Per decisione della Corte d’appello di Torino
Torna libero l'imam Shahin
Bile antipalestinese di Meloni e camerati

Il 15 dicembre scorso la Corte d’appello di Torino ha liberato Mohamed Shahin, l’imam della città. Per il giudice incaricato del riesame sul trattenimento, le nuove prove presentate dalla difesa fanno escludere "la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità" per la sicurezza nazionale. Questa era l'ipotesi contenuta in un decreto di espulsione siglato Viminale, che il 24 novembre scorso ha portato gli agenti a prelevare Shahin dalla sua abitazione.
Da vent’anni residente in Italia, incensurato, molto conosciuto a Torino, l’uomo si era visto revocare la carta di soggiorno e rischiava il rimpatrio immediato in Egitto. Dove sarebbe stato in pericolo di vita visto che, ha sostenuto in udienza, è un oppositore del regime di Al Sisi, per questa ragione ha fatto richiesta di asilo.
Invece di finire su un aereo per il Cairo è stato rinchiuso in un Cpr, non quello torinese, ma il più lontano da casa: Caltanissetta, a quasi mille chilometri.
Tra le ragioni "due procedimenti penali per condotte" relative a manifestazioni pro Pal, la "riservatezza" delle informazioni sulla sua espulsione, l’incontro nel 2012 con una persona poi radicalizzatasi e un’intercettazione del 2018 in cui un uomo condannato per apologia di terrorismo faceva il suo nome.
Durante il riesame tutti questi punti sono stati smontati. Le dichiarazioni sul 7 ottobre rilasciate dall’imam durante la protesta pro Pal non hanno portato ad alcuna incriminazione. Al contrario la sua posizione è stata archiviata perché quelle parole sono risultate "espressione di libero pensiero che non integra gli estremi di reato". Quindi "pienamente lecite" al di là della loro "censurabilità etica e morale", scrive il giudice di Torino.
Per il Viminale alcune espressioni celebravano l’eccidio di israeliani dell’autunno 2023, ma per l’imam servivano solo a contestualizzarlo nella storia di guerre e occupazione della Palestina.
L'altra accusa è relativa a una protesta contro il genocidio dello scorso maggio, un blocco stradale. "Dagli atti emerge una condotta del trattenuto non connotata da alcuna violenza" e "il medesimo era meramente presente sulla tangenziale assieme ad altre numerose persone", si legge nel provvedimento. Infine i contatti con soggetti attigui al terrorismo islamico si sono rivelati fortuiti, datati e senza risvolti successivi.
La difesa ha poi documentato una serie di attività realizzate negli anni da Shahin che denotano, scrive il giudice, "un concreto e attivo impegno in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano". Tra questi la prima traduzione in arabo della Costituzione, a cui è seguita la distribuzione gratuita nella comunità islamica.
Sulla questione i camerati meloniani vanno su tutte le furie, l’occasione di strumentalizzare un caso che ha come protagonista il nemico perfetto (migrante, islamico e imam) è troppo ghiotta, soprattutto nella corsa al referendum sulla riforma piduista e fascista della magistratura. "Qualcuno mi può spiegare come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa viene annullata da alcuni giudici?", chiede Meloni, Mussolini in gonnella. Per Salvini si tratta "dell’ennesima invasione di campo di certa magistratura ideologizzata e politicizzata che si vorrebbe sostituire alla politica". Maurizio Gasparri (Forza Italia) parla di “toghe irresponsabili”, Mariastella Gelmini (Noi Moderati) di “decisione incomprensibile” e Carlo Fidanza (Fratelli d’Italia) di “sentenze vergognose”. Anche Carlo Calenda ha sentito l’esigenza di dire la sua, affermando che “il rimpatrio dell’imam in Egitto era una misura corretta e prudente: l’italia è un Paese aperto, ma non può essere un colabrodo”.
Il Viminale vuole andare avanti con l’espulsione e presenterà ricorso in Cassazione. Poco importa che Shahin sia presente in Italia da 20 anni e non abbia mai fatto registrare episodi di violenza. Le prime segnalazioni sull’imam sono partite da un’interrogazione della deputata Augusta Montaruli (FDI), che nonostante la condanna definitiva per Rimborsopoli resta una persona di grande fiducia di Meloni ed è molto influente nella destra torinese.
"La liberazione è frutto della normale dialettica processuale di un qualunque paese democratico - sostiene Gianluca Vitale, avvocato di Shahin – Il giudice ha semplicemente ritenuto che non ci fossero gli elementi sufficienti per privare una persona della libertà personale".
Resta comunque in piedi la procedura per l’espulsione. "Abbiamo presentato ricorso, affronteremo le prossime udienze con serenità", dice Vitale. Nei giorni scorsi vi sono state diverse manifestazioni una a Torino e una a Roma, durante le quali i manifestanti sono tornati a chiedere la libertà per Shahin e altri stranieri, tutti perseguiti per aver espresso posizioni radicali a favore della Palestina e contro i nazisionisti di Israele.

24 dicembre 2025