In base al patto Schlein-Meloni
La Camera approva all'unanimità il reato di femminicidio. Al Senato salta l'accordo sul ddl “Senza consenso è strupro”
Dopo l'approvazione all'unanimità da parte della Camera, discussa il 25 novembre scorso, la legge sul reato di femminicidio (n. 181) è diventata ufficiale il 2 dicembre 2025 con la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e entrerà in vigore dal 17 dicembre prossimo venturo.
Il Senato aveva già approvata all'unanimità il 23 luglio scorso il Senato il dl n. 1433 recante “Introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime”
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La prima bozza era stata presentata a marzo, ma dopo le critiche ricevute da diverse giuriste e dai movimenti transfemministi, poiché ritenuta molto fumosa, è stata ripresentata modificata nella parte iniziale dove si indicava la fattispecie di reato. La legge n. 181 è il frutto di un compromesso, di un lavoro svolto congiuntamente, tra la maggioranza meloniana e le opposizioni, esso cita nell'“art. 577-bis c.p. (Femminicidio: Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l’articolo 575.
Si applicano le circostanze aggravanti di cui agli articoli 576 e 577.
Quando ricorre una sola circostanza attenuante ovvero quando una circostanza attenuante concorre con taluna delle circostanze aggravanti di cui al secondo comma, e la prima è ritenuta prevalente, la pena non può essere inferiore ad anni ventiquattro.
Quando ricorrono più circostanze attenuanti, ovvero quando più circostanze attenuanti concorrono con taluna delle circostanze aggravanti di cui al secondo comma, e le prime sono ritenute prevalenti, la pena non può essere inferiore ad anni quindici”
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L'aver riconosciuto il reato di femminicidio potrebbe apparire come un successo per le donne, poiché attesta l'esistenza del fenomeno, ma a un esame più approfondito, risulta come l'ennesima “trovata” illusoria e ipocrita del governo neofascista Meloni, alla quale ha dato sostegno anche l'opposizione parlamentare, per dar a intendere che sta osteggiando la strage di donne, in crescita interrotta dall'inizio dell'anno nel nostro Paese: 81 le donne che sono state uccise, la maggior parte per mano dei propri partner o ex partner, a questi si sommano ben 70 tentati femminicidi, e quasi tutti nell'ambito familiare/affettivo.
La legge che entrerà in vigore a breve è basata solo sulla repressione, introducendo l'ergastolo per il reato di femminicidio, senza però intervenire nella prevenzione e attraverso investimenti adeguati per evitare i femminicidi. Peraltr lascia invariata la situazione drammatica in cui versano quei Centri anti violenza che sono fra gli strumenti più necessari per ostacolare la violenza di genere e i femminicidi. Il rapporto riferito al 2024 di D.i.Re parla chiaro: nel 2024 i centri della rete hanno accolto complessivamente 23.851 donne, rispetto alle 23.085 nel 2023, con un aumento di 800 casi circa e un trend in crescita per donne straniere anche senza documenti. Oggi in Italia mancano i posti letto nelle case rifugio per accogliere tutte le persone che ne hanno bisogno, persino ricorrendo alla supplenza delle case rifugio non istituzionali. Senza contare che il lavoro in questi Centri si svolge essenzialmente grazie al volontariato, mentre mancano di risorse economiche a seguito dei tagli alla spesa pubblica.
Come asserì Silvia Tordini Cagli, professoressa di diritto penale, dopo l'approvazione in Senato il 23 luglio scorso: “Siamo di fronte all'ennesima norma repressiva che non aggiunge nulla: non ha funzione di prevenzione né di deterrenza. Bisogna lavorare su questo fenomeno in modo diverso: il femmicidio è la punta dell'iceberg. Se non si prevede alcun tipo di supporto alle pratiche antidiscriminatorie e di prevenzione non si risolve niente: è solo un'operazione di immagine. Manca invece tutta la parte degli investimenti nelle strutture, ad esempio per le case che accolgono le donne, e per il personale di genere. Introdurre una nuova ipotesi di reato è molto spesso la via più semplice e più economica, perché di per sé non prevede la necessità di fare degli investimenti”.
Critiche all'epoca vennero espresse anche da parte dell'avvocata Marta Buti, consigliera nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza): “Le donne hanno bisogno di un sistema antiviolenza attrezzato perché certi eventi, soprattutto quelli più drammatici, si possano prevenire, contesti penali che riconoscano la specificità dei loro vissuti e capaci di riconoscere e valutare i rischi ad essi collegati... Sappiamo che non è attraverso l’inasprimento delle pene che si risponde all’interesse delle donne: non è la minaccia dell’ergastolo ciò che aiuta ad evitare una reazione sempre più violenta da parte degli uomini all’espressione della libertà delle donne”
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Il ddl “Senza consenso è stupro” era in approvazione al Senato lo stesso 25 novembre (data scelta per “onorare” la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e di genere), dopo che, come avevamo scritto sul n. 43/2025 de “Il Bolscevico”, la Camera dei deputati aveva approvato all'unanimità il 12 novembre scorso, l'emendamento all'articolo 609 bis del Codice Penale in materia di violenza sessuale, che definisce stupro quando non ci sia “consenso libero e attuale” in un rapporto sessuale e lo fa diventare un reato punibile con la reclusione da 6 a 12 anni.
Tale emendamento votato all'unanimità in Commissione Giustizia era il frutto dell'accordo maturato dopo vari contatti diretti fra la Meloni e la segretaria del PD Schlein, ma nella seduta del 25 novembre tale accordo è saltato. La maggioranza meloniana ha accettato la richiesta della Lega di tornare a esaminare il provvedimento in commissione Giustizia al Senato, facendo slittare l’approvazione definitiva del provvedimento almeno a febbraio 2026. La senatrice leghista Giulia Bongiorno lo giustificava così: “gli esponenti del 'centro-destra' vogliono migliorare il testo e serve un approfondimento”.
Le vere motivazioni sono altre, e le ha esposte il fascio-leghista Matteo Salvini: “il consenso libero e attuale è una follia, così come è scritto, lascia spazio a vendette personali” (per esempio da parte di ex compagne).
Le obiezioni giuridiche sollevate sulla norma del non consenso sono solo obiezioni fuorvianti per distogliere l'attenzione dal nocciolo della questione che è politico sulla concezione borghese e patriarcale della donna che deve essere subalterna all'uomo, in tutto e per tutto, nella società, nel lavoro, nella scuola, nella politica e soprattutto nella famiglia.
Lo stop alla norma, che nonostante i suoi limiti porterebbe importanti novità in materia di violenza sessuale, modificando la vecchia legge, nella quale persisteva il pregiudizio che addebitava alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita, consentendo alla donna di denunciare come stupro un rapporto sessuale non consenziente, dimostra ancora una volta l’ideologia e la cultura reazionaria, razzista, nazionalista, maschilista, clericale, oscurantista e omofoba che ispirano la politica del governo di Mussolini in gonnella, sintetizzata nel trinomio mussoliniano “Dio, patria e famiglia”.
Con la nuova norma il concetto “attuale” significa che il consenso deve esistere durante tutto il rapporto sessuale dall'inizio alla fine, ed è revocabile in ogni momento da parte della donna, esso è fondamentale nelle violenze sessuali, soprattutto quelle che avvengono all'interno delle relazioni di coppia, ed è in netto contrasto con il familismo cattolico e borghese di cui il governo della Meloni è fervido sostenitore, dove la famiglia è un luogo sacro e inviolabile, basato su una concezione della riproduzione, della sessualità e della vita oscurantista, dogmatica e medievale.
Il governo Meloni è il peggior governo che le masse femminili abbiano conosciuto dopo quello di Mussolini, rappresenta un grave arretramento per le masse femminili e una vera e propria restaurazione neofascista, patriarcale e antifemminile della concezione della donna e del suo ruolo sociale e familiare.
Il governo neofascista Meloni è il nemico principale sul piano politico delle masse femminili sfruttate e oppresse e del processo di emancipazione delle donne.
10 dicembre 2025