Il corso per i militari nell'ateneo di Bologna fa parte della strategia del governo di militarizzare le università
Protesta di piazza degli studenti e studentesse. Cambiare Rotta: “La vera esclusione non è non attivare un corso per l’Accademia militare, ma lasciare fuori migliaia di giovani perché mancano fondi e borse di studio”. Pesanti critiche al Rettore Molari per gli accordi con l'industria bellica e con la NATO

La scorsa settimana il capo di Stato Maggiore dell’esercito, Carmine Masiello, presente a Bologna per partecipare ai cosiddetti “Stati generali della Ripartenza”, si era lamentato del no ricevuto dal dipartimento di Filosofia alla richiesta dell’attivazione di un corso di laurea riservato a una quindicina di ufficiali dell'Esercito e finalizzato a “sviluppare il pensiero laterale” dei militari italiani. Un rifiuto che ha fatto travasare la bile ai massimi esponenti del governo Meloni che immediatamente hanno colto l'occasione per gridare allo scandalo, parlando di università che non rispettano la Costituzione e che boicottano il più alto interesse nazionale.
Anche le parole del rettore dell’Università di Bologna, Giovanni Molari, non hanno affatto chiarito la legittimità del voto espresso dal Senato universitario, volendo rimanere con i piedi su due staffe in una posizione opportunistica ed equilibrista che però tentenna da un lato di fronte agli attacchi dell'esecutivo, dall'altro dinanzi agli organismi studenteschi che sono determinati a bloccare questo evidente percorso di militarizzazione degli atenei ormai chiaro a tutti.
L’ateneo bolognese era già finito nel mirino di Meloni, Bernini e Piantedosi per una risoluzione adottata dallo stesso Senato Accademico nel giugno scorso, che definiva “plausibile” il genocidio a Gaza e dava mandato per avviare una ricognizione dei progetti in corso con le istituzioni israeliane, inclusi quelli sul dual use, per arrivare a un loro stop.
Anche in questo caso era stato sempre Molari a parare i colpi all'esecutivo e ad altri organismi universitari di destra dalle forti e giuste proteste di studenti e docenti solidali con la Palestina precisando che i progetti non erano stati cancellati, ma semplicemente sospesi. Anche sulla specifica vicenda del corso, l'Alma Mater ha sottolineato che non c'è nessuna preclusione verso l’esercito, dal momento che la stessa Università di Bologna collabora stabilmente con l’Accademia Militare di Modena. Per svicolare infatti da questa grana, il diniego è stato giustificato esclusivamente come una questione legata “alla sostenibilità didattica, la disponibilità di docenti, la coerenza con l’offerta formativa e l’insieme delle risorse necessarie, che vanno ben oltre il costo di eventuali contratti di docenza”. In estrema sintesi insomma, secondo Molari il dipartimento di Filosofia avrebbe ritenuto di non procedere all’attivazione del percorso per una esclusiva questione di spesa.
Ma dalla recente denuncia del generale Masiello pronunciata a oltre due mesi dal diniego del corso, sono scaturite come già accennato, le reazioni a catena indignate dei ministri Crosetto e Bernini, del capogruppo di Fdi Bignami e di Meloni, che in un post su X ha parlato di “atto incomprensibile e gravemente sbagliato” che lede i “doveri costituzionali che fondano l’autonomia dell’Università”.
Sempre su X, Piantedosi ha sottolineato come il rifiuto, motivato dal timore di una “presunta militarizzazione dell’ateneo”, sia avvenuto “proprio in una città colta e aperta come Bologna, nella più antica Università al mondo, che rappresenta un punto di riferimento internazionale dei valori di laicità, cultura e pensiero”, chiudendo con una vergognosa accusa: “Un’università non può essere gestita come una sezione di partito, chiudendosi rispetto all’esterno”.
Addirittura la ministra dell'Università Anna Maria Bernini, non solo si allinea a Meloni e Piantedosi, ma rilancia la necessità impellente di una collaborazione strutturale tra atenei e difesa. Di fronte agli allievi dell’Accademia di Modena, Bernini ha infatti annunciato di essere al lavoro con il ministro della guerra Crosetto e a tutto l'esecutivo al fine di creare rapidamente un gruppo interforze delle università emiliano-romagnole guidato dall’ateneo di Modena-Reggio Emilia, “per rispondere in modo efficace alle esigenze formative degli allievi dell’Accademia”.
Secondo Bernini infatti “l’autonomia universitaria significa anche responsabilità. Non esiste libertà senza sicurezza, e non può esserci sicurezza senza una Difesa preparata e capace di leggere la complessità del nostro tempo”.
Mentre c’è chi farnetica di presunti articoli costituzionali a supporto di questo evidente tentativo di ulteriore militarizzazione non solo dell'Università, ma anche dell'intera società, le studentesse e gli studenti di Bologna ribadiscono che non sono e non saranno mai disposti alla militarizzazione dell'università e lasciare le proprie aule alla propaganda bellicista e guerrafondaia del governo. D'altra parte è ormai di tutta evidenza che quest'ultimo episodio si inserisce all’interno di una cornice più ampia che comprende villaggi dell’esercito nei centri cittadini, carri armati nelle scuole, progetti di ricerca utilizzati nel settore militare-industriale e proposte di reintroduzione della leva obbligatoria di un esercito che per caratteristiche rimane saldamente interventista e ad esclusiva difesa del governo neofascista, che gli studenti bollano giustamente come “tattiche per normalizzare la guerra”.
In questa ottica, studenti e studentesse del Collettivo Universitario Autonomo, Usb e l'altro collettivo Cambiare Rotta, sono scesi in piazza con grande determinazione per protestare contro il piano di governo e per smentire lo stesso Molari sulle ragioni del no al corso ufficiali.
“Quel no è stato pienamente legittimo, perché il corso rappresentava un ulteriore tassello nel processo di militarizzazione e integrazione dei nostri atenei nelle logiche di guerra e riarmo” ha affermato Leili Hizam, rappresentante di Cambiare Rotta nel Consiglio degli studenti Unibo.
A ragione gli studenti sostengono che Roma abbia trasformato una decisione accademica in un terreno di scontro politico, imponendo questo come altri corsi, attaccando la scelta del Dipartimento e ignorando il voto di studenti, docenti e lavoratori. “È un’ingerenza diretta nelle decisioni dell’università – affermano gli studenti - Noi diciamo chiaramente che il corso non si deve fare né a Bologna né a Modena, perché non vogliamo Atenei piegati alle logiche di guerra e riarmo”.
I marxisti-leninisti italiani li sostengono senza alcuna esitazione, anche quando affermano che “La vera esclusione non è non attivare un corso per l’Accademia militare, ma lasciare fuori migliaia di giovani perché mancano fondi, borse di studio e diritto allo studio”.
In coda all'importante presidio è arrivata anche la contestazione al rettore Molari: “Durante il suo mandato ha sostenuto gli accordi dell’Ateneo con l’industria bellica, la Marina militare e la Nato. Non ci stupisce che oggi si dissoci dalla decisione del Dipartimento”.
Di fronte ad attacchi ormai generalizzati e sistematici contro i rettorati affinché perdano ogni capacità critica e di indipendenza servendo questo processo di sostanziale fascistizzazione della scuola e dell'università italiana, il protagonismo degli studenti e delle studentesse in lotta rimane centrale e di fondamentale importanza per contrastarlo. Anche se il governo si affanna a nascondere il suo disegno dietro innumerevoli foglie di fico, il tentativo di completare il processo di militarizzazione in corso è più che evidente anche ai più scettici.
E non lo si fa solo travolgendo scuole ed atenei di corsi, propaganda, proselitismo, alternanza scuola-lavoro presso caserme o arsenali militari, brochure di presentazione piene di foto di militari in assetto da guerra e convenzioni che spingono verso la normalizzazione e l'apprezzamento della guerra imperialista, ma anche impedendo ogni iniziativa che va nella direzione opposta, basti pensare alla censura di Piantedosi del corso di formazione per docenti “La scuola non si arruola” organizzato dal Cestes-Proteo insieme all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università per la giornata del 4 novembre scorso, e per il quale avevano presentato richiesta di partecipazione oltre 1200 persone.
Insomma, in estrema sintesi è innegabile che Meloni, Crosetto, Piantedosi e Bernini stiano costruendo una scuola e una università nelle quali deve essere egemone la cultura della destra incentrata sul nazionalismo, sul patriottismo, sul militarismo e sul cristianesimo, funzionale al disegno politico del governo, nel pieno interesse del regime capitalista e neofascista e dell'imperialismo italiani.
Di fronte a questa ampia e sistematica operazione governativa di militarizzazione e fascistizzazione della società, della scuola e della università grande e forte deve essere la risposta degli antifascisti e dei democratici che ormai hanno capito di quale nera pasta è fatto il governo di Mussolini in gonnella. Che si sveglino dunque sindacati e partiti, perché alla Meloni non deve essere più concesso di completare il suo disegno eversivo e piduista con le controriforme della magistratura e sul presidenzialismo.
Questo grande fronte antifascista deve però comprendere che la lotta di classe e di piazza sono gli unici strumenti efficaci di cui le masse popolari possono disporre in momenti decisivi come questo.
 

10 dicembre 2025