Elezioni regionali del 23 e 24 novembre 2025
Trionfa l'astensionismo in Campania
Delegittimato Fico
Il 57,4% dell'elettorato, 2.853.779 elettrici ed elettori, si è astenuto. A Napoli città il 60,4% diserta le urne. Il nuovo governatore eletto dal 25,9% del corpo elettorale. Il M5S rispetto alle politiche 2022 e alle europee 2024 perde centinaia di migliaia di voti. Campania popolare attira nel pantano riformista e costituzionalista importanti forze anticapitaliste
L'alternativa vera è il socialismo e il potere politico del proletariato
Redazione di Napoli
Un trionfo storico, un vero e proprio record dal secondo Dopoguerra, si è consumato alle elezioni regionali in Campania dello scorso 23-24 novembre, dove si è distinta una diserzione dalle urne di proporzioni imponenti, al punto che la destra e la “sinistra” del regime neofascista escono con le ossa rotte, con il nuovo presidente pentastellato Roberto Fico e il polo neofascista guidato da Meloni ai minimi consensi e che devono fare i conti, seriamente questa volta, con l’astensionismo.
Sono quasi tre milioni le elettrici e gli elettori che hanno deciso di punire severamente sia i poli del regime neofascista e le loro appendici che la loro squallida propaganda orfana di contenuti, proposte, osservazioni che potessero anche solo minimamente interessare le masse popolari. La rabbia per l’assenza sul territorio dei partiti di regime si è trasformata in piena diserzione: basti pensare all’arroganza e alla saccenteria del nuovo governatore Fico, che si permetteva di non essere presente a diversi confronti elettorali, nonché la vomitevole ballata sul palco del Palapartenope di Meloni, Salvini, Tajani e camerati vari per la presentazione dell’anticomunista e fascistissimo generale dei carabinieri Edmondo Cirielli (“Chi non salta comunista è”) rappresentano simbolicamente la squallida tornata elettorale che hanno dovuto subire le masse popolari campane che, stanche della desolante messinscena di regime, lasciavano sostanzialmente deserte le urne. Ridicola appare la proposta del “voto on line” proveniente da alcuni ambienti pentastellati e appoggiata da alcuni giornalisti di regime per sopperire quello alle urne ormai “antiquato”; una via d'uscita patetica per combattere l’ormai dilagante diserzione dalle urne.
Il muro di granito dell’astensionismo, Fico delegittimato
Si è verificato il vero e proprio innalzamento di un muro di granito da parte delle campane e dei campani che rispedivano ai mittenti le vacue e sordide promesse della campagna elettorale, dalla rinnovazione del rapporto impresa-lavoro, al miglioramento della sempre più scadente e vergognosa sanità regionale fino al ripristino del reddito di cittadinanza ma solo in Campania, per Fico; dall’aumento di 100 euro al mese per i pensionati e altri bonus bebè e per la famiglia fino alla “tolleranza zero” e alla “sicurezza” per Cirielli.
La risposta dell’elettorato campano è nei dati inequivocabili: su di una componente elettorale di quasi 5 milioni (4.975.253) si astenevano il 57,4% di cui disertavano dalle urne in 2.853.779. Un quadro impressionante tanto che più che nel giro di poco più di dieci anni, dalle elezioni politiche del 2013 ad oggi, sono più di un milione i campani ad aver lasciato le urne vuote, passando da 1.808.533 astenuti a quelli odierni, con un balzo di quasi 30 punti percentuali. Un vero e proprio abisso si è allargato tra il regime neofascista e le masse della Campania.
La marea astensionista (+8,9% di disertori rispetto alle regionali 2020) ha praticamente ridotto la torta dei voti da spartire (con 2.009.713 voti validi pari al 42,6% dei votanti complessivi, falcidiando Roberto Fico e la sua lista di sostegno, delegittimando la sua ascesa: è il presidente meno votato nella storia della Campania, con meno del 26% dei voti validi, come ha tempestivamente sottolineato in un comunicato il Comitato provinciale di Napoli del PMLI. Oltre al narcisismo del borghese pentastellato e la scarsa predisposizione al confronto, hanno pesato la sua assenza decennale dal territorio campano e, paradossalmente, la costruzione del “campo largo” voluto dalla coppia Massimiliano e Gaetano Manfredi che smentiva una volta e per tutte lo storico “no” pentastellato a personaggi come De Luca, Mastella e Renzi, con il beneplacito del trasformista e riformista Conte a benedire la santa alleanza. Scelte che, però, non hanno giovato affatto a Roberto Fico che, rispetto a De Luca, ha perso 736.804, meno 14,6%: se il presidente uscente aveva preso alle elezioni scorse 2.022.992 voti (pari al 40,5%), Fico arriva solo a 1.286.188 preferenze. I voti al solo presidente risultavano essere appena 111.761 rispetto a quelli del già neopodestà di Salerno che ne agguantò 217.033 (-105.202); la lista per Fico presidente risulta, inoltre, ridimensionata nella compagine del “centro-sinistra” con 108.750 voti, pari al 2,2%, mentre esce praticamente a pezzi la candidatura di Cirielli che riceve il 15,2% (757.836 voti) anche se rispetto a Stefano Caldoro guadagna il 5,9%. Secondo la destra la débâcle sarebbe da addebitarsi al ritardo nello scegliere il candidato e nella proposizione del programma elettorale; in realtà i candidati, spesso fascisti dichiarati, pregiudicati (si pensi a Marco Nonno) o personaggi assolutamente inconsistenti nell’ambito delle masse popolari, come lo stesso viceministro Cirielli, e le politiche contro il Mezzogiorno del governo neofascista Meloni hanno determinato ben prima della campagna elettorale l’inevitabile sconfitta della teppaglia di Salvini, Tajani e di Mussolini in gonnella.
I partiti travolti dall’astensionismo
Nonostante la campagna elettorale milionaria condotta soprattutto dalle due fazioni opposte, l’astensionismo travolgeva le loro velleità e nonostante i proclami contro quello che unanimemente chiamano il “non voto” (per Fico il primo punto era “Andate a votare!”), la propaganda che ha visto in campo diversi leader e rappresentanti del parlamento nero, tra cui Elly Schlein e Giuseppe Conte, non toccava le masse popolari campane. A farne le spese è stato sicuramente il Movimento 5 Stelle che dal 17,7% sugli elettori delle politiche 2022 (796.450 preferenze), nel giro di tre anni dissolveva 14 punti arrivando ad appena il 3,7% con una perdita netta di 613.117 voti. Non riesce neppure a riportarsi sui dati delle regionali 2020 rispetto alle quali perde l'1% del suo elettorato e 50.642 voti.
Primo tra i partiti di “centro-sinistra”, il PD si attesta al 7,4% con 370.016 voti, perdendone 28.506 rispetto alle regionali 2020.
Molto vicini al presidente Fico, invece, il PSI di “Avanti” che, nonostante non sia stata eletta la capofila ex pentastellata Valeria Ciarambino, ha piazzato ben tre consiglieri, facendo leva sul nocciolo duro degli storici craxiani della famiglia Mensorio. Il PSI campano raggiunge e supera i 118.435 voti (2,4%), raddoppiando rispetto sia alle regionali 2020 (+60.103 preferenze), sia rispetto alle politiche 2022 (+58.332).
Durissimo colpo anche per Fratelli d’Italia che perde 166.125 voti rispetto alle politiche 2022 (-4,2%).
Non sfonda neppure la Lega nonostante il presuntuoso ottimismo di Salvini, al 2,2% (110.736 voti), anzi perde lo 0,5% pari a 22.424 preferenze sul 2020. Questi voti persi vengono attratti nell’area di Forza Italia che è l’unico partito che probabilmente guadagna più di tutti, passando dai 121.694 voti del 2020 (pari al 2,4%) a 215.419 (4,3%) quasi raggiungendo il partito della Meloni.
Il risultato delle cosiddette liste “civiche”
Un dato da non sottovalutare è quello delle liste “civiche”: il virgolettato è d’obbligo perché non si tratta di supporter disinteressati a Fico, ma di un trittico di vecchi volponi della politica ben organizzati e che mirano direttamente al futuro della prossima giunta di “centro-sinistra”. Trattasi di Vincenzo De Luca, di Matteo Renzi e del boss Clemente Mastella che, alla luce dei risultati delle loro fantomatiche “liste civiche”, aspettando di incassare gli agognati assessorati, cominciano a fare pressioni sull’entourage di Roberto Fico. Basti pensare a De Luca e alla sua lista “A testa alta” che ha preso 167.569 voti (3,4%), surclassando le liste vicino al nuovo presidente pur se il suo consenso è clamorosamente dimezzato rispetto al 2020 dove prese 313.669 voti (6,3%). Un risultato che, comunque, ha fatto gonfiare il petto a De Luca che non ha mancato di dare alcune staffilate a Manfredi, suo reale competitor
, rivendicando la primogenitura del cosiddetto “campo largo”: “C’è molta confusione, gente con la memoria corta: il campo largo lo abbiamo fatto qui cinque anni fa”; per poi rivendicare una serie di assessorati (quattro?) da Fico e compari.
Non da meno è stato il risultato di Renzi (116.963 voti, pari al 2,4%) che ha piazzato ben tre consiglieri regionali e probabilmente è stato la sorpresa di queste elezioni, nonostante abbia perso, rispetto al 2020, ben 56.921 voti (-1,1%) e che verrà “a dama” anche lui per chiedere qualche assessorato. Risultato simbolico anche per la lista Mastella, atteso che il neopodestà di Benevento ha piazzato il figlio Pellegrino raggiungendo quota 71.260 (1,4%) con +38.034 rispetto alle politiche 2022; e anche qua c’è odore di richiesta di poltrona.
Il risultato di AVS e Campania Popolare
Dovevano rappresentare l’argine al dilagare impetuoso dell’astensionismo elettorale, ma anche Alleanza Verdi e Sinistra hanno fatto un incredibile flop non bissando il risultato delle europee 2024.
In prima fila nella campagna elettorale l’ex figlioccio di Bertinotti, Nicola Fratoianni, già responsabile nazionale dei giovani comunisti neorevisionisti e trotzkisti, e il verde filosionista Francesco Emilio Borrelli, che è riuscito a piazzare nel Consiglio regionale il suo delfino, lo sconosciuto Carlo Ceparano. Infatti la coalizione, ruota di scorta del “centro-sinistra”, ha arretrato all’1,9% rispetto al 2024 quando aveva conseguito una dote di 137.958 voti (3% circa).
Il risultato di Campania Popolare, ossia la coalizione che vedeva Potere al Popolo di Giuliano Granato coadiuvato dai neorevisionisti e trotzkisti del PRC e del PdCI, è sicuramente fallimentare. Si prefiggevano tre compiti: riportare gli astensionisti nell’alveo dell’elettoralismo borghese, superare la soglia del 2,5% imposta per entrare in Consiglio regionale, ottenere un risultato importante atteso che il nucleo fondante di PaP è proprio la Campania e Napoli in particolare. Nessun obiettivo è stato raggiunto e questo dimostra la lontananza dal proletariato e dalle masse popolari sia di Granato che di PRC e PdCI, che raggiungono il 2% sui voti validi, l’0,8% sul corpo elettorale, e incamerano poco più di 40mila voti (40.743). In sostanza la classe operaia e le masse campane non sono cadute nel nuovo inganno del “moderno socialismo”, nel tentativo di far rifluire l’astensionismo e, come hanno ripetuto i vertici di PaP, “far apparire in Italia una politica differente. Una politica che dia continuità ai movimenti ed evitare che vengano dispersi dalla repressione o dal riflusso”, fino alla rivendicazione “delle parti più avanzate della Costituzione” come ulteriore modello di riferimento. Questa rimasticatura vetero riformista e socialdemocratica unita al nuovo inganno propugnato per riportare all'ovile dell'elettoralismo e del parlamentarismo gli astensionisti di sinistra, alimentando le illusioni che si possano sfruttare in chiave riformista le marce e screditate istituzioni borghesi per volgerle a vantaggio del popolo.
Secondo noi marxisti-leninisti campani occorre dare agli astensionisti di sinistra, che hanno già fatto il primo passo per liberarsi dalle illusioni partitiche ed elettorali, una vera coscienza di classe antigovernativa e anticapitalista, per abbracciare attivamente la lotta contro il governo neofascista Meloni, per il socialismo e il potere politico del proletariato.
3 dicembre 2025