Dialogo con i lettori
Potete dirmi qualcosa di più sul “massacro di Fântâna Albă”?

Cari compagni,
mi sono trovato a discutere con altri dell'invasione tedesca dell'URSS ed è venuto fuori l'episodio - antecedente l'aggressione nazista - del massacro di Fântâna Albă del 1940 commesso dalle truppe sovietiche all'indomani degli accordi segreti del patto Molotov-Ribentropp riguardanti la Bessarabia.
Non so nulla di quest'episodio e vorrei saperne di più, possibile?
Saluti comunisti.
Raffaele - Salerno
 
Nel 1940 l’Armata Rossa procedette alla liberazione della Bucovina settentrionale, territorio a netta maggioranza ucraina, ponendo fine a oltre due decenni di oppressione nazionale e sociale esercitata dallo Stato borghese-nazionalista rumeno sin dal 1918. La regione venne reintegrata nella Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina, repubblica costituente dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Tutti gli abitanti della Bucovina settentrionale ottennero la cittadinanza sovietica, inclusi i membri della minoranza rumena, che in larga parte accolsero favorevolmente l’instaurazione del potere sovietico e i suoi principi di eguaglianza socialista fra i popoli.
L’abolizione dei privilegi nazionali e di classe determinò il malcontento degli elementi sociali legati al precedente assetto borghese: grandi proprietari terrieri rumeni, imprenditori capitalistici, mercanti agiati, kulaki, nonché funzionari dell’apparato amministrativo monarchico-borghese. Alcuni di questi strati, mossi dagli interessi materiali minacciati dalle trasformazioni democratico-rivoluzionarie, iniziarono a organizzare attività controrivoluzionarie, spesso in collegamento con il regime fascista di Bucarest.
Il potere sovietico, esercitando il proprio diritto di autodifesa rivoluzionaria, avviò la necessaria repressione di tali gruppi antisovietici, responsabili dei soprusi politici, economici e nazionali inflitti per oltre vent’anni alle masse lavoratrici, in primo luogo ucraine, ma anche rumene, ebraiche e di altre nazionalità. In tale contesto controrivoluzionario si verificarono, tra il 1940 e il 1941, tentativi armati di attraversamento illegale del confine verso la Romania. Alcuni ebbero esito parziale o totale, altri furono repressi dopo scontri a fuoco, arresti ed episodi letali.
La divisione amministrativa tra Bucovina settentrionale (URSS) e meridionale (Regno di Romania) comportò che alcune famiglie contadine rumene residenti nei villaggi frontalieri si trovassero separate. Tra questi contadini - generalmente analfabeti, politicamente non strutturati e privi di ostilità verso il potere sovietico - prevalse principalmente il desiderio di ricongiungimento familiare. Le autorità sovietiche esaminavano tali richieste con prudenza, al fine di evitare l’infiltrazione di elementi controrivoluzionari dissimulati.
Approfittando della buona fede di questi contadini, ingannati dalla promessa dell’ottenimento del permesso collettivo di attraversare la frontiera, gruppi ostili al potere sovietico - successivamente identificati come spie romene, residui dell’amministrazione borghese rumena e nazionalisti ucraini dell’OUN - organizzarono, il 1º aprile 1941, una marcia di popolazione proveniente dai villaggi di Verkhni Petrivtsi, Nizhni Petrivtsi, Kupka, Cornești e Suceveni, mascherandola come processione pacifica con bandiere bianche e simboli religiosi. A circa tre chilometri dal confine, la colonna fu fermata da una pattuglia del 97º Distaccamento di Frontiera dell’NKVD della RSS Ucraina. Dai reparti sovietici fu accertato che elementi armati nascosti tra i civili aprirono il fuoco contro i posti di frontiera; solo dopo spari di avvertimento in aria, i soldati sovietici risposero legittimamente al fuoco, neutralizzando gli aggressori.
Secondo la documentazione sovietica, il numero delle vittime fu di 44 uomini adulti. Ventidue persone furono arrestate in flagranza e successivamente condannate per aggressione armata nel tentativo di attraversamento illegale del confine e per “partecipazione a un gruppo antisovietico volto al tradimento della Patria socialista”.
Il regime fascista di Ion Antonescu (1940-1944) iniziò a utilizzare l’episodio di Fântâna Albă solo dopo l’inizio della guerra contro l’URSS, nell’estate 1941. Prima di tale data, il regime non aveva formulato alcuna protesta ufficiale né mostrò interesse per l’accaduto. Con l’avvio dell’aggressione antisovietica, la vicenda divenne strumento propagandistico sistematico, impiegato con finalità politico-militari:
rappresentare l’URSS come “potenza genocida contro i rumeni”;
giustificare la partecipazione romena alla guerra di aggressione come “guerra di liberazione nazionale”;
rafforzare la narrativa della presunta “ferocia” delle guardie di frontiera sovietiche;
mobilitare l’opinione pubblica attraverso un sentimento di vendetta nazionale e di revanscismo territoriale.
Nella propaganda antonesciana, l’episodio fu grossolanamente falsificato, ampliandone le dimensioni fino a numeri di fantasia (2.000-3.000 vittime), privi di qualsiasi riscontro documentario contemporaneo, con l’obiettivo di insinuare l’idea di un inesistente “piano sovietico di sterminio dei rumeni”. Il regime non condusse indagini, non pubblicò liste di presunte vittime né organizzò commemorazioni specifiche: l’episodio funzionava esclusivamente come narrazione simbolica al servizio della guerra di aggressione contro l’Unione Sovietica.
L’attuale versione più radicale e distorta del cosiddetto “massacro di Fântâna Albă” è stata poi amplificata da ideologi anticomunisti come Paul Goma, che ha manipolato testimonianze, inventato rappresaglie inesistenti, e formulato cifre del tutto incompatibili con le fonti. Costui è noto anche per posizioni negazioniste dell’Olocausto, per l’attribuzione agli ebrei della “colpa” del comunismo e per la giustificazione dei crimini del regime di Antonescu. Le sue affermazioni, riconosciute come diffamatorie e antisemite dai tribunali rumeni, testimoniano la natura ideologica e antistorica delle narrazioni da lui diffuse.

10 dicembre 2025