La “pace” imperialista non ferma il genocidio palestinese
Trump prepara l'occupazione militare di una parte di Gaza, Netanyahu consolida quella sul resto della Striscia
La neofascista Meloni partecipa a sostegno dei criminali sionisti e recita una farsa ricevendo il collaborazionista Abu Mazen
Hamas celebra il 38° della sua fondazione
Nella prima parte di dicembre, secondo vari resoconti dei mezzi di informazione americani, è stato particolarmente attivo il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) che ha avuto una lunga serie di incontri coi rappresentanti militari di oltre 25 paesi in preparazione del vertice del 16 dicembre a Doha, in Qatar, cui ne seguirà un altro già in programma a gennaio per discutere proprio della composizione e del mandato della cosiddetta Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf), guidata da un generale americano, che secondo il piano di pace Trump-Netanyahu per Gaza dovrebbe sostituire, con gli stessi compiti, l'occupazione militare sionista in una parte della Striscia. I paesi già disposti a inviare truppe sarebbero una ventina ma intenzionati a operare solo nei territori palestinesi occupati dai sionisti, nella oltre metà della Striscia sotto il diretto controllo dell'esercito occupante, o in Cisgiordania. Fra i volontari imperialisti già pronti a inviare truppe c'è l'Italia della neofascista Meloni disponibile a inviare “carabinieri ed esercito”, sostengono fonti governative.
La cosiddetta fase due del famigerato piano di pace imperialista vede gli Usa impegnati a prepara l'occupazione militare della parte di Gaza lungo il mare, affiancando e non eliminando come prevedrebbe il piano, quella dei sionisti che consolidano l'occupazione della parte interna lungo il nuovo confine costruito con la lnea gialla, la nuova linea della morte per i palestinesi. Le operazioni militari congiunte, e anche quelle civili della futura amministrazione, saranno gestite dal Centro di coordinamento (Cmcc) di Kiryat Gat, a circa 20 chilometri dall’estremità nord della Striscia di Gaza, dove da metà ottobre sono presenti circa 200 militari Usa e rappresentanti di altri paesi tra cui l'Italia. Ma non dei palestinesi, neanche dell'Anp del collaborazionista Abu Mazen per volontà dei sionisti.
Abu Mazen a Roma
Abu Mazen trova altre porte aperte ma che non lo conducono da nessuna parte, come conferma la sua apparizione alla recente farsa inscenata durante la visita a Roma dalla neofascista Meloni. “La sua presenza dimostra quanto l'Italia sia stata centrale e protagonista nella difficile crisi mediorientale e quanto possa essere ancora centrale e protagonista nel difficile percorso verso la pace con la prospettiva dei due Stati”, sosteneva la Mussolini in gonnella. Ma di fatto sbeffeggiava il compiacente ospite le cui parole finivano sperse al vento quando ricordava che “sono 160 i Paesi che riconoscono lo Stato palestinese, noi auspichiamo che l'Italia possa proseguire verso questo tracciato”. L'Italia imperialista della neofascista Meloni resta salda nel piccolo gruppo di contrari guidato dagli Usa e fermi nella difesa del criminale Netanyahu, non fa parte della maggioranza degli stati che riconoscono quello palestinese. Il “ruolo centrale” per l'imperialismo italiano è casomai rappresentato dall'accettazione dell'offerta di Trump di un posto in prima fila, assieme alla Germania, nel Board of Peace da lui guidato e che dovrebbe vedere la luce all'inizio del prossimo anno per governare la Striscia durante la fase di transizione.
A Gaza i sionisti uccidono i palestinesi e bloccano gli aiuti
A Gaza dove la “pace” imperialista non ferma il genocidio palestinese, arrivato il 15 dicembre a contare 70.663 martiri e 171.139 feriti, le emergenze si moltiplicano e i paesi imperialisti continuano da complici a ignorarle. La protezione civile di Gaza comuncava il 13 dicembre che almeno 16 palestinesi erano morti nelle precedenti 24 ore a causa del crollo di abitazioni e dell'allagamento delle tende che ospitavano famiglie sfollate per una violenta tempesta invernale. Fra le vittime ci sono tre bambini, di cui una di pochi mesi, morti per ipotermia.
Il 12 dicembre l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava con 139 voti favorevoli, compresa l'ipocrita Italia, 12 voti contrari, tra cui Usa, Israele, Ungheria e Argentina, e 19 astenuti, tra cui Albania, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Serbia e Ucraina, una risoluzione che chiede a Israele di consentire il pieno accesso umanitario alla Striscia di Gaza, di rispettare l'inviolabilità dei locali delle Nazioni Unite e di ottemperare ai propri obblighi ai sensi del diritto internazionale.
In una successiva dichiarazione il rappresentante del Programma Mondiale della Sanità (Oms) nei Territori Palestinesi, Rik Peeperkorn, confermava che solo 18 ospedali su 36 e il 43% dei centri di assistenza sanitaria primaria di Gaza sono funzionanti e solo parzialmente. Mancano medicinali essenziali e forniture mediche necessarie per le terapie e gli interventi chirurgici. E l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite affermava che l'ingresso nella Striscia di Gaza di kit di utensili di base, sacchi di sabbia e pompe per l'acqua, così come materiali da costruzione come legname e compensato, continua a essere ritardato a causa delle “restrizioni di accesso di lunga data” imposte dalle autorità israeliane. “Questi materiali sono essenziali per riparare e rinforzare i rifugi contro le continue piogge e per mitigare le inondazioni nei siti”, registrava l'OIM, “molti insediamenti di sfollati si trovano su terreni bassi e pieni di detriti, con un sistema di drenaggio e una gestione dei rifiuti inadeguati, esponendo le famiglie a un rischio maggiore di epidemie e altri pericoli per la salute pubblica man mano che le inondazioni si diffondono”.
La Freedom Flotilla annuncia altre partenze per Gaza nel 2026 e chiede un'azione globale più intensa
La Freedom Flotilla Coalition (FFC) ha tenuto quattro giorni di incontri a Dublino, dal 5 all'8 dicembre fra delegati delle organizzazioni membri, dei comitati di lavoro della coalizione e delle reti di solidarietà dei partner per valutare le missioni del 2025 e definire i piani per nuove iniziative nel 2026.
I partecipanti all'incontro hanno espresso il profondo allarme per gli sviluppi a Gaza in seguito al cosiddetto "cessate il fuoco" che Israele continua a violare impunemente, uccidendo centinaia di palestinesi, tra cui oltre 70 bambini, e negando l'ingresso di adeguati aiuti umanitari a Gaza; hanno affermato che porre fine al genocidio, revocare l'assedio e smantellare il decennale sistema di apartheid e occupazione richiede un'azione coordinata della società civile internazionale su una scala mai vista prima.
Denunciavano che l'approvazione della Risoluzione 2803 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul piano Trump per Gaza è stata un tradimento storico, non solo del popolo palestinese, ma anche delle stesse fondamenta che le Nazioni Unite affermano di difendere. La risoluzione 2803 rappresenta uno dei tentativi più pericolosi della storia recente di rendere irrilevante il diritto internazionale. Non promuove in alcun modo i diritti dei palestinesi; al contrario, instaura un regime fiduciario neocoloniale guidato dalle stesse potenze che hanno armato, finanziato e protetto politicamente le atrocità di Israele per decenni.
Un membro del comitato direttivo del FFC sosteneva che “quando gli stati falliscono, le persone devono agire. Questo non è il momento di mollare il nostro lavoro, ma piuttosto di intensificare la nostra lotta decoloniale, allargare le nostre fila e trasformare l'indignazione collettiva in un inarrestabile slancio globale" mentre un altro compponente annunciava che “la Freedom Flotilla salperà di nuovo nel 2026. Non come gesto simbolico, ma come una coraggiosa dichiarazione che la società civile non resterà a guardare mentre Gaza viene strangolata e annientata. Stiamo preparando più navi, una maggiore partecipazione internazionale e azioni più coordinate che mai".
In solidarietà con Gaza un cantante svizzero restituisce il trofeo dell'Eurovision vinto lo scorso anno
L'artista svizzero Nemo, vincitore dell'Eurovision Song Contest 2024, ha annunciato l'11 dicembre la sua intenzione di restituire il trofeo vinto in segno di protesta contro la partecipazione di Israele al concorso nonostante la guerra che conduce a Gaza e che contraddice i valori fondamentali del concorso, basati sull'inclusione e sulla dignità umana .
In un post su Instagram, Nemo affermava che la continua partecipazione di Israele, nonostante la Commissione Internazionale Indipendente d'Inchiesta delle Nazioni Unite abbia definito la situazione a Gaza come "genocidio", rivela una palese contraddizione tra i valori dichiarati del concorso e le decisioni dell'EBU. Sottolineava che la questione va oltre i singoli individui e i musicisti, affermando che il concorso viene talvolta utilizzato per migliorare l'immagine di uno Stato accusato di gravi violazioni, nonostante l'EBU affermi che il concorso non è politicizzato.
Hamas celebra il 38° della sua fondazione subito dopo lo scoppio della Prima Intifada
Il 9 dicembre 1987 la rivolta nel campo profughi di Jabaliya a Gaza nata dalla protesta per l'uccisione di 4 palesinesi da parte di un colono sionista scoppiò la Prima Intifada, nota anche come "Intifada delle Pietre", che si svolse dal 1987 al 1994 e segnò profondamente la lotta palestinese contro l'occupazione israeliana. Pochi giorni dopo fu proclamata la nascita ufficiale di Hamas. In occasione del 38° anniversario della sua fondazione, il Movimento di Resistenza Islamico Hamas in una dichiarazione del 14 dicembre ha anzitutto elogiato il popolo palestinese che con tenacia ha affrontato l'aggressione sionista con incrollabile determinazione ed eroica resistenza, in tutte le aree, in particolare a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori del 1948, nei campi profughi e nella diaspora. Ha reso omaggio ai martiri e ai leader fondatori, in particolare allo sceicco Ahmad Yassin, nonché ai leader dell'Operazione Al-Aqsa, Ismail Haniyeh, Yahya al-Sinwar, Saleh al-Arouri e Mohammed al-Deif, insieme ai martiri del movimento, del popolo palestinese e della nazione. Ha ribadito che l'"Operazione Al-Aqsa Flood" rappresenta un passo importante nella lotta per la libertà e l'indipendenza e rimarrà una pietra miliare per iniziare davvero a respingere ed eliminare l'occupazione. Ha affermato che, nonostante due anni di guerra, l'occupazione non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi ed è riuscita solo a colpire civili e vite umane, con il sostegno diretto degli Stati Uniti.
Hamas ha ribadito il suo totale rifiuto di qualsiasi forma di amministrazione fiduciaria o mandato su Gaza o su qualsiasi parte del territorio palestinese, mettendo in guardia contro i tentativi di sgombero e riorganizzazione del territorio secondo i piani israeliani. Ha insistito sul fatto che solo il popolo palestinese può decidere i propri leader, che ha il legittimo diritto di resistere, di liberare la propria terra e di istituire un proprio Stato indipendente con Gerusalemme come capitale.
Hamas ha invitato gli stati e le organizzazioni arabe e islamiche ad agire rapidamente per fare pressione sull'occupazione affinché cessi la sua aggressione, apra i valichi e attui piani di aiuti, alloggi e ricostruzione. Hamas ha ritenuto l'occupazione responsabile dei crimini di sterminio e carestia, descritti come "sistematici e documentati", e ha chiesto ai tribunali internazionali e alla Corte Penale Internazionale di perseguire i suoi leader.
Il movimento ha ribadito che il diritto del popolo palestinese alla resistenza in tutte le sue forme è legittimo e tutelato dal diritto internazionale, invocando l'unità nazionale e lo sviluppo di una strategia palestinese unitaria per contrastare i piani volti a liquidare la causa palestinese. E ha infine sottolineato che la guerra di sterminio ha rivelato "un'entità canaglia" che rappresenta una minaccia per la sicurezza e la stabilità regionale e per la pace internazionale, rendendo necessaria un'azione internazionale per isolarla e porre fine al terrorismo e all'occupazione. Il movimento ha accolto con favore il sostegno delle forze di resistenza e dei difensori della giustizia in tutto il mondo, nonché la mobilitazione globale in solidarietà con la Palestina, chiedendone l'intensificazione fino alla fine dell'occupazione e al raggiungimento della libertà e dell'indipendenza.
Anche il Movimento della Jihad Islamica in Palestina ha celebrato la ricorrenza ricordando in un comunicato che la fondazione dei Hamas nel 1987 ha segnato una tappa decisiva nella storia della lotta del popolo palestinese e una svolta cruciale nel conflitto con l'occupazione; ha contribuito a dare un forte impulso alla resistenza palestinese contro i piani di liquidazione della causa palestinese e ha preoccupato l'occupazione e i suoi sostenitori. Ha infine ribadito il suo impegno nel patto di fratellanza, sangue, jihad e lotta che lo lega ad Hamas e alle altre forze di resistenza, sottolineando la continua lotta lungo l'arduo cammino per difendere la terra, i diritti del popolo e la dignità della nazione, fino al raggiungimento della libertà, della liberazione e del ritorno.
La CPI respinge la richiesta sionista di bloccare le indagini sui crimini a Gaza
La camera d'appello della Corte Penale Internazionale (CPI) ha respinto il 15 dicembre uno dei ricorsi legali, basati sul presunto “diritto alla difesa” dopo l'attacco della Resistenza del 7 ottobre 2023 e presentati dai sionisti per bloccare un'indagine sulle azioni nella guerra genocida contro il popolo palestinese a Gaza.
Nella sentenza I giudici hanno confermato la legittimità dell'indagine del procuratore della CPI e tra l'altro hanno precisato che la notifica originale del formale avvio delle indagini sui presunti crimini nella Palestina occupata era stata emessa nel 2021 e copriva già eventi successivi. In altre parole anche per la Corte penale i crimini di guerra sionisti a Gaza erano cominciati ben prima del 2023.
17 dicembre 2025