Sciopero e manifestazioni Cgil il 12 dicembre
Rispondendo all'appello della CGIL, sciopero generale e in piazza contro la manovra e il riarmo
Le operaie e gli operai in prima fila e combattivi nei cortei di oltre 50 città. A Firenze dal palco Montanari denuncia: "Il governo Meloni è fascista". Landini invece si limita a dire "Siamo al regime", e non ricorda la strage di Stato di Milano. A Napoli e Biella diffuso l'appello di Scuderi alle operaie e agli operai
A Milano, Napoli, Biella, Firenze e Palermo apertura delle operaie e degli operai verso il PMLI che apprezzano il cartello Buttiamo giù il governo Meloni, Mussolini in gonnella. 4 di sera lo inquadra in primo piano come se volesse segnalarlo al governo
Un'altra grande mobilitazione contro la Manovra di austerità e di economia di guerra, e più in generale contro il governo neofascista di Mussolini in gonnella Meloni. Una mobilitazione che si va ad aggiungere alle manifestazioni del 22 e 28 settembre organizzate dai sindacati di base, al grido di “blocchiamo tutto”, quelle oceaniche dello sciopero generale indetto da Cgil, Usb e altri sindacati il 3 ottobre (complessivamente 2 milioni in piazza), e quella del 4 ottobre (un milione a Roma) per la Palestina.
La classe operaia c'è!
A caratterizzare lo sciopero del 12 dicembre indetto dalla Cgil è stata la presenza massiccia e combattiva delle operaie e degli operai, in prima fila nelle oltre 50 città d'Italia dove, complessivamente, sono scesi in piazza mezzo milione di lavoratrici e lavoratori, pensionati, precari e disoccupati. Una dimostrazione di forza che ha messo in luce come la classe operaia sia viva e combattiva, e incute ancora molta paura alla borghesia e ai suoi governi.
Gli stessi segnali di vitalità che aveva dato pochi giorni prima a Genova, quando gli operai dell'ex Ilva di Cornigiano e di altre fabbriche metalmeccaniche avevano affrontato senza timore il tentativo della polizia di Meloni e Piantedosi di reprimere la loro lotta in difesa del posto di lavoro e contro la chiusura della fabbrica. Una determinazione che, in quella occasione, ha messo in forte imbarazzo il governo, messo alle strette per aver lasciato precipitare la vertenza e portato le acciaierie sull'orlo della chiusura.
La bile dei neofascisti
Per questo la Meloni, i suoi ministri, esponenti politici della maggioranza, in particolare quelli del suo partito, hanno cercato in tutti i modi di esorcizzare e screditare lo sciopero generale della Cgil, ricorrendo a mezzucci, come la puerile accusa di praticare il “weekend lungo”. Salvini invece ha cercato di minimizzare l'adesione allo sciopero, ma allo stesso tempo si contraddiceva accusando la Cgil di creare disagi. Insieme al caporione leghista anche i camerati meloniani fanno proposte di legge, di chiaro stampo fascista, per ridurre ulteriormente il diritto di sciopero.
Vere e proprie provocazioni sono arrivate dai neofascisti di Fratelli d'Italia, come avvenuto a Biella (vedi articolo a parte), dove al balcone della propria sede cittadina hanno piazzato uno striscione con la scritta “La domenica è del Signore, il venerdì è di Landini”. Lo stesso ha fatto il deputato Donzelli, alla festa di Atreju a Roma. Assieme ad alcuni volontari di Gioventù nazionale (quelli che, come ha dimostrato l'inchiesta di Fanpage,
intonano canzoni fasciste e inni al duce) ha inscenato un finto sciopero, sbeffeggiando i lavoratori e affermando che con loro al governo, “invece dei sabati fascisti, sono arrivati i venerdì di Landini”.
No ai sacrifici e al riarmo
Tutto questo non ha certo intimidito le lavoratrici e i lavoratori. L'adesione media nazionale allo sciopero generale si è attestata intorno al 68%, con manifestazioni a livello regionale, mentre in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio hanno interessato tutte le province. Nei cortei che hanno invaso le città grandi e piccole si sono visti striscioni, cartelli, fumogeni, pupazzi caricaturali, slogan, musiche, tamburi, trombe e fischietti. Anche a livello visivo è stata espressa la carica e la combattività di chi è sceso in piazza contro la Manovra, contro la macelleria sociale, il caro vita, i soldi per le armi, le controriforme come quella della Magistratura, e anche per la Palestina, come testimoniavano le tante bandiere presenti nelle manifestazioni.
Una mobilitazione che ha portato in piazza chi lotta per opporsi alla chiusura della propria fabbrica ma anche chi lavora a pieno regime ma ha i salari più bassi d'Europa, i precari che hanno paghe da fame e nessun diritto, i pensionati che non arrivano alla fine del mese, i lavoratori del pubblico impiego, sempre più sotto torchio per le privatizzazioni, i tagli alla spesa pubblica e al personale e rinnovi contrattuali da fame, dove il governo ha messo pochissime risorse per aumenti salariali assai inferiori a quelli ottenuti nel settore privato.
Nelle piazze è sceso quello che si definisce “paese reale”, in contrapposizione a quello fantasioso raccontato dalla martellante e onnipresente propaganda meloniana, che ci narra di salari e potere d'acquisto in aumento, di economia in ripresa, di meno tasse a poveri e “ceto medio”, di occupazione a livelli record, di un governo impegnato a promuovere la pace. Mentre i dati e la realtà ci riportano ad un Paese che vede aumentare le persone in povertà assoluta (fino a 5,7 milioni, il 10% del totale), di 3 anni di calo della produzione industriale, di pressione fiscale in aumento per i redditi da 30mila euro in giù, di precariato dilagante e lavoro povero, di un Paese che stringe la corda della spesa pubblica per destinare le risorse al riarmo e alla guerra imperialista.
La manifestazione di Firenze
Landini, nel suo comizio di Firenze
, ha affrontato questi temi, ma non è andato fino in fondo, stando molto attento all'uso delle parole. Ha affermato che la Cgil non ha paura di essere accusata di fare politica, perché l'ha sempre fatta, essendo un sindacato confederale e non aziendalista e corporativo. Ma alla fine, se sul piano economico e sociale molte sue rivendicazioni sono condivisibili, è proprio sul piano politico che manca l'affondo al governo neofascista della Meloni. “Quando viene messa in discussione l’indipendenza della magistratura, dei sindacati o dell’informazione, si sta mettendo in discussione la democrazia stessa, per imporre una logica autoritaria che mette in discussione la nostra Costituzione”, queste le sue parole, oltre non si è spinto. Non ha nemmeno ricordato la strage di Stato di Piazza Fontana, di cui cadeva il 56° anniversario, visto oltretutto che un protagonista di quella stagione della “strategia della tensione” come La Russa, attualmente ricopre la seconda carica dello stato.
Di tutt'altro tenore l'intervento del professor Tomaso Montanari. Pur richiamandosi alla Costituzione borghese del 1948, il rettore dell'Università per stranieri di Siena non ha usato mezzi termini verso il governo Meloni, “complice del genocidio di Gaza”. “Un governo che ha una cultura ancora profondamente fascista”, ha detto, facendo dei paralleli tra Meloni e Mussolini, ad esempio nel considerare chi sciopera “un nemico della Nazione”. “Il duce diceva: un'ora sola di lavoro perduta in uno sciopero, è già una grave iattura di ordine nazionale”. Ha concluso il suo intervento, applaudito più volte, con queste parole: “L'Italia ripudia questo governo fascista votato da una minoranza del Paese” e “noi non ci togliamo il cappello davanti ai padroni, e non ce lo togliamo nemmeno davanti a questo governo fascista”.
Quella di Firenze è stata la manifestazione più grande, a cui hanno partecipato ben 100mila persone. Era presente anche una combattiva delegazione del PMLI, con cartelli, bandiere e megafono (vedi articolo a parte). Il cartello che raffigurava la Meloni con il manganello e invitava a lottare per buttare giù il suo governo neofascista, è stato ben accolto in tutte le piazze dove il nostro partito è stato presente. Ha ricevuto apprezzamenti ed è stato super fotografato e c'è stato chi si è voluto fotografare accanto al cartello. Cartello che è stato ripreso in molti servizi televisivi, e non è sfuggito nemmeno alla trasmissione “4 di sera”. Non certo per farci pubblicità, ma piuttosto per segnalare il nostro partito al governo e quindi per reprimerlo.
Gli altri cortei e la partecipazione del PMLI
Diecimila persone a Napoli
. Chiusa la linea 1 della metropolitana, limitazioni di corse e molte soppressioni per le linee vesuviane, nelle fabbriche più rappresentative adesioni tra il 50 e l'80%. Con bandiere e cartelli al corteo erano presenti compagni di Napoli e della provincia che hanno diffuso i volantini a firma del nostro Segretario generale, compagno Scuderi, “Operai e e operai, parliamoci!” in centinaia di copie (si legga la corrispondenza locale).
A Biella
l'Organizzazione locale del Partito ha contribuito ad animare il corteo e ha diffuso il volantino con l'editoriale di Giovanni Scuderi “Operaie e operai, parliamoci”, ben accolto dai manifestanti.
In quindicimila hanno invaso le strade di Milano
(si legga la corrispondenza locale). Anche qui il cartello del PMLI è stato portato con orgoglio in mezzo agli operai. “Ci vuole un nuovo Autunno caldo” hanno gridato i nostri compagni ottenendo il plauso degli operai metalmeccanici che li affiancavano ripetendo con loro lo slogan “Di Meloni / non ne possiamo più / Mussolini in gonnella / buttiamolo giù!”. Presenti anche i giornalisti e poligrafici di Repubblica
, in segno di protesta per la cessione del giornale ad un gruppo greco.
A Genova i
n 10 mila, provenienti anche dalle altre province liguri, hanno sfilato contro la manovra del governo Meloni (si legga la corrispondenza locale).
Più di 15mila persone accorse da tutta la Sicilia anche a Palermo
, con la città bloccata e mezzi pubblici fermi (si legga la corrispondenza locale). Al corteo, che assieme ai lavoratori ha visto una buona partecipazione di studenti, erano presenti i compagni del PMLI.Catania. Assieme ai temi nazionali, anche le drammatiche condizioni socio-economiche della regione hanno spinto migliaia di siciliani a scendere in piazza.
Segnaliamo inoltre le manifestazioni di Torino
, con 10mila manifestanti in piazza. Una città che il segretario cittadino della Cgil ha sottolineato essere diventata da capitale italiana dell'auto, a “capitale della cassa integrazione”. Diecimila persone alla manifestazione provinciale di Bologna
. In piazza anche una forte presenza studentesca: “Siamo qui per rispondere agli attacchi del governo all’Università di Bologna, in particolare dopo il caso del corso destinato ai militari e le prese di posizione dei ministeri e della presidente del Consiglio”, ha affermato un giovane manifestante. In 15mila a Roma
. Le strade della capitale sono state attraversate da un lungo e combattivo corteo. I mezzi pubblici fermi o a singhiozzo, molte scuole chiuse o senza lezioni. Ampie adesioni in Puglia e 5mila manifestanti in piazza a Bari
. Una città e una regione con tante vertenze (ex-Ilva di Taranto in primis) e posti di lavoro a rischio.
Fronte unito per buttare giù il governo neofascista
Il riuscito sciopero del 12 dicembre, è stata l'ennesima prova della disponibilità da parte della classe operaia, delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, a difendere i propri interessi e a lottare contro il governo Meloni. Assieme alle nuove generazioni, che con il movimento pro Palestina sono venute prepotentemente alla ribalta delle lotte politiche e sociali, una larga parte delle masse lavoratrici e popolari sta dimostrando che c'è la forza per incalzare il governo neofascista della Meloni fino a buttarlo giù con la lotta di piazza, unendo le forze politiche, sindacali e sociali disposte a fare la propria parte, come auspica il PMLI ancor prima dell'insediamento ufficiale di questo esecutivo.
Un fronte unito è per forza di cose eterogeneo, ma l'obiettivo deve essere comune. Se lo scopo è invece solo elettoralistico, ovvero preparare il terreno in attesa che alle prossime elezioni ci sia l'avvicendamento con un altro cartello borghese, la lotta diventa spuntata. Quello che vogliamo dire è che la Cgil deve uscire dalle ambiguità, stare assieme a chi combatte conseguentemente il governo, non stare con un piede su due staffe, magari nel tentativo di mantenere l'unità confederale a tutti i costi (che nei fatti non esiste più) con un sindacato organico al governo come la Cisl e uno che lo sta diventando come la Uil. Le stesse ambiguità che si sono viste anche nella mancata convergenza con i sindacati di base (a cui hanno contribuito alcune sigle autonome) messa in pratica il 3 ottobre e che aveva riscosso successo e approvazione tra i lavoratori.
Questo sciopero e le mobilitazioni precedenti hanno sconfessato la narrazione governativa, che dipinge gli operai come sostenitori ed elettori della destra. Farebbe meglio Landini a sostenere e alimentare questa avversione alla politica economica, sociale e istituzionale, collocandola in quel fronte unito per buttar giù il governo di Mussolini in gonnella di cui abbiamo già detto, anziché preoccuparsi di recuperare gli astensionisti (un vero e proprio mantra quello del segretario Cgil), per ricondurli nel recinto dei partiti della “sinistra” borghese. Un obiettivo del tutto fuorviante, tanto più in un momento storico in cui oltre la metà dell'elettorato diserta dalle urne delegittimando le istituzioni rappresentative borghesi.
17 dicembre 2025