Manovra 2026
Mussolini in gonnella, peggiora la legge Fornero: innalza l'età pensionabile e stanga i lavoratori precoci e in attività usuranti
Il Tfr dei neoassunti andrà ai fondi pensione. Il governo neofascista prima ritira tatticamente l'emendamento che peggiora la legge Fornero, poi lo ripresenta
Le trattative e i mercanteggiamenti dei partiti di governo al momento di approvare la Legge di bilancio non rappresentano certo una novità. Raramente però si era visto un continuo tira e molla fino all'ultimo giorno utile come quest'anno.
Si è rasentato persino la farsa, con misure scritte da un ministro (Giorgetti), messe in discussione dal suo stesso partito di appartenenza (la Lega). Certo un gioco delle parti, che non deve far dimenticare la questione principale emersa dal cosiddetto “pacchetto pensioni” presentato dalla maggioranza parlamentare, successivamente ritirato ma poi riapparso: questo governo e tutti i partiti che ne fanno parte, hanno nel mirino il peggioramento della Legge Fornero.
Lo si capisce bene dal maxi-emendamento presentato il 16 dicembre. Una stretta sulle pensioni per reperire risorse da destinare, non a caso, alle imprese. Si tratta di ben 3,5 miliardi di euro, quasi un quinto del totale della Manovra, che da 18,5 saliva a 22 miliardi. Le principali misure contenute erano tre, tra cui l'aumento della cosiddetta “finestra”, quel periodo in cui i lavoratori, dopo averne maturato le condizioni (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne), devono attendere prima di poter effettivamente andare in pensione. Al momento questa finestra dura tre mesi, e il governo decideva di aumentarla progressivamente fino al 2035, quando bisognerà attendere sei mesi prima di poter riscuotere la pensione. Così facendo, il governo stimava di spendere quasi 2 miliardi in meno nei prossimi dieci anni.
La seconda misura disponeva una stretta graduale sul riscatto della laurea breve (tre anni), fin quasi ad annullarla. Dal 2031 i periodi riscattati avrebbero subito un taglio di 6 mesi ai fini del calcolo del requisito dei contributi per andare in pensione. Il taglio sarebbe salito a 12 mesi dal 2032, a 18 dal 2033, a 24 dal 2034 e a 30 mesi dal 2035. Quindi, a regime, pur avendo riscattato tre anni si sarebbe anticipata la pensione solo di sei mesi. Una stretta con valenza retroattiva: chi aveva già pagato non solo non otteneva benefici, ma aveva pure gettato soldi al vento. Una misura che da più parti aveva persino sollevato dubbi di incostituzionalità.
Infine c'è lo scippo del Tfr attraverso il “silenzio-assenso”: i lavoratori avranno solo 60 giorni per impedire che vada ai fondi pensione. Il Tfr dei neoassunti vale circa il 6,91% della retribuzione lorda annua, calcolata come la retribuzione lorda divisa per 13,5, e viene accantonato con una rivalutazione annuale basata su un tasso fisso (1,5%) più il 75% dell’inflazione Istat, il tutto al netto di una imposta sostitutiva. La mossa era stata anticipata a settembre dal sottosegretario leghista del Lavoro Claudio Durigon, che l’aveva presentata come la soluzione per rimediare all’adesione sinora molto bassa alla previdenza integrativa, specie tra i dipendenti delle piccole aziende, dove la percentuale di iscritti è inferiore al 10% dei dipendenti, mentre tra le grandi imprese l’adesione media è tra l’80% e il 90%.
La mossa dell'ultimo minuto del governo scatenava la reazione di sindacati, partiti e associazioni; persino l'inconsistente opposizione parlamentare si ritrovava su un piatto d'argento l'assist per attaccare l'esecutivo. Intanto i social
erano inondati da filmati di alcuni anni fa, dove si vedevano Salvini e Meloni sparare a zero contro la controriforma pensionistica Monti-Fornero assicurando che, con loro al governo, l'avrebbero azzerata e tutti sarebbero andati in pensione al massimo con 41 anni di contributi.
La Mussolini in gonnella e i capibastone dei partiti di governo si rendevano presto conto che questa stangata sulle pensioni inserita di soppiatto in Manovra sbugiardava palesemente le loro promesse elettorali. Oltretutto l'infestante propaganda meloniana degna del Ventennio non è più sufficiente a nascondere il peggioramento repentino delle condizioni di vita delle masse lavoratrici e popolari e il dilagare della povertà. Queste sono sempre più insofferenti e mostrano una crescente ostilità nei confronti del governo, come hanno dimostrato gli scioperi generali dove i sindacati, seppur divisi, hanno portato in piazza milioni di manifestanti.
Si innescava cosi una marcia indietro che, come abbiamo detto, in certi frangenti ha assunto i toni della squallida farsa. A occupare la scena per primi ci pensavano Salvini e la Lega, ossia coloro che si erano esposti più di tutti contro la Fornero e ora non solo non la toccavano, ma la peggioravano. “Sono stati i tecnici del Mef e la Ragioneria ad insistere sulle pensioni, Giorgetti era contrario”, affermava il capogruppo leghista al Senato Romeo. Un altro leghista, il senatore Claudio Borghi, presentava un emendamento che cancellava le nuove misure sulle pensioni (ma non quella sul Tfr) presentate dal suo stesso ministro Giorgetti. Quest'ultimo rimaneva con il cerino in mano a fare da parafulmine, con le opposizioni parlamentari che ne chiedevano le dimissioni, la Lega che si atteggiava a paladina delle pensioni, mentre la Meloni se ne stava in diparte promettendo correttivi.
Dopo alcuni giorni convulsi, di scaricabarile e ipotesi che si accavallavano, prima il governo ritirava l'emendamento sulla stretta pensionistica, per poi presentarne uno nuovo il 20 dicembre. Tutto accantonato? Nient'affatto! Intanto la cessione del Tfr dei neoassunti ai fondi pensione attraverso il silenzio-assenso era confermato in toto, del resto nessuno l'aveva messa in discussione. Decadevano il taglio della valenza del riscatto della laurea, poco sostenibile anche dal punto di vista della costituzionalità, e l'aumento progressivo della durata delle “finestre” così come scritta nell'emendamento presentato il 16 dicembre, la misura più eclatante e molto controproducente sul piano elettorale e del consenso.
Vengono però confermate le misure più penalizzanti della legge Fornero e ne vengono introdotte di nuove per colpire i futuri pensionati, e in particolare chi vuole uscire prima avendo maturato i contributi. Intanto resta l'aumento dell’età pensionabile basata sul calcolo dell'aspettativa di vita che questo governo aveva promesso di bloccare: un mese nel 2027 e altri due nel 2028, portando il minimo a 67 anni e 3 mesi per l’assegno di vecchiaia e a 43 anni e un mese di contributi per quello “anticipato”. Viene abolita la possibilità, in vigore dal gennaio 2025, di cumulare i contributi Inps con quelli della previdenza complementare per arrivare al minimo per andare in pensione.
Ma non finisce qui! Arrivano nuovi tagli ai fondi destinati alla pensione anticipata dei lavoratori precoci e degli addetti alle lavorazioni usuranti, con effetti che si concentreranno soprattutto a partire dal 2033. Per i lavoratori precoci, la riduzione delle risorse è articolata su più anni: 20 milioni di euro nel 2027, 60 milioni nel 2028, 90 milioni annui dal 2029 al 2032, fino ad arrivare a 140 milioni nel 2033 e 190 milioni dal 2034. Un intervento che riduce progressivamente le risorse disponibili per garantire l’accesso anticipato alla pensione a chi ha iniziato a lavorare molto giovane. Per quanto riguarda i tagli sulle pensioni per i lavori usuranti l’emendamento introduce una riduzione strutturale di 40 milioni di euro annui a decorrere dal 2033 sul fondo dedicato, con un decremento diretto degli importi destinati a copertura del pensionamento anticipato per chi svolge attività particolarmente faticose e pesanti.
Riassumendo, le misure definitive della Manovra che riguardano le pensioni sono tutte mirate ad eliminare quei correttivi apportati per mitigare la legge Fornero successivi alla sua approvazione. Il governo neofascista Meloni ha già eliminato le varie “quote”, Ape e “opzioni donna”, rimane, per il momento, soltanto “l'Ape sociale”, riservata ad un numero ristretto e svantaggiato di lavoratrici e lavoratori. In pratica, come ha dimostrato uno studio della Cgil, queste misure che peggiorano la Fornero, porteranno nel 2035 l'età pensionabile a 70 anni. Il ritiro del “maxiemendamento” sulle pensioni è stata quindi soltanto una scelta tattica, spinta da ragioni elettorali.
Le nuove misure contenute nella Legge di bilancio dimostrano che la colpa non era della “manina di qualche funzionario zelante del Mef”, e confermano invece la chiara volontà della Mussolini in gonnella e del suo governo di colpire le pensioni, tenerle più basse possibile e scippare il Tfr alle lavoratrici e ai lavoratori per consegnarlo alle assicurazioni e alle speculazioni azionarie. Un governo che sul piano della politica istituzionale, della legislazione, della repressione si ricollega direttamente al ventennio mussoliniano, mentre su quello economico ha molti punti in comune con la destra liberista: un governo neofascista da buttare giù al più presto con la lotta di piazza.
24 dicembre 2025