14-16 gennaio 1945
La “strage del panino e della mela” a Genova
11 prigionieri politici con la promessa che sarebbero stati liberati furono trucidati a freddo dalle brigate nere

Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
La ferocia fascista, tanto per non smentire il suo essere profondamente criminale, ha ideato anche vigliacche “commedie”. Uno dei casi più emblematici, e uno degli eccidi più vili avvenuti nella città di Genova, è quello ricordato come “la strage del panino e della mela”. Tra il 14 e il 16 gennaio del 1945, i fascisti, della XXXI Brigata Nera “Gen. Silvio Parodi”, prelevarono undici prigionieri politici dal carcere Marassi di Genova. Vennero fatti salire su differenti mezzi militari con la promessa che a breve sarebbero stati liberati, a conferma di ciò, a ognuno di loro vennero consegnati, probabilmente come risarcimento per il rancio non usufruito in cella, un panino e una mela. Si tratterà di un ignobile inganno.
Condotti nei propri quartieri di origine, i partigiani vennero fatti scendere separatamente dai vari mezzi della milizia fascista. E nel momento in cui i partigiani erano sul punto di immaginare di respirare la libertà vennero barbaramente assassinati con un colpo alla nuca. I primi a cadere, il 14 gennaio, furono Attilio Firpo in Corso Galliera, Antonio Tronfi in Corso Sardegna, Efisio Atzeni in piazza Terralba, Giuseppe Biscuola in via Bonifacio, Giuseppe Spataro ed Ernesto Jursé al Campasso e Giovanni Meloni a San Fruttuoso. Non soddisfatti, e probabilmente divertiti, i fascisti della Brigata Nera replicarono la loro porcata e il 16 gennaio sequestrarono nel carcere di Marassi altri partigiani e lasciarono sul selciato di piazza Baracca i corpi di Rinaldo Bozzano, Giuseppe Canepa, Alfonso Ferrari e Alessandro Maestri.
In tasca non avranno documenti, ma un panino e una mela a testimonianza del crudele e infame “gioco” fascista. In città lo sdegno fu talmente traversale che i fascisti concepirono una diversa versione dei fatti, affidandola ai giornali di regime, in cui si imputava l’eccidio a un regolamento di conti fra bande partigiane.
Camminare fra le strade della città di Genova e non trovare lapidi di partigiani assassinati dai nonni putativi di coloro che oggi occupano gli scranni del governo, e che siedono in quelli del parlamento italiano, ma che in ogni modo ne fanno parte, con vari titoli, ridicolizzando in un certo senso la Costituzione italiana, sin dal 1946, non è proprio possibile. Ogni quartiere ha il suo cippo dei caduti, ogni quartiere ha qualche strada, con qualche lapide affissa al muro, che ricorda una partigiana o un partigiano assassinato dalle camicie nere.
Sono 1.863 i caduti della Resistenza a Genova e 2.250 i deportati; molti di loro non faranno ritorno. E troppi dei responsabili, troppi dei carnefici, non hanno pagato. Sia perché “perdonati” con un colpo di spugna dall’“amnistia Togliatti” del 22 giugno 1946, sia perché protetti da organizzazioni o governi loro amici. Uno su tutti il boia di Genova Siegfried Engel. Condannato in contumacia in Italia all’ergastolo, fu rintracciato solo dopo cinquant’anni più tardi nella Germania Federale ad Amburgo; non era nascosto in una cantina come si potrebbe supporre, ma viveva tranquillo. Non scontò un giorno di carcere e morì nel suo letto a 97 anni.
Siamo a gennaio e di anni da quell’eccidio ne sono trascorsi ottantuno. Il 14 e il 16 gennaio l’ANPI e gli antifascisti genovesi si recheranno a posare una corona d’alloro presso le lapidi di Alfonso, di Alessandro, di Antonio, di Attilio, di Efisio, di Ernesto, di Giovanni, dei tre Giuseppe, e di Rinaldo. Partecipare personalmente alla commemorazione di tutti gli undici partigiani trucidati è un dovere ma non è possibile; la posa delle corone viene fatta contemporaneamente. Di solito partecipiamo alla posa delle corone di Attilio Firpo e Antonio Tronfi; tra le due lapidi ci sono meno di trecento metri. Mentre sosteremo per un pensiero, per un ricordo che con il tempo non può assolutamente cancellarsi, porteremo i nostri omaggi e salutandoli con il pugno chiuso invieremo loro, simbolicamente, il saluto dell’intero PMLI.

14 gennaio 2026