La nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Usa
Trump vuole l'Ue a sua immagine e somiglianza
Mussolini in gonnella Meloni subito d'accordo. Il socialimperialismo cinese contende all'imperialismo americano l'egemonia sulla America Latina e i Caraibi
L'internazionale nera comincia a prendere forma

Con la nuova Strategia di sicurezza nazionale pubblicata a novembre, Donald Trump ridisegna completamente la strategia di politica economica, estera e militare della superpotenza imperialista USA, secondo la sua visione del mondo improntata all'ideologia MAGA basata sulla politica interna fascista, suprematista, razzista e xenofoba, e quella estera basata sul “sovranismo” e il diritto illimitato di ingerenza, seppur motivato “solo” dalla difesa degli interessi americani. E tuttavia lo fa tenendo anche conto della nuova situazione mondiale, caratterizzata dall'ascesa economica e militare della Cina socialimperialista, dall'emersione delle aspirazioni multipolari portate avanti dai paesi del Sud del mondo e dall'indebolimento di un alleato storico come l'Europa. E soprattutto prendendo atto della fase declinante degli stessi USA, attribuita alla precedente strategia che li ha mandati “fuori rotta” , ma che Trump e la sua squadra hanno già cominciato a raddrizzare per “iniziare a inaugurare una nuova età dell'oro” .
“Dopo la fine della Guerra Fredda, le élite della politica estera americana si sono convinte che la dominazione permanente dell'America sull'intero mondo fosse negli interessi del nostro paese. Tuttavia, le questioni degli altri paesi sono nostre solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi” , recita infatti l'introduzione del documento, puntando il dito contro “le nostre élite” che avevano basato la strategia americana sulla globalizzazione economica, gli organismi sovranazionali e l'interventismo militare, sopravvalutando “la capacità dell'America di finanziare, simultaneamente, uno stato assistenziale-regolamentare-amministrativo di enormi dimensioni insieme a un complesso militare, diplomatico, di intelligence e di aiuti esteri di proporzioni similari” . Ciò impone di riconsiderare quali sono “gli interessi fondamentali e vitali degli Stati Uniti” , quali sono i “mezzi disponibili” per conseguirli e con quale “strategia di sicurezza nazionale praticabile” collegarli tra di loro.

Gli “interessi vitali” su cui concentrarsi
Tra gli obiettivi vitali in generale, il documento mette al primo posto il “pieno controllo” dei confini e dell'immigrazione, seguito dall'“esercito più potente, letale e tecnicamente avanzato del mondo per proteggere i nostri interessi” , e dotato del “deterrente nucleare più robusto, credibile e moderno del mondo” ; dall'“economia più forte, dinamica, innovativa e avanzata del mondo” (che è anche il “fondamento necessario” di un tale esercito); e così via per la base industriale, il settore energetico, il sistema scientifico e tecnologico fino al “ripristino e rinvigorimento della salute spirituale e culturale americana” , basati sull'orgoglio patriottico, la famiglia tradizionale e la cancellazione delle politiche DEI (“Diversity, Equity, Inclusion”).
Tra gli interessi vitali e le regioni nel mondo su cui concentrarsi, al primo posto c'è un “emisfero occidentale stabile e ben governato” , tale da “scoraggiare la migrazione di massa” verso gli USA, e “libero da incursioni di organizzazioni ostili o proprietà straniere di asset chiave” ; e che garantisca “le catene di approvvigionamento critiche” e “l'accesso a posizioni strategiche chiave” : “In altre parole, affermeremo e faremo rispettare un 'Corollario Trump' della Dottrina Monroe” , puntualizza il documento, rispolverando ed attualizzando il principio (“L'America agli americani”), che nel 1823 anticipò l'egemonia del nascente imperialismo USA su tutto il continente americano.
Seguono poi l'Indo-Pacifico, da mantenere “libero e aperto” in tutte le rotte commerciali e militari e nelle catene di approvvigionamento e di accesso ai materiali critici; l'Europa, di cui va ripristinata “la fiducia in sé stessa e l'identità occidentale” della sua civiltà; il Medio Oriente, con l'obiettivo di impedire a potenze avversarie di dominarlo e impadronirsi delle sue riserve energetiche e vie di comunicazione strategiche, evitando però “le 'guerre eterne' che ci hanno intrappolato in quella regione a caro prezzo” ; e infine garantire la supremazia tecnologica americana, in particolare nei settori più avanzati dell'Intelligenza Artificiale (AI), delle biotecnologie e dell'informatica quantistica.
I mezzi per conseguire tali obiettivi, si compiace il documento, derivano dal possedere l'economia e il sistema finanziario più grandi del mondo, da rafforzare però con una indispensabile reindustrializzazione, attraverso le note politiche protezionistiche e daziarie trumpiane, “tagli fiscali storici e deregolamentazione” , investimenti nelle tecnologie emergenti e lo sfruttamento delle enormi capacità di produzione energetica nazionale; seguono poi: una difesa più forte al mondo (di cui, tuttavia, si ammette che occorre rinnovare e ampliare la base industriale e tecnologica, soprattutto nel settore carente delle armi avanzate e a basso costo); un'ampia rete di alleanze strategiche; una “geografia invidiabile” (favorita da confini non a rischio invasione e dalla separazione di due oceani), e un “soft power americano” senza pari (influenza politica e culturale nel mondo).

I “Principi” imperialisti della Strategia USA
Tra i “Principi” su cui si fonda la nuova strategia trumpiana, spiccano la “pace attraverso la forza” , quale “miglior deterrente” per prevenire minacce agli interessi americani; una “preferenza per il non-interventismo” e il “primato delle nazioni” , fondato sulla sovranità dello Stato-nazione contrapposta alla “sovranità delle organizzazioni transnazionali più invadenti” (come l'ONU, che non viene neanche nominata), e che vanno riformate per “promuovere gli interessi americani” .
Naturalmente, mentre la sovranità americana viene rivendicata come assoluta e senza limiti, quella delle altre nazioni è solo relativa, e cessa nel momento in cui contrasta con gli interessi della superpotenza a stelle e strisce. Tanto che – precisa il documento - “per un paese i cui interessi sono così numerosi e diversi come i nostri, un'aderenza rigida al non-intervento non è possibile” . E in ogni caso, secondo un altro principio, quello dell'“equilibrio di potere” , “gli Stati Uniti non possono permettere a nessuna nazione di diventare così dominante da poter minacciare i nostri interessi” , e questo sia a livello globale che a livello regionale: “Mentre gli Stati Uniti respingono il concetto sfortunato della dominazione globale per se stessi, dobbiamo prevenire la dominazione globale, e in alcuni casi anche regionale, di altri” , sentenzia infatti il documento.
Oltre alle priorità dei settori sui quali concentrare gli interventi (migranti, economia, finanza, difesa, reindustrializzazione ecc.), di cui abbiamo già accennato sopra, ma che il documento riprende e descrive più in dettaglio, la strategia trumpiana fissa anche le priorità delle regioni del mondo su cui focalizzare le attenzioni e concentrare le forze, stabilendo anche una sorta di gerarchia per importanza: “Concentrarsi e dare priorità significa scegliere—riconoscere che non tutto è ugualmente importante per tutti” , spiega il documento, aggiungendo che sebbene “alcune priorità trascendono i confini regionali, come ad esempio attività terroristiche” da affrontare con urgenza, “saltare da quella necessità all'attenzione continua alla periferia è un errore”.

Africa e Medio Oriente
La preminenza assoluta, in linea con la demagogia MAGA, viene quindi data all'emisfero occidentale, inteso sostanzialmente come l'intero continente americano, dall'Alaska al capo Horn. Poi, in ordine di interesse decrescente, vengono l'Asia (e in particolare l'Indo-Pacifico), l'Europa, il Medio Oriente e l'Africa.
Quest'ultimo continente sembra non rivestire una grande importanza strategica per il dittatore fascioimperialista americano, che lo considera sostanzialmente una riserva mineraria ed energetica da sfruttare e dotato di un certo potenziale economico per gli investimenti e il commercio USA: “Gli Stati Uniti dovrebbero passare con l'Africa da un rapporto focalizzato sugli aiuti a un rapporto focalizzato su commercio e investimenti, favorendo partnership con stati capaci e affidabili e impegnati ad aprire i loro mercati a beni e servizi americani” , dice infatti il documento, sottolineando trumpianamente la possibilità di un “buon ritorno sull'investimento” , soprattutto nei settori energetico e dei minerali critici.
Anche il Medio Oriente, per la nuova Strategia USA, non ha più la priorità che ha avuto per decenni, come “principale fornitore di energia al mondo” e come “teatro privilegiato della competizione tra superpotenze” . Perché oggi gli Stati Uniti sono diventati autosufficienti ed anzi esportatori di energia, e perché (dopo l'estromissione della Russia dalla Siria, ndr) non hanno concorrenti di peso e oggi “mantengono la posizione più invidiabile, rafforzata dal presidente Trump” . Infatti l'Iran “è stato notevolmente indebolito” , e così i sostenitori di Hamas. Inoltre, per quanto riguarda il “conflitto israelo-palestinese” , grazie a lui “sono stati compiuti progressi verso una pace più duratura” (sic), e anche la Siria “potrebbe stabilizzarsi” e riprendere “un ruolo positivo nella regione” .
Regione che d'altra parte “diventerà sempre più fonte e destinazione di investimenti” (nonché degli “Accordi di Abramo” ), come quelli negoziati recentemente dal dittatore fascioimperialista con i sauditi e altre monarchie del golfo. Quello che conta, per l'America, è “che le forniture energetiche del Golfo non cadano nelle mani di un nemico dichiarato, che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto, che il Mar Rosso rimanga navigabile, che la regione non sia un'incubatrice o esportatore di terrorismo contro interessi americani o la madrepatria americana, e che Israele rimanga sicuro”. E scusate se è poco.

L'Europa
All'Europa il documento trumpiano riserva il trattamento più impietoso e sprezzante, raggiungendo il punto storicamente più basso delle relazioni transatlantiche. Il vecchio continente ha perso quote di PIL, scendendo oggi al 14% di quello globale, e rischia addirittura la “cancellazione della civiltà” , a causa delle sue politiche migratorie, “la censura della libertà di parola e la repressione dell'opposizione” , il crollo della natalità e “la perdita di identità nazionali” . “Se le attuali tendenze continueranno, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno” , e alcuni paesi potrebbero “non essere più alleati affidabili” , sostiene il documento. Tuttavia l'Europa “rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti” , e il loro obiettivo è quello di “correggere la sua attuale traiettoria” .
La Russia invece è considerata di fatto come una superpotenza di rango e con cui trattare, per “ristabilire condizioni di stabilità strategica in tutta l'area euroasiatica” (leggi per staccare Putin dall'alleanza strategica con Xi Jinping e, perché no, farci insieme ottimi affari nello sfruttamento dell'Artico e delle sue immense riserve di materie critiche), e per “mitigare il rischio di conflitti tra la Russia e gli Stati europei” .
A tale scopo “è interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una cessazione rapida delle ostilità in Ucraina (senza specificare a quali condizioni), per stabilizzare le economie europee, prevenire un'escalation o un'espansione indesiderata della guerra e ristabilire la stabilità strategica con la Russia” . Anche perché – avverte il documento - “l'Amministrazione Trump si trova in disaccordo con i funzionari europei che hanno aspettative irrealistiche per la guerra” , e comunque essi devono “porre fine alla percezione che la NATO possa essere un'organizzazione perennemente in espansione” . Musica per le orecchie di Putin, che vede in ciò la fine del suo isolamento e l'occasione per non finire del tutto vassallo di Xi. Il suo portavoce, Peskov, ha dichiarato infatti che “gli aggiustamenti” di Trump alla Strategia di sicurezza americana “sono in gran parte coerenti con la nostra visione”, e potrebbero favorire “in modo costruttivo il nostro lavoro congiunto sulla ricerca di una soluzione pacifica in Ucraina, come minimo”.
Oltre a questa brutale riaffermazione di disimpegno dal teatro europeo, accolta con costernazione dai vertici dell'UE e dalle principali cancellerie europee, la Strategia americana intima all'Europa di assumersi le spese della propria difesa, aprire i suoi mercati ai beni, alle imprese e ai servizi americani, rinunciando a regolamenti e barriere e abbattendo il surplus di esportazioni, e di operare non come Unione europea, bensì come “un gruppo di nazioni sovrane allineate” agli USA, che da parte loro promuoveranno “le nazioni sane dell'Europa centrale, orientale e meridionale” come partner privilegiati.
Si tratta in tutta evidenza dell'ufficializzazione, nero su bianco, della linea adottata da Trump fin dal suo insediamento, che punta ad accordarsi col nuovo zar del Cremlino sulla testa degli ucraini e degli europei, disimpegnarsi dalla NATO e contrapporsi alla UE, considerata non più un alleato ma per molti aspetti una potenza rivale, e provocare la sua disgregazione privilegiando rapporti separati con singole nazioni e forze politiche “sovraniste” affini all'ideologia MAGA, in particolare sulle politiche migratorie razziste e xenofobe e quelle neoliberiste e fasciste.
Secondo alcune fonti, nella versione estesa del documento, non pubblicata sul sito della Casa Bianca (in cui fra l'altro si parla del “Golden dome”, il gigantesco scudo antimissile americano che altererebbe drasticamente il precario equilibrio nucleare),
l’Italia, insieme ad Austria, Polonia e Ungheria, è indicata tra i paesi con cui Washington dovrebbe “collaborare maggiormente” con l’obiettivo di “allontanarli” dall’Unione europea. E a questo gruppo di “sovranisti” vanno aggiunti anche Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, che sono su posizioni del tutto simili.
L'Italia di Mussolini in gonnella, insieme all'Ungheria (“finalmente, non stiamo più combattendo da soli”, ha salutato entusiasta il fascista Orban), è senza dubbio la punta di lancia in Europa di questa Internazionale nera trumpiana che comincia a delinearsi. La neofascista Meloni è stata infatti la prima a schierarsi con la nuova strategia trumpiana, dichiarando in un'intervista a La7: “Io non parlerei di un incrinarsi dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Io penso che quello che c'è scritto in questo documento strategico, al di là di quelli che sono i giudizi sulla politica dell'Unione Europea, alcuni dei quali io condivido - che la politica europea sulla migrazione in passato sia stata sbagliata, tant'è che la stiamo correggendo, sono assolutamente d'accordo - dica magari con toni più assertivi, qualcosa che nel dibattito tra Stati Uniti e Europa va avanti da molto tempo. E penso che parli di quello che alcuni di noi hanno avuto il coraggio di definire molto tempo fa un processo storico inevitabile”.
Una riprova di questo stretto allineamento di Mussolini in gonnella al fascioimperialista Trump si è avuta anche all'ultimo Consiglio europeo, dove Meloni ha fatto asse con Orban per affondare la proposta della Commissione e della Germania di utilizzare i 210 miliardi di asset russi congelati per sostenere l'Ucraina, ipotesi sgradita al dittatore americano perché capace di bloccare il dialogo con Putin.

Asia e Indo-Pacifico
Il titolo del capitolo dedicato al teatro asiatico, “Vincere il futuro economico e prevenire il confronto militare” , descrive chiaramente l'importanza (seconda solo a quella riservata al continente americano), che la strategia trumpiana attribuisce alla presenza e all'impegno dell'imperialismo a stelle e strisce in questa regione, con al centro l'Indo-Pacifico, per contenere l'ascesa economica e militare del socialimperialismo cinese. L'obiettivo dichiarato è infatti quello di vincere la sfida economica con Pechino, “riequilibrando” i rapporti economici tra le due superpotenze, “con reciproco vantaggio” , e rinsaldando ed estendendo quelli con gli altri paesi asiatici, in particolare con l'India e gli Stati del Golfo (e puntando anche a recuperare posizioni tra i paesi del Sud del mondo), contando sulla “superiorità” e attrattività del capitalismo e della libertà di mercato americani. E allo stesso tempo cercare di “ristabilire un equilibrio militare favorevole agli Stati Uniti e ai suoi alleati nella regione” , in modo da “dominare da una posizione di forza” .
Il documento privilegia i toni cauti a quelli bellicosi, sostenendo che l'aumento dell'impegno militare USA che deve accompagnare quello economico nella regione, è improntato ad “un'attenzione costante e rigorosa alla deterrenza per prevenire la guerra nell'Indo-Pacifico” . “Nel lungo termine, mantenere la supremazia economica e tecnologica americana è il modo più sicuro per dissuadere e prevenire un conflitto militare su larga scala” , sottolinea il documento. Le azioni da intraprendere a questo scopo sono presentate come di natura difensiva, come “proteggere e difendere la nostra economia” , tenere aperte le vie marittime, contrastare le “minacce contro le nostre catene di approvvigionamento” , le esportazioni di Fentanyl, le “pratiche commerciali sleali” ecc. Ma di fatto anche Trump, come Biden e Obama prima di lui, si prepara per la guerra con la Cina.
Infatti la Strategia di sicurezza insiste ripetutamente sul rafforzamento delle alleanze nella regione, come il Quad (India, Australia, Giappone e USA), sull'impellenza di investire nella ricerca per armamenti più avanzati (tecnologia sottomarina, spaziale e nucleare, quantistica, robotica, AI), sul pretendere che gli alleati, in particolare Corea del Sud e Giappone, contribuiscano di più alla difesa comune e adottino posture più aggressive (“i nostri alleati devono farsi avanti e spendere – e soprattutto fare – molto di più per la difesa” ).
Il centro del confronto col socialimperialismo cinese è sempre Taiwan, per la sua posizione strategica come accesso alla “seconda catena insulare” e al Mar Cinese Meridionale, e per l'importanza della sua economia. Pertanto, dice il documento, gli Stati Uniti e i loro alleati devono “rafforzare la loro capacità di respingere qualsiasi tentativo di impadronirsi di Taiwan o di raggiungere un equilibrio di forze così sfavorevole da rendere impossibile la difesa di quest'isola” . Anche se, a fronte di questa dichiarazione, col sottolineare che “gli Stati Uniti non sostengono alcuna modifica unilaterale dello status quo nello Stretto di Taiwan” , il documento sembra voler rassicurare Pechino circa l'intenzione di Trump di non voler alzare la tensione, scoraggiando anche un'eventuale costituzione dell'isola in Stato indipendente.
Da parte sua anche Pechino sta mostrando per ora cautela sulla nuova strategia trumpiana. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha messo in evidenza l'invito del documento a trattare sui rapporti economici “con reciproco vantaggio”, dichiarando alla Reuters che “sostenere il rispetto reciproco, la convivenza pacifica e la cooperazione win-win (vittoria per tutti) è la strada giusta per la Cina e gli Stati Uniti per andare d'accordo tra loro ed è l'unica scelta giusta e realistica”. Ma ha anche riaffermato che “Gli Stati Uniti devono rispettare seriamente il principio di una sola Cina e i tre comunicati congiunti Cina-USA, onorare l’impegno dei suoi leader, affrontare la questione di Taiwan con ulteriore prudenza, smettere di favorire il tentativo delle forze separatiste di cercare 'l’indipendenza di Taiwan' e resistere alla riunificazione attraverso l’accumulo militare. La Cina non si arrenderà mai a difendere la sua sovranità e integrità territoriale”.
Le Americhe
“Dopo anni di trascuratezza, gli Stati Uniti raffermeranno e faranno rispettare la Dottrina Monroe per ripristinare la supremazia americana nell'Emisfero Occidentale, e per proteggere la nostra madrepatria e il nostro accesso a geografie chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti non-emisferici la capacità di dispiegare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare asset strategicamente vitali, nel nostro Emisfero. Questo 'Corollario Trump' alla Dottrina Monroe è un ripristino sensato e potente del potere e delle priorità americane, coerente con gli interessi di sicurezza americani” .
Così si apre il capitolo dedicato alla regione del mondo più importante su cui si concentreranno d'ora in avanti le attenzioni dell'imperialismo a stelle e strisce: l'emisfero occidentale, inteso soprattutto come l'intero continente americano, e segnatamente quello che da sempre ha considerato il suo “cortile di casa” fin dai suoi albori, ovvero l'America Latina e i Caraibi, regioni dove adesso è sfidato a confrontarsi anche con l'infiltrazione metodica e silenziosa del socialimperialismo cinese.
Con la nuova Strategia di sicurezza gli Stati Uniti riaffermano che non solo queste due regioni controllate in esclusiva da oltre un secolo, ma l'intero emisfero americano, compresi i due oceani che lo bagnano, gli appartengono di fatto e di forza. Non a caso il dittatore fascioimperialista ha rinominato “Golfo Americano” il Golfo del Messico, ha dichiarato di voler annettere il Canada e sta lavorando seriamente per “comprare” o impadronirsi con la forza della Groenlandia. Mentre si propone di rafforzare il controllo sull'America Latina e i Caraibi, acquisendo porti e aeroporti e impiantando basi militari; e finanziando e promuovendo dappertutto, anche con aperte ingerenze, l'avvento di governi fascisti “amici” degli USA, come sta facendo nell'Argentina di Milei, in Ecuador, in Bolivia, Honduras, e adesso anche in Cile. E punendo invece con sanzioni e minacce quelli che considera nemici, come Cuba, la Colombia, il Brasile e il Messico, se non addirittura di rovesciarli con la forza, come dimostra la vera e propria operazione di guerra in corso davanti alle coste del Venezuela.
E non a caso il documento della Casa Bianca teorizza per l'emisfero occidentale la politica dell'“Arruolamento ed espansione” , cioè il “reclutamento di leader regionali” e l'espansione della “nostra rete nella regione. Vogliamo che le altre nazioni ci considerino il loro partner di prima scelta e (attraverso vari mezzi) scoraggeremo la loro collaborazione con altri” . E ciò anche con l'aiuto di tutte le agenzie di sicurezza e di intelligence, per “identificare punti e risorse strategiche nell'emisfero occidentale, al fine di proteggerli e svilupparli congiuntamente con i partner regionali”.
Anche se non è mai nominato direttamente, il socialimperialismo cinese è chiaramente l'oggetto implicito di questa politica; il nemico principale - per il momento solo a livello economico, ma in futuro anche militare - da contenere e da estromettere dalla regione: “I concorrenti non emisferici hanno compiuto importanti incursioni nel nostro emisfero, sia svantaggiandoci economicamente nel presente, sia in modi che potrebbero danneggiarci strategicamente nel futuro” , sottolinea infatti il documento, ribadendo che “gli Stati Uniti devono avere un ruolo preminente nell'emisfero occidentale come condizione per la nostra sicurezza e prosperità ”, e che “qualsiasi tipo di aiuto deve essere subordinato alla riduzione dell'influenza avversaria” .
Questa preminenza deve essere affermata con ogni mezzo, “sfruttando la leva finanziaria e tecnologica” affinché gli Stati Uniti siano sempre il “partner di prima scelta” , con “contratti a fornitore unico per le nostre aziende” . Ma anche esercitando “pressioni sui paesi partner” e offrendo “incentivi” , investendo “nell'accesso a risorse minerarie critiche e rafforzamento delle reti di comunicazione informatica” (ma con crittografia di sicurezza americana, così da avere il controllo esclusivo delle reti), e facendo “ogni sforzo per estromettere le aziende straniere che costruiscono infrastrutture nella regione” .

La Cina nel “cortile di casa” degli USA
È evidente in queste espressioni il riferimento alla Cina, che da un paio di decenni sta portando avanti una politica di partenariato commerciale e industriale con con diversi paesi dell'America Latina e dei Caraibi (ALC). Negli ultimi vent’anni la crescita dell’interscambio commerciale è stata molto elevata e la Cina oggi è il principale partner commerciale di Brasile, Cile, Perù e Uruguay e il secondo partner commerciale per molti altri paesi, tra cui l’Argentina, la Colombia e il Venezuela. E sono 23 i paesi della regione aderenti alla “Nuova via della seta” (BRI).
Appena dopo la pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Usa il governo cinese ha risposto col 3° Documento programmatico sulla regione ALC, che aggiorna la politica di Pechino verso questi paesi. In questo documento si parla di “un cambiamento significativo negli equilibri di potere internazionali”, con il “Sud del mondo (che) si distingue per un forte slancio e svolge un ruolo sempre più importante”. La Cina si presenta a questi paesi come un “Paese in via di sviluppo e membro del Sud del mondo”, che ha sempre dimostrato “solidarietà” con i paesi ALC, e che su impulso diretto dello stesso Xi Jinping vuole rafforzare la “cooperazione in tutti i settori”, lusingando la “gloriosa tradizione di indipendenza e unità” di questi paesi, nel quadro del “processo verso un mondo multipolare e la globalizzazione economica”.
Cos'è questa se non una sfida evidente del socialimperialismo cinese all'imperialismo americano nel suo “cortile di casa”, in risposta alla nuova Strategia di sicurezza nazionale trumpiana? Quel che è certo, è che dallo scorso novembre i fattori che concorrono verso la guerra imperialista mondiale tra l'imperialismo dell'Est e quello dell'Ovest per giocarsi l'egemonia mondiale, sono aumentati in maniera esponenziale.
 
24 dicembre 2025