Straordinaria giornata di lotta dei lavoratori ex Ilva a Genova
Lungo, partecipato e determinato corteo. Battaglia davanti alla prefettura, gli operai usano una ruspa. Occupata la stazione di Brignole
“La gente come noi non molla mai!”
Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
Nonostante la straordinaria mobilitazione messa in campo nei giorni scorsi, dai lavoratori ex-Ilva, Ansaldo Energia e Fincantieri, nessuna risposta positiva è giunta da Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del made in Italy, del governo neofascista Meloni, di conseguenza il futuro dell’impianto siderurgico di Genova Cornigliano e dell’intero settore strategico, come quello dell’acciaio, è appeso a un filo.
La risposta operaia non poteva farsi attendere. Lo sciopero dei metalmeccanici per l’intera giornata del 4 dicembre è stato proclamato da Fim Cisl, Fiom CGIL; all’iniziativa di lotta ha aderito anche Usb (la Uilm si è defilata). Michele De Palma, Segretario generale Fiom, ha dichiarato: “Il piano che era stato presentato dal ministro Urso e che abbiamo condiviso, quello che prevedeva i tre impianti di Dri (preridotto o Direct Reduced Iron, un modo alternativo nel produrre ferro) e i famosi quattro forni elettrici, dalla sera alla mattina è stato cancellato. Ieri ho visto il ministro parlare in Parlamento e dire che tutto va bene, tutto funziona. Ma non è così, la realtà è un’altra”. Il fallimento di questo piano non deve stupire. La deindustrializzazione è la drammatica conseguenza di anni di assoluta mancanza di politiche per il settore della siderurgia italiana. Di salvare l’occupazione e il reddito di migliaia di lavoratori delle acciaierie al governo Meloni poco importa, è preferibile inchinarsi alle politiche europee e internazionali nel destinare enormi risorse economiche al riarmo.
Ma questa ennesima mobilitazione deve fare riflettere. I lavoratori, la classe operaia genovese, non è scesa nuovamente in piazza, perché dalla piazza in verità non si è mai allontanata, è da lunedì mattina, è dall’alba del 1° dicembre, e interrottamente, che la piazza, antistante l’impianto ex-Ilva, è per gli operai siderurgici genovesi più che un presidio. È diventata la loro casa, in quello slargo adiacente all’impianto, e di fronte alla stazione ferroviaria di Genova Cornigliano, vi hanno tenuto assemblee, incontrato la solidarietà dei genovesi, ci hanno passato le notti dormendo nelle tende, consumato pasti frugali, si sono dati il cambio per non lasciare il luogo incustodito, si sono scaldati con dei falò.
Il concentramento era fissato ai giardini Melis (adiacenti all’impianto siderurgico). Formati i cordoni un combattivo corteo, aperto da uno striscione con scritto “Genova lotta per l’industria” e composto da non meno di cinquemila operai, si è messo in movimento; obiettivo raggiungere la prefettura di Genova in largo Lanfranco. Sette chilometri di manifestazione. Sette chilometri di strada accolti da applausi e dalla solidarietà di chi osservava e sostava lungo la carreggiata. Un itinerario di lotta che ha percorso via Pieragostini, via Degola, piazza Montano, via Cantore, via Buozzi, via Adua, via Gramsci, piazza Nunziata, piazza Portello, piazza Corvetto. I lavoratori metalmeccanici hanno poi trovato a protezione del Palazzo della Prefettura una ventina di blindati delle cosiddette “forze dell’ordine” in tenuta antisommossa. La polizia, probabilmente non del tutto soddisfatta di essersi schierata con i cellulari posizionati a pettine per chiudere la strada, ha bloccato, con delle barriere in metallo alte non meno di tre metri e fissate ai blindati, l’accesso di via Roma e di fatto largo Lanfranco dove si affaccia il palazzo della Prefettura. Dagli operai è partita una salva di fischi, di petardi, di uova, di parole d’ordine contro il governo Meloni, contro la chiusura degli impianti. Armando Palombo, rappresentante sindacale Rsu Fiom, da un altoparlante inveendo urlava: “Ci dovete arrestare tutti! Ma proprio tutti!”. Da una ruspa, portata dagli operai, è spuntato un cavo d’acciaio. La barriera metallica è stata agganciata. Uno strappo deciso, una retromarcia di una decina di metri del grosso mezzo meccanico e la grata è stata divelta. A questo punto la polizia ha cominciato a lanciare lacrimogeni; un operaio è stato colpito e ferito alla fronte; sì, i lacrimogeni erano lanciati ad altezza uomo. Ma i lavoratori non si sono allontanati. Hanno raccolto i lacrimogeni da terra e li hanno lanciati oltre i blindati. Quindi si sono posizionati a una distanza di sei, sette metri, dalla barriera. Si sono riformati i cordoni del servizio d’ordine, sono ripartiti i canti “Siamo gente che non ha paura!”, “La gente come noi non molla mai!”, “La rovina dell’Italia siete voi!”. Momenti di alta tensione. Altri lacrimogeni lanciati, ma rispediti anche questi al mittente.
A questo punto a portare la solidarietà ai lavoratori è giunta la sindaca di “centro-sinistra” di Genova, Silvia Salis. Non ha rilasciato vere dichiarazioni, si è soprattutto raccomandata di non fare violenze, e alla richiesta degli operai di bloccare i lavori del Consiglio comunale, fino a quando non sarà arrivata una risposta concreta dal governo, Salis ha risposto che metterà, durante il Consiglio, la proposta ai voti. Dal prefetto di Genova, Cinzia Torracco, nessuna risposta. Sindacati e lavoratori, pensavano che, come ruolo istituzionale, si degnasse di ricevere una delegazione di manifestanti. Se non altro nel tentativo di placare gli animi. Nulla. Non pervenuta. Di certo non era interessata a svolgere il proprio ruolo. Il portone in acciaio della Prefettura è rimasto sbarrato chiudendosi, di fatto, al mondo che lavora.
E allora cambio di programma. Il corteo, sempre più ingrossato (lungo il percorso si aggiungevano antifascisti, portuali, lavoratori metalmeccanici ora in pensione), ha preso la via della stazione ferroviaria di Genova Brignole. Giunti dinanzi all’imponente struttura i lavoratori si sono schierati di fronte; l’effetto prodotto dal cordone del servizio d’ordine faceva tremare i polsi; duecento, trecento lavoratori, in doppie, triple, e ancor di più file serrate, quasi impenetrabili, lunghe quanto la struttura ferroviaria, che si tenevano a braccetto, con i pugni sui fianchi chiusi, con i volti tesi, e con la consapevolezza di essere dalla parte della ragione. Qualche minuto per rendere eterno quel momento e poi avanti ad occupare i binari.
Annunciato da una telefonata è arrivato il presidente della regione di “centro-destra” Marco Bucci. Ha garantito il suo impegno, si è speso nel suo interessamento, ma, com’era prevedibile e com’era già successo alla sindaca Salis, non ha ricevuto nessun applauso.
Alle 14 gli operai hanno lasciato la stazione ferroviaria di Genova Brignole e in corteo sono ritornati a Genova Cornigliano. Tra andata e ritorno quattordici chilometri di corteo. Sette ore di cammino, sette ore di corteo, e ritorno al cantiere per riprendere la lotta, per riprendere l’occupazione e il blocco stradale. Stanchezza tanta, ma ancor di più tanta determinazione e il sapere che... La gente come noi non molla mai!
10 dicembre 2025