Comunicato di risposta del Movimento studenti palestinesi in Italia all'attacco della presidente Meloni ad Atreju
Atreju: La passerella per lavarsi le mani dal genocidio
"Signora presidente, la invitiamo non a una passerella politica come Atreju, ma a un confronto pubblico e istituzionale, in sede neutrale, basato sui fatti e sul Diritto Internazionale."
Nel discorso di chiusura di Atreju, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato, ancora una volta, come la questione palestinese rappresenti una cartina di tornasole per valutare la credibilità delle posizioni di politica estera e interna dell'attuale governo.
Le sue recenti affermazioni nei confronti delle realtà palestinesi presenti in Italia, definite arbitrariamente come "autoproclamate", non solo sono infondate, ma mirano deliberatamente a sminuire e delegittimare una voce collettiva riconosciuta, democratica e formalmente organizzata, espressione di una comunità radicata nel nostro Paese.
Noi rappresentiamo una parte viva e reale del tessuto palestinese in Italia: associazioni, collettivi, reti sociali e politiche che operano quotidianamente sul territorio.
Siamo le realtà che hanno mobilitato milioni di persone negli ultimi due anni, che hanno portato a Roma, il 4 ottobre, oltre un milione di manifestanti e che hanno contribuito alla costruzione di un movimento capace di incrinare il consenso e la narrazione del governo.
E doveroso precisare che le nostre associazioni sono democraticamente elette, dotate di statuti o organismi direttivi legittimati dalla base. Non siamo emanazioni di alcun potere.
Se si vuole davvero parlare di "autoproclamazione", allora lo sguardo dovrebbe rivolgersi alla leadership dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e, in particolare, al Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
Dal 2005 non si tengono elezioni presidenziali nell'ANP. L'annullamento delle elezioni legislative e presidenziali previste nel 2021, motivato dal timore di una sconfitta del partito Fatah, ha trasformato una leadership politica in un potere di fatto autocratico. Questa realtà è riconosciuta dalla stragrande maggioranza del popolo palestinese, sia nei Territori Occupati sia nella diaspora.
La repressione esercitata dall'ANP contro il proprio popolo, spesso in coordinamento e sotto la pressione delle forze di occupazione israeliane, ha ridotto l'Autorità a un apparato di sicurezza che, lungi dal difendere gli interessi palestinesi, contribuisce alla stabilità dell'occupazione in Cisgiordania.
È necessario richiamare l'attenzione della Presidente Meloni e del governo italiano sulla drammatica realtà della Cisgiordania, teatro di violazioni sistematiche del Diritto Internazionale Umanitario (DIU) e del Diritto Internazionale dei Diritti Umani (DIDU), ben prima del 7 ottobre 2023.
La Cisgiordania è soffocata da una costante e illegale espansione degli insediamenti israeliani, che oggi contano oltre 800.000 coloni.
Tali insediamenti costituiscono un crimine di guerra ai sensi dell'Articolo 8(2)(b)(viii) dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e una palese violazione dell'Articolo 49, paragrafo 6, della Quarta Convenzione di Ginevra.
Essi distruggono la continuità territoriale palestinese e rendono impraticabile la soluzione dei due Stati.
In Cisgiordania — territorio che dovrebbe essere amministrato dall'ANP e dove Hamas non è presente — si registrano incendi sistematici di campi agricoli, demolizioni di abitazioni, arresti arbitrari senza accusa né processo, incursioni militari ricorrenti nei campi profughi e la presenza del cosiddetto "muro di separazione", dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia
Questi fatti smentiscono radicalmente la narrazione secondo cui l'obiettivo di Israele sarebbe esclusivamente la neutralizzazione di Hamas.
Al contrario, dimostrano l'esistenza di un progetto strutturale di annessione territoriale e pulizia etnica, finalizzato all'espansione coloniale e alla realizzazione della cosiddetta "Grande Israele", a scapito dell'esistenza stessa del popolo palestinese.
È fondamentale richiamare le fonti del Diritto Internazionale che legittimano la lotta del popolo palestinese, pur nella consapevolezza che il diritto, troppo spesso, viene violato e disatteso nell'impunità.
L'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto intrinseco all'autodifesa. Ma è soprattutto la Risoluzione 57/45 dell'Assemblea Generale ONU del 1982 a riconoscere esplicitamente:
"...la legittimità della lotta dei popoli per l'indipendenza, l'integrità territoriale, l'unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall'occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, inclusa la lotta armata."
La resistenza palestinese non nasce nel 1987 con Hamas, ma affonda le sue radici nel 1917, con la Dichiarazione di Balfour, atto politicocoloniale che promise la terra palestinese al movimento sionista.
Il popolo palestinese resiste da oltre un secolo contro colonizzazione e occupazione.
La resistenza è un concetto ampio e plurale: include la resistenza armata, nei limiti riconosciuti dal Diritto Internazionale per i popoli sotto occupazione, ma anche la resistenza civile, culturale e quotidiana.
È la resistenza dei bambini, delle donne, dei giornalisti, dei prigionieri politici.
E il sumud: il rimanere saldi sulla propria terra, l'atto politico supremo di non abbandonare la propria patria.
Lei, che si definisce patriota, dovrebbe comprendere il valore di questa lotta.
Come ricordava il Presidente Sandro Pertini: «Israele ha occupato e occupa territori altrui.
Siamo sempre stati al fianco degli ebrei quando erano perseguitati, ma gli ebrei non sono stati perseguitati in Oriente dagli arabi; sono stati perseguitati in Europa dagli europei.
Una patria, a mio avviso, devono averla i palestinesi, altrimenti non vi sarà mai pace nel Medio Oriente.»
Noi non siamo "proseliti del terrorismo", ma la voce di un popolo che esercita il diritto inalienabile alla resistenza contro uno degli eserciti più potenti e sostenuti al mondo.
La passerella politica di Abu Mazen ad Atreju rappresenta un tentativo di washing della coscienza del suo governo, che non può cancellare l'accusa — fondata su fatti concreti — di complicità nel genocidio in corso a Gaza.
A rendere ancora più grave tale complicità è il ruolo strutturale dell'Italia nell'industria bellica globale.
L'Italia è oggi il terzo esportatore di armi al mondo, e molte delle bombe e dei sistemi d'arma utilizzati nei bombardamenti su Gaza risultano essere di produzione italiana. Questo dato rende insostenibile qualsiasi pretesa di neutralità o estraneità del governo italiano rispetto ai crimini commessi.
L'Italia ha precisi obblighi di prevenzione del genocidio, sanciti dall'Articolo I della Convenzione del 1948, un obbligo erga omnes del diritto internazionale consuetudinario. Il suo governo risulta gravemente inadempiente rispetto a tali obblighi:
- secondo fonti giornalistiche accreditate, l'Italia ha continuato a inviare armamenti a Israele anche dopo il 7 ottobre 2025;
- non è stato imposto alcun embargo militare, in violazione del Trattato sul Commercio delle Armi (ATT) e della legge n. 185/90;
- l'export militare italiano ha registrato un incremento dei profitti;
- l'Italia, terzo esportatore mondiale di armamenti, continua a trarre profitto dall'industria bellica e molte delle bombe utilizzate contro la popolazione civile di Gaza sono mode in Italy, configurando una responsabilità diretta e indiretta nel conflitto:
- l'Italia ha violato il dovere di non prestare assistenza a un'entità responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale, come ribadito dall'ICJ il 19 luglio 2024;
- il 28 ottobre 2025 il Governo ha rifiutato di votare una tregua umanitaria a Gaza;
- il 10 maggio 2024 ha votato contro il riconoscimento dello Stato di Palestina;
- il 19 maggio 2024 il Ministro Tajani ha negato l'esistenza di crimini di guerra israeliani;
- l'8 giugno 2025 è stato rinnovato il memorandum di cooperazione con Israele;
- sono stati sospesi i fondi all'UNRWA, contribuendo al peggioramento delle condizioni di vita di milioni di rifugiati palestinesi;
- il trasferimento di feriti palestinesi è stato strumentalizzato come operazione di comunicazione politica.
Il suo governo è complice nel confondere l'antisemitismo — che condanniamo senza ambiguità — con l'antisionismo, che è una legittima critica politica. È complice nel negare il genocidio in corso a Gaza e nel fornire copertura politica e mediatica a una narrazione unilaterale.
Noi non abbiamo nulla di cui vergognarci.
La nostra unica "colpa" è aver fatto ciò che governi e Istituzioni avevano il dovere morale e giuridico di fare.
Chi dovrebbe vergognarsi sono coloro che, in nome di una solidarietà incondizionata, si rendono complici attivi o passivi di crimini internazionali, a partire dal genocidio.
Lei ha affermato che "pretende di sapere". La invitiamo dunque non a nuove passerelle politiche, ma a un confronto pubblico e istituzionale, in sede neutrale, basato sui fatti e sul Diritto Internazionale.
La storia giudicherà le scelte compiute.
E l'alibi del "non sapere" non potrà più essere invocato.
La giustizia non è un'opzione: è un dovere.
Movimento studenti palestinesi in Italia
24 dicembre 2025