Contributi
Lady Macbeth alla Scala: quando la musica rivela più dei registi
di Cartesio - Napoli
La Scala di Milano ha inaugurato la stagione con “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, e come prevedibile il sipario non è calato solo sull’opera di Šostakovič, ma anche su una sfilata di luoghi comuni che, in fatto di anticomunismo d’ordinanza, sembrano non tramontare mai.
Ogni volta che un autore sovietico torna su un grande palcoscenico occidentale scatta il riflesso condizionato: Stalin, gulag, terrore, libertà artistiche soffocate. Una narrazione facile, rassicurante, soprattutto quando evita puntualmente di misurarsi con la complessità storica.
Eppure, come ricorderebbe Mao, non esiste arte fuori dalla storia né storia fuori dalla lotta di classe. Si potrebbe aggiungere che non esiste opera lirica che non sia organismo vivente, capace di dire molto più di quanto gli “aggiornamenti registici” pretendano di imporle.
L’opera nasce da Leskov, 1865. Un affresco impietoso della Russia zarista, dove la protagonista Katerina, imprigionata in una famiglia patriarcale e in un sistema sociale statico, si ribella con il gesto più violento e distruttivo possibile.
Non c’è redenzione, non c’è catarsi. C’è una denuncia.
Nel libretto de La Scala
, si ammette che alcune scene possano turbare gli spettatori più sensibili. Una prudenza quasi tenera, se confrontata con l’attuale ossessione per la trasposizione, che ha trasformato la cornice zarista in un’ambientazione staliniana. Un’operazione che un musicologo avrebbe definito per quella che è: un vezzo registico che pretende di “attualizzare” a colpi di citazioni politiche superficiali, perdendo di vista la partitura, la psicologia dei personaggi e la loro collocazione sociale.
Qui, però, l’attualizzazione non è neutra: stride con l’impianto dell’opera ed offre all’anticomunismo l’ennesima sponda narrativa. Il rischio? Fare di Katerina una sorta di paladina proto-femminista antiregime, trasformando una tragedia morale in propaganda occidentale travestita da denuncia del totalitarismo.
La storia è nota, ma viene di solito raccontata in modo caricaturale. Come ha osservato il PMLI già nel post dell'11 dicembre scorso, Lady Macbeth piacque molto al pubblico sovietico nei primi due anni; tuttavia, non erano “le masse”, bensì una parte dell’intellighenzia a difendere l’opera in nome di un modernismo astratto; le critiche della Pravda
riflettevano invece tensioni reali, estetiche e politiche, non certo mera “censura ideologica”. È la storia di un Paese che nel 1936 stava costruendo una cultura socialista nuova e che pretendeva - come Mao dirà con chiarezza due decenni dopo - che l’arte parlasse al popolo, non agli esteti innamorati dell’oscurità formale. La difficoltà non sta nella condanna politica, ma nella scelta estetica.
Perché “confusione invece di musica” è una critica precisa: non si disapprova il tema, ma il linguaggio. La critica sovietica non rinfacciava a Šostakovič di essere “troppo moderno”, ma di esserlo nel modo sbagliato: caotico, frammentario, poco melodico, distante dall’orecchio popolare, innamorato di dissonanze fini a sé stesse.
La forma non è mai neutra, perché decide a chi ti rivolgi. E Lady Macbeth, nel suo parossismo jazzato, nelle sue scene di brutalità grottesca - magnificate anche nella produzione scaligera - parlava più al gusto piccolo borghese dell’Occidente che al pubblico operaio dell’URSS.
La messinscena 2025-26 del Teatro alla Scala raccoglie quest'ambiguità e l'amplifica. Nel trasporre l’opera all’epoca staliniana, la regia sembra suggerire che: Šostakovič denunciava implicitamente il regime; la Pravda
intervenne perché l’opera “smascherava” il potere; l’URSS fosse incapace di accettare complessità psicologiche e musicali.
È un racconto rassicurante, facile, pronto all’uso. Ma è falso sul piano storico e povero su quello musicale. Una narrazione che occulta il contesto è sempre una narrazione al servizio della classe dominante.
Šostakovič non fu né un martire né un cortigiano. Fu un compositore giovane, immerso in un dibattito culturale vivissimo; sebbene avesse commesso errori, cambiò rotta, creò capolavori. La sua Quinta Sinfonia, “risposta di un artista sovietico a una giusta critica”
, non fu un atto di sottomissione, ma una rinascita artistica: la prova che quando il confronto è serio, anche l’arte si eleva. Cosa che non certo può fare il mercato.
E allora, che cosa resta della Lady Macbeth scaligera di oggi?
Resta un’occasione mancata: quella di spiegare al pubblico che l’URSS non fu un polveroso “regime”, ma un laboratorio culturale gigantesco; che Šostakovič non fu un eroe perseguitato, ma un artista dentro il suo tempo; che l’arte non vive senza popolo e senza storia. Perché, come avrebbe detto il Grande Timoniere cinese, la musica è una forza materiale quando entra nella vita delle masse. E questa Lady Macbeth, pur bella, sembra parlare più alle paure del nostro tempo che alla verità del suo.
17 dicembre 2025