Il dittatore fascista della Casa Bianca si ritiene il padrone del mondo
Trump aggredisce il Venezuela e vuole impadronirsi della Groenlandia
L’imperialismo americano considera suo territorio l’America Latina e i Caraibi
Sullo sfondo la competizione con gli imperialismi cinese e russo per l’egemonia mondiale

Nel comunicato stampa del PMLI poche ore dopo l’aggressione del 3 gennaio dell’imperialismo americano al Venezuela e il rapimento del suo presidente Maduro, c’erano già tutte le giuste sentenze di un atto illegittimo, illegale, ingiustificabile e intollerabile. Un atto, quello del dittatore fascista della Casa Bianca, da padrone del mondo, compiuto senza l’autorizzazione del Congresso USA, indispensabile per un’azione militare contro un paese straniero. Nei giorni seguenti Trump ha giustificato la vile aggressione al Venezuela con un’arroganza imperialista senza freni e remore, allargando il tiro a tutta l’America Latina e i Caraibi considerati suoi territori, ripartendo a suonare la grancassa della Groenlandia, decisiva per ricchezze naturali e posizione strategica nella competizione con gli imperialismi cinese e russo per l’egemonia mondiale.
La nostra forte richiesta, rivolta all'ONU, alla Corte internazionale penale e a tutti i Paesi amanti della pace, della sovranità e dell'indipendenza di ogni Stato, di considerare Trump come un criminale di guerra e che gli USA siano considerati uno Stato terrorista non ha trovato interpreti nello scenario internazionale, seppure forti condanne siano state espresse da governi e organizzazioni di tutto il mondo. Tuttavia le manifestazioni di piazza contro l’imperialismo americano e il suo attuale esecutore fascioimperialista in tutti e cinque i continenti dimostrano tutto l’odio dei popoli contro di esso e come questo sia una tigre di carta. I popoli, a partire da quelli dell’America Latina, non sono restati in silenzio.

L’aggressione del Venezuela
L’aggressione alla nazione venezuelana perpetrata dell’esercito americano la notte del 3 gennaio con i bombardamenti sulla capitale Caracas e altri centri civili e militari, Miranda, Aragua e La Guaira, che ha coinvolto più di 150 velivoli, con gli aerei da guerra che hanno smantellato le difese venezuelane e aperto la strada agli elicotteri per l’ingresso nella capitale, che ha provocato la morte di decine di civili, così come l’illegale rapimento del presidente Maduro e la sua consegna alla giustizia imperialista americana era stato pianificato da tempo a Washington. La violazione della sovranità nazionale e l’atto di guerra contro il Venezuela si collocano nei piani di dominazione dell’America Latina. Con l’ennesimo pretesto, questa volta la lotta al narcotraffico, gli Stati Uniti avevano già attuato un imponente dispiegamento militare nella zona caraibica dopo aver riattivato la base navale di Roosevelt Roads, risalente alla “Guerra Fredda”, a Porto Rico. Un enorme dispiegamento della Quarta Flotta con navi da guerra, truppe, elicotteri bombardieri B-52, incluso la più grande portaerei del mondo, col quale gli USA hanno recentemente attaccato 22 imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico, uccidendo extragiudizialmente oltre 100 persone, violando apertamente il diritto internazionale e la sovranità nazionale del Venezuela, della Colombia e di altri paesi dell’America Latina. Trump ha dichiarato infine un illegale blocco navale del petrolio venezuelano, anticamera dell’aggressione del Paese.
Tutto ciò risalendo alla dichiarazione della Dottrina Monroe del 1823, “L’America agli Americani”, una dottrina che gli Stati Uniti formularono nella loro disputa con le potenze europee per il diritto preferenziale di sfruttare e opprimere il Sud America, l’America Centrale e i Caraibi, tanto che l’America Latina fu trasformata nel cortile di casa e nella base di sostentamento per l’emersione degli Stati Uniti come potenza imperialista all’inizio del XX secolo. Oggi la stessa area deve servire alla sopravvivenza dell’imperialismo a stelle e strisce in difficoltà, incalzato da una profonda crisi economica e politica, cercando di riconquistare posizioni, rompendo alleanze e coalizioni con i suoi concorrenti imperialisti, avendo come obiettivo principale la Cina socialimperialista e cercando di rafforzare la sua sottomissione delle nazioni oppresse e aumentare il grado di sfruttamento del proletariato in patria, come nel caso della illegale, fascista e razzista repressione anti-immigrati in corso negli Stati Uniti.
Nella più recente strategia di sicurezza nazionale (dicembre 2025), l’attenzione si concentra sull’America Latina, dichiarando il “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, che consente agli Stati Uniti l’accesso ad “asset chiave”, “luoghi chiave” e il sostegno a “catene di approvvigionamento critiche”, dichiarando al contempo la necessità che l’America Latina rimanga “libera da incursioni straniere ostili” e abbia governi che cooperino nella lotta contro i “narco-terroristi”, contro i quali si definisce la possibilità di usare la “forza bruta”.
Cinicamente e spudoratamente Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “governeranno” il Venezuela per completare una presunta “transizione”, esponendo il carattere imperialista del suo progetto e riaffermando i veri motivi di questa aggressione: il controllo del petrolio e delle risorse naturali venezuelane e l’imposizione del suo piano di controllo economico, politico e militare dell’intero continente. Lo ha fatto a caldo in una intervista telefonica con la rivista “The Atlantic”, dove ha chiarito che se la vicepresidente Rodriguez “non fa la cosa giusta, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente superiore a quello di Maduro”, e lo ha ribadito nella conferenza stampa successiva del 4 gennaio di Mar-a-Lago. Per il dittatore fascista l’attacco USA al Venezuela è stato un “assalto spettacolare mai visto dalla Seconda Guerra Mondiale”, condotto “nei cieli, via terra e via mare… Gestiremo il Paese fino a quando potremo farlo, in attesa di una transizione sicura”, aggiungendo che gli Stati Uniti sono “pronti a lanciare un secondo attacco più importante, se necessario. Non abbiamo paura di portare gli stivali sul terreno”.
Intanto “Le compagnie petrolifere americane si insedieranno in Venezuela”. Bordate anche contro altri Paesi latinoamericani da tempo nel mirino dell’imperialismo americano: “Cuba è un paese che sta fallendo e noi vogliamo aiutare la popolazione cubana. È qualcosa di cui finiremo a parlare”, mentre “Il presidente della Colombia dovrebbe guardarsi il didietro… Produce cocaina, la manda negli Stati Uniti, quindi stia attento a non farsi beccare”.
Tra coloro che hanno applaudito all’operazione “Absolute resolve” (“Risolutezza assoluta”) di Trump si è distinta la sua principale alleata e amica Meloni, Mussolini in gonnella, che con una nota ha legittimato l’aggressione, in quanto di “natura difensiva”(sic). L’America, scrive la premier, ha risposto “ad attacchi ibridi contro la propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Tra le innumerevoli prese di posizione dei partiti comunisti dell’America Latina di condanna dell’aggressione imperialista americana al Venezuela il PMLI appoggia quella del Partito comunista del Venezuela (il cui comunicato è pubblicato a parte), messo fuori legge dal regime di Maduro, augurando ai compagni venezuelani pieno successo alla loro proposta alternativa governativa e sociale, una via d’uscita popolare, democratica e sovrana dalla crisi, fondata sul ripristino della Costituzione, delle libertà democratiche, dei diritti della classe lavoratrice e sull’indipendenza nazionale. In particolare l’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCV ha ribadito il 6 gennaio la sua “più forte e categorica condanna dei bombardamenti criminali compiuti dalle forze militari degli Stati Uniti sulla città di Caracas e su altre località del Paese durante la prima mattina del 3 gennaio, un’azione che costituisce una grave aggressione contro la sovranità nazionale e una flagrante violazione della sovranità internazionale” respingendo “la detenzione violenta e illegale dei cittadini Nicolás Maduro Moros e Cilia Flores”. Una posizione che “non implica, in nessun caso, alcuna difesa politica dell’amministrazione autoritaria, antidemocratica, anti-lavoratrice e anti-popolare di Nicolás Maduro e la leadership del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV)” che “sono stati responsabili di gravi violazioni della Costituzione, delle leggi e dei diritti politici, del lavoro e sociali dei lavoratori, creando condizioni favorevoli per i piani imperialisti di assedio e di aggressione contro il paese”. “Finora le autorità venezuelane non hanno presentato un rapporto ufficiale sulle vittime civili e militari; i danni materiali causati dai bombardamenti e tanto meno una spiegazione sull'incapacità delle forze di sicurezza di rilevare e rispondere a un'aggressione militare straniera. Questo silenzio non è solo inaccettabile, ma sospetto… I fatti confermano anche ciò che il PCV ha più volte denunciato: la leadership del PSUV ha negoziato dietro le spalle del paese con Washington, mentre il popolo venezuelano è stato precipitato in un’acuta crisi politica, economica e sociale. A riprova di ciò sono gli appelli alla ‘cooperazione’ e allo ‘sviluppo condiviso’ fatti da Delcy Rodríguez di fronte alle minacce e alle imposizioni del potere imperialista”. La vicepresidente in carica dal 5 gennaio che ha invitato Trump e gli USA a lavorare insieme su un’”agenda di cooperazione”.

Le mire sulla Groenlandia
“Adesso faremo qualcosa con la Groenlandia, che gli piaccia o no. Voglio concludere un accordo nel modo più semplice. Ma se non lo facciamo nel modo più semplice, lo faremo nel modo più difficile”. La nuova dichiarazione di Trump rilasciata il 9 gennaio in un incontro con i vertici delle compagnie petrolifere americane che dovrebbero operare in Venezuela, ribadisce le mire di annessione dell’imperialismo americano dell’isola artica sotto giurisdizione della Danimarca e quindi Unione Europea e NATO. Ritenuta strategica per le sue risorse naturali e per la posizione geopolitica, il dittatore fascista di Washington era già intervenuto dal 5 gennaio all’insegna del “prenderemo l’isola con le buone o con le cattive”, sconfessando gli auspici della sua amica Meloni, Mussolini in gonnella, che si era sbilanciata nel sostenere che Trump non “prenderà la Groenlandia con la forza”.
Le minacce trumpiane continuano ad essere prese invece molto seriamente sia dal governo danese che dall’intera comunità groenlandese. Il governo di Copenaghen, dopo mesi di dichiarazioni a distanza, è riuscito a strappare la promessa di un incontro con il Segretario di stato USA Marco Rubio, mentre il 10 gennaio una nota congiunta di tutti i 5 leader politici dell’isola in rappresentanza dei 31 deputati e deputate che compongono l’Inatsisartut (il parlamento groenlandese), sottolinea “ancora una volta il nostro desiderio che finisca il disprezzo degli Stati Uniti per il nostro paese” per poi ribadire “non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi, il futuro della Groenlandia deve essere deciso dal popolo groenlandese”. Un messaggio chiaro che Washington continua a ignorare, perché a Trump non basta avere un protettorato in Groenlandia (come di fatto gli garantiscono gli accordi del 1951 con la Danimarca in materia di sicurezza militare) ma vuole “proprio la proprietà perché quando possiedi una cosa, la difendi. Non difendi una concessione: devi possederla”. Insomma l'isola nell'Artico, per Trump è “vitale per gli USA per questioni di sicurezza nazionale” e “faremo qualcosa che a loro piaccia o no. Se non lo facciamo, Russia o Cina si prenderanno la Groenlandia".

Lotta contro Cina e Russia per l’egemonia mondiale
L’aggressione imperialista americana al Venezuela, oltre a ribadire la legge del più forte nel “cortile di casa” statunitense, è apparsa altresì come l’ennesimo monito alle superpotenze rivali cinese e russa. Poche ore prima del criminale assalto, il leader venezuelano Maduro aveva ricevuto Qiu Xiaoqi, l’inviato speciale cinese per l’America Latina. Un incontro lungo, politico, solenne, in cui le due parti avevano ribadito il loro partenariato strategico. Di fatto il socialimperialismo cinese proprio in America Latina ha costruito una delle sue architetture di influenza più sofisticate: petrolio venezuelano, litio argentino, soia brasiliana. Ma soprattutto infrastrutture tecnologiche. Il libro bianco sulla politica cinese in America Latina, pubblicato a metà dicembre, parla di una cooperazione ormai strutturale, di un’integrazione irreversibile. E il Venezuela è presentato come uno dei pilastri di questa presenza. Negli ultimi cinque anni il colosso tecnologico cinese Huawei ha smesso di essere solo un produttore di apparati per le reti mobili. Le sanzioni statunitensi, applicate per i sospetti di spionaggio alla luce di alcune leggi dello Stato cinese sulla collaborazione tra aziende e intelligence, l’hanno costretta a diversificare, trasformandola in un conglomerato che investe in cloud computing, data center e chip per l’intelligenza artificiale. In America Latina questa mutazione è stata particolarmente efficace. Mentre l’Europa discuteva di strumenti di mitigazione (come il 5G toolbox) e sicurezza nazionale, in Paesi come Brasile, Colombia, Messico, Cile e naturalmente Venezuela Huawei costruiva infrastrutture digitali critiche: server per la pubblica amministrazione, piattaforme cloud per banche e utilities, reti per l’industria e la videosorveglianza. In altre parole, la Cina non stava solo vendendo tecnologia: stava diventando lo strato invisibile su cui funzionano economie e governi della regione. Il Venezuela è poi l’unico Paese della regione che, secondo le mappe interne di Nokia ed Ericsson, era diventato quasi completamente chiuso ai fornitori occidentali e dipendente da tecnologia cinese. Reti, apparati, data center. E se Trump riuscirà a consolidare la sua presenza in Venezuela, il messaggio per il resto dell’America Latina sarà chiaro: usare tecnologia cinese potrebbe diventare un rischio politico. Non per ragioni astratte di sicurezza, ma perché significa trovarsi dalla parte sbagliata di una nuova dottrina Monroe digitale.
D’altro canto la Russia ha reagito agli assalti imperialisti USA, di fatto e a parole, a Venezuela e Groenlandia, sequestrando 3 miliardi di dollari in navi statunitensi nell’artico. Dodici navi commerciali sequestrate in operazioni coordinate. Quaranta unità navali russe dispiegate attraverso tre mari. Tre miliardi di dollari in beni ora bloccati nei porti russi. Un escalation bellicista pericolosa, che avvicina come non mai la guerra mondiale.
Il 7 gennaio sul suo social “Truth” Trump si è tolto altri sassolini dalle scarpe: "Ricordate, per tutti quei grandi fan della NATO, erano al 2% del PIL e la maggior parte non pagava le bollette, finché non sono arrivato io. Gli Stati Uniti, stupidamente, stavano pagando per loro! Io, rispettosamente, li ho portati al 5% del PIL, e loro pagano, immediatamente. Tutti dicevano che non si poteva fare, ma si poteva, perché, oltretutto, sono tutti miei amici. Senza il mio coinvolgimento, la Russia avrebbe tutta l’Ucraina in questo momento. Ricordate, inoltre, che io da solo ho posto fine a 8 guerre e la Norvegia, membro della NATO, stupidamente ha scelto di non darmi il Premio Nobel per la Pace. Ma questo non importa! Ciò che conta è che ho salvato milioni di vite. La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della NATO senza gli Stati Uniti. L'unica nazione che Cina e Russia temono e rispettano sono gli USA del Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump che ha reso l’America di nuovo grande!”. Non vi sembra che a parlare sia il nuovo Hitler?
 

14 gennaio 2026