per il nostro proselitismo. Un lavoro lungo, faticoso e snervante, che solo dei marxisti-leninisti a prova di bomba possono reggere, che va fatto con tranquillità, senza ansietà, senza demoralizzarsi se i frutti ritardano a maturare. Come si sa, non tutto dipende da noi, cioè dalle nostre capacità e dal nostro impegno. Noi abbiamo in mano solo metà della chiave del problema, l'altra metà l'hanno la lotta di classe, il proletariato e le nuove generazioni”
Ed è questo lavoro che noi marxisti-leninisti continueremo a fare con fiducia e pazienza come hanno fatto in questa tornata elettorale le compagne e i compagni, militanti e simpatizzanti, che, al di là della sproporzione di mezzi e forze, hanno propagandato con coraggio l’astensionismo marxista-leninista nelle regioni dove siamo presenti.
Vediamo ora più nel dettaglio il risultato nelle singole regioni. Per quanto riguarda le elezioni in Campania rimandiamo all'articolo della Redazione di Napoli de “Il Bolscevico” pubblicato su questo stesso numero. Qui ci occuperemo di Puglia e Veneto.
Puglia. Astensionismo al 57,4% (+8,9% rispetto alle precedenti regionali)
Antonio Decaro (“campo largo”) batte il candidato di destra, ma con appena il 26,1% di consensi delle elettrici e degli elettori che avevano diritto e 158 mila voti in meno rispetto al suo predecessore. Fuori dal consiglio AVS di Nichi Vendola e la lista Puglia pacifista e popolare di Ada Donno
L'astensionismo (diserzione dalle urne, schede annullate e lasciate in bianco) vola in Puglia al 59,2%, pari a 2.089.581 elettori, con un incremento rispetto alle precedenti regionali 2020 di 402.828 astenuti (+11,9%).
Il 58,2% dell'elettorato le urne le ha proprio disertate. Oltre la media regionale il risultato a Taranto, dove si sta combattendo un'importantissima battaglia per i lavoratori ex Ilva e per l'intera città e la diserzione sfiora il 60%, esattamente il 59,4%. E poi Foggia dove la diserzione si attesta al 61,4%. Tutte le province pugliesi registrano incrementi della diserzione altissimi, dal 12,9% di Brindisi al 18,8% di Barletta-Andria-Trani.
L'astensionismo è saldamente il primo “partito”. Il secondo, il PD lo segue con appena il 9,8% dell'elettorato.
Eletto e già delegittimato il nuovo governatore Antonio Decaro, navigato politicante borghese già parlamentare dal 2013, poi sindaco di Bari, consigliere regionale e infine europarlamentare dal 2024 sempre per il PD. Dal 2016 al 2024 è stato anche presidente dell'ANCI.
Decaro era sostenuto da PD (la cui lista ospitava anche i candidati di +Europa), M5S (che ha ricevuto il sostegno del PRC che non ha presentato proprie liste), AVS, la lista Decaro presidente, le liste civiche Per la Puglia, Avanti Popolari con Decaro (sostenuta da PSI e Popolari, con esponenti di Azione e Democrazia solidale) e Italia Viva che non ha presentato una propria lista. Nonostante il “campo largo” se non “larghissimo” ha ottenuto 919.665 voti pari al 64,0 % dei voti validi, che corrispondono però ad appena il 26,1% degli elettori. Rispetto al suo predecessore Emiliano apparentemente guadagna 40 mila voti ma nel 2020 il M5S correva da solo e aveva ottenuto ben 207.038 voti. Quindi in realtà Decaro e il “campo largo” ha perso per strada oltre 158 mila voti.
Decaro ha battuto il candidato della destra Luigi Lobuono, l'imprenditore vicino a Forza Italia che ha ottenuto appena il 14,3% dei voti degli aventi diritto, 219 mila voti in meno di quelli ottenuti dal candidato Raffele Fitto nel 2020.
Il PD e la sua segretaria Schlein, cantano vittoria e parlano di “trionfo”, riferendosi alle riconferme in Puglia e Campania. In realtà in Puglia il PD guadagna qualcosa, probabilmente recuperando voti alla sinistra del M5S, rispetto alle regionali 2020 e alle politiche 2022, ma perde centomila voti rispetto alle europee 2024.
Anche la destra non può ridere. Fratelli d'Italia guadagna rispetto alle precedenti elezioni regionali appena 37 mila voti (ne perdono oltre 80 mila Forza Italia e Lega) e rispetto alle politiche 2022 e alle europee 2024 perde rispettivamente 159.737 voti e 119.278 voti.
Il M5S è lo sconfitto per eccellenza. È vero che storicamente non è mai andato troppo bene nelle elezioni amministrative, ma in questa tornata ha ottenuto 95.863 voti, ben 69.280 voti in meno rispetto al 2020. Mentre sono quasi 400 mila quelli persi rispetto alle politiche 2022 e 96 mila rispetto alle europee 2024.
Bruciante risultato anche per Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) che nonostante la candidatura dell'ex governatore, nonché rinnegato e imbroglione narcisista Nichi Vendola (quello del “Rinascimento pugliese”, sic!) non riesce ad ottenere nemmeno uno scranno in consiglio regionale e pur raccogliendo 54.358 voti si ferma al 4,1% dei voti validi e all'1,5% degli elettori.
Stessa sorte per la lista Puglia pacifista e popolare che candidava a governatore Ada Donno, ottiene 6.734 voti e si ferma allo 0,2% del corpo elettorale.
VENETO: Balzo impetuoso dell'astensionismo +15,7%. Disertano le urne, annullano la scheda o la lasciano in bianco il 56,2% delle elettrici e degli elettori
La destra si conferma alla guida della regione ma perde voti e consensi importanti. Il neogovernatore leghista Stefani eletto con solo il 28,2% dell'elettorato. Male il “campo largo” che comprendeva anche il PRC
L'astensionismo vola anche in Veneto al 56,2%, allineandosi alle altre regioni italiane, nonostante la storica e massiccia partecipazione elettorale del passato anche recente.
In questa regione gli astenuti hanno fatto registrare l'incremento più alto: ben il 15,7% rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2020.
La diserzione dalle urne si attesta al 55,4%. Sopra la media regionale si attestano tutte le province con l'esclusione di Padova, Vicenza e per pochissimo Verona. Belluno, in particolare registra un considerevole 64,7%. I maggiori incrementi invece li fanno registrare Rovigo (+18,7%), Venezia +18,5% e Verona +17,3%.
La destra si conferma al governo della regione con Alberto Stefani, vicesegretario federale della Lega nord e segretario della Liga Veneta per Salvini premier, che ottiene il 64,4% dei voti validi, pari ad appena il 28,2% degli aventi diritto. Ottiene 1.211.356 preferenze. Il suo predecessore Luca Zaia ne aveva ottenuti nel 2020 1.883.960. Persi per strada ben 672.604 elettrici ed elettori. Altro che vittoria “frutto del lavoro, della credibilità e della serietà” come l'ha definita Meloni.
Il “campo largo” in Veneto presentava come candidato l'avvocato civilista, già sindaco di Treviso dal 2013 al 2018 Giovanni Manildo. Ottiene 543.278 voti pari ad appena il 12,8% degli aventi diritto.
Il primo “partito” è sempre l'astensionismo ma ora distanzia di quattro volte il secondo partito, ossia la Lega neofascista, razzista e separatista di Salvini, che nonostante il Veneto sia il suo storico indiscusso feudo elettorale si ferma al 14,1% degli aventi diritto. Solo grazie ai voti dell'ex governatore Luca Zaia che con la sua lista personale nelle passate elezioni aveva ottenuto oltre 916 mila preferenze, la Lega non precipita ai suoi minimi storici e riesce a tenere ancora in scacco la Meloni e Fratelli d'Italia che speravano in un clamoroso sorpasso.
Fratelli d'Italia succhia ai partner di maggioranza circa 100 mila voti rispetto alle regionali 2020, ma perde oltre 500 mila voti rispetto alle politiche 2022 e 461 mila rispetto alle europee, fermandosi ad appena il 7,3% del corpo elettorale.
Il PD, che era in terza posizione nel 2020, dopo astensionismo e Lega, ora scala in quarta posizione anche se guadagna una manciata di voti rispetto alle precedenti regionali, ma perde 131 mila voti rispetto alle politiche e 111 mila voti rispetto alle europee.
Il M5S viene letteralmente doppiato da Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) che pure resta sostanzialmente stabile rispetto alle competizioni precedenti. Il partito di Conte perde 18 mila voti rispetto alle precedenti regionali, 109 mila rispetto alle politiche e 63 mila rispetto alle europee. Si ferma allo 0,9% del corpo elettorale con 36.866 voti e ottiene un solo seggio in consiglio regionale.
Fuori dal consiglio resta invece la lista Pace salute e lavoro – PRC che ha deciso di appoggiare il candidato del “campo largo” Manildo. Ottiene 10.430 voti, pari allo 0,2% del corpo elettorale.
3 dicembre 2025