Il governo neofascista Meloni svende l'ex Ilva ai privati
Solo la nazionalizzazione può garantire la decarbonizzazione e salvaguardare ambiente e occupazione
A Taranto ennesimo caduto sul lavoro: muore operaio di 46 anni

L'orizzonte dell'ex Ilva si tinge a tinte sempre più fosche. Il ritiro di tutti i soggetti industriali era già un cattivo presagio, lasciando tra i potenziali acquirenti soltanto due fondi d'investimento, entrambi americani: Bedrock e Flacks. Alla fine il comitato di sorveglianza ha dato il via libera ai commissari di Acciaierie d’Italia per avviare il negoziato in esclusiva con Flacks Group, azienda specializzata in operazioni finanziarie ad alto rischio, valutando la sua proposta come la più vantaggiosa. L’esito di questa trattativa sarà successivamente sottoposto al vaglio del Governo e delle organizzazioni sindacali.

Svenduta a un fondo d'investimento
Prezzo dell'operazione? Un euro! Il fondo otterrebbe il siderurgico gratis con la promessa di investire 5 miliardi per il processo di decarbonizzazione. A parte che la conversione dello stabilimento di Taranto richiederebbe, come stimato dalla Commissione Europea, la cifra di 10 miliardi, si sta parlando solo di intenzioni, in quanto è del tutto assente qualsiasi straccio di piano industriale. “Stiamo investendo fino a 5 miliardi di euro per modernizzare le operazioni, compresi l’elettrificazione e l’ammodernamento dei forni, promuovendo la decarbonizzazione, l’efficienza e la crescita sostenibile”, ha dichiarato il britannico Michael Flacks, presidente del gruppo omonimo, in una nota pubblicata sulla pagina LinkedIn ufficiale dell’azienda. Ma rimane, appunto, solo una dichiarazione d'intenti.
“Quest’acquisizione garantisce il futuro a lungo termine di una piattaforma industriale storica, supporta 8.500 lavoratori qualificati e rafforza le catene di approvvigionamento europee fondamentali per l’automotive, l’edilizia e le infrastrutture” continua Flacks, che poi conclude: “Questa transazione riguarda prima le persone. Il nostro obiettivo è investire nel lungo termine, modernizzare in modo responsabile e garantire un futuro duraturo per questo storico stabilimento siderurgico”. In una intervista al Corriere della sera si è detto pronto "a venire nelle prossime settimane in Italia per incontrare sindacati ed enti locali”.
Al di là delle chiacchiere, le credenziali di Flacks non sono certo delle più rassicuranti. Nato a Manchester, presidente dell'omonima società con sede a Miami, dove ha la residenza, ha un ufficio a New York nella Trump Tower, di proprietà del presidente fascioimperialista americano. La sua storia racconta che ha accumulato capitali dalla vendita di una catena di negozi di abbigliamento, che ha poi indirizzato verso la speculazione immobiliare in Irlanda e Regno Unito. Poi si è messo a fare l'investitore in svariati settori, mai però in quello siderurgico. “Il mio mestiere è comprare aziende in crisi, compro qualcosa arrivato a fine corsa e poi lo rivendo al suo valore”, questa è la filosofia con cui ha ottenuto lauti profitti, ma che in molti casi non ha evitato la chiusura e il fallimento delle aziende acquisite.

Un piano nebuloso senza garanzie
Come abbiamo già detto non c'è ancora un piano industriale, solo dichiarazioni di Flacks e indiscrezioni. La giornalista Rai e free-lance Marta Buonadonna, in un servizio andato in onda sul Tgr Liguria (regione interessata per lo stabilimento di Cornigliano), spiegava così il piano di Flaks: “La proposta prevede una ripartizione delle quote con il 60 per cento in mano al privato e il 40 per cento al pubblico, una scelta che comporta un impegno complessivo di spesa pari a 2,6 miliardi di euro” a carico dello stato. “La quota di Flacks non verrà versata tutta insieme, ma a tappe. Ogni tranche sarà legata al raggiungimento di obiettivi precisi, che dovranno essere resi possibili anche dall’intervento pubblico, soprattutto su autorizzazioni, cantieri e infrastrutture. Una volta conseguiti i risultati prefissati, Flacks Group si impegna ad acquistare anche il 40 per cento della quota pubblica per un ulteriore miliardo di euro”.
Per quanto riguarda la produzione, Flacks ha dichiarato di voler raggiungere inizialmente 4 milioni di tonnellate di acciaio e successivamente 6, le stesse che Taranto produceva 10 anni fa, mentre adesso non arriva nemmeno a 3 milioni. Un obiettivo da raggiungere con la costruzione di due forni elettrici e il mantenimento di un altoforno. Per quanto riguarda quest'ultimo, a fine anno ha chiuso anche Ato 4, ma si prevede la riattivazione entro il mese di gennaio di Ato 2, fermo per manutenzione.
Sul piano occupazionale non si può che essere preoccupati. Flacks parla di 8500 assunzioni ma l'attuale organico è di 10mila, di cui 8mila a Taranto e mille a Cornigliano. Non si specifica neanche il destino dei 4.500 dipendenti attualmente in cassa integrazione, che diventeranno 6mila dal prossimo mese. Però se gli 8500 lavoratori passeranno solo gradualmente a Flacks, come ha detto il fondo Usa, è chiaro che nel frattempo questi rimarranno a carico dello stato.

La reazione dei sindacati
“È inaccettabile che le trattative avvengano con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori”, ha commentato il coordinatore nazionale siderurgia Fiom Cgil Loris Scarpa: “Ora più che mai è necessaria la costituzione di una società a maggioranza pubblica al fine di garantire la continuità industriale per la decarbonizzazzione e l’occupazione”. Preoccupazione anche per il segretario generale Uilm Uil Rocco Palombella: “In primo luogo perché si tratta, di fatto, dell’unica proposta presentata per l’acquisto. Inoltre si tratta di un fondo d’investimento, senza alcuna solidità industriale e che, per di più, non si è mai occupato di acciaio. "Qualunque trattativa dovrà prevedere il coinvolgimento dei lavoratori per non commettere gli errori del passato”, dichiarava il segretario nazionale Fim Cisl Valerio D'Alò.
Per il sindacato USB la nuova compagine societaria deve prevedere un ruolo di maggioranza per lo Stato. “Manifestiamo perplessità per qualunque privato si affacci al mondo Ilva, soprattutto in questo momento storico”, affermava il coordinatore nazionale Franco Rizzo, sottolineando come “i gruppi che hanno manifestato interesse, e quindi anche la Flacks, sono fondi speculativi, quindi per noi questo è fonte di maggiore preoccupazione”.

Nazionalizzare al più presto
Dopo anni di immobilismo, promesse, di fantomatici “piani di sviluppo”, siamo al punto di partenza, con il governo sempre alla ricerca di un soggetto privato che prenda in carico l'ex Ilva e ne ritiri su le sorti. Una strada perdente, come abbiamo già visto in passato, con l'arrivo di aziende che hanno pensato solo al profitto, mentre la decarbonizzazione è rimasta una frase vuota. Il governo neofascista della Meloni e il suo ministro delle Imprese Urso, hanno collezionato una altro disastro industriale.
Anziché sciogliere il nodo dell'ex Ilva hanno soltanto perso tempo, mentre gli impianti si sono ulteriormente deteriorati continuando ad ammorbare la città e a uccidere gli operai, costretti a lavorare in una fabbrica sempre più obsoleta che non fa più gola a nessuno, se non a qualche fondo speculativo. Non a caso proprio nel momento in cui scriviamo (lunedì 12 gennaio) arriva la notizia dell'ennesimo morte sul lavoro alle acciaierie di Taranto. Claudio Salamida, operaio di 46 anni, era impegnato nei controlli su alcune valvole del convertitore 3 (reparto rimasto chiuso fino a 15 giorni fa per lavori di manutenzione), quando è precipitato dal quinto piano. Secondo la prima ricostruzione, avrebbe ceduto il pavimento grigliato sul quale in quel momento si trovava.
Basta con la svendita ai pescecani capitalisti che vengono a riempirsi i borsoni, con lo stato che poi interviene, con i soldi pubblici, a mettere qualche toppa per evitare che le acciaierie vengano chiuse dalla magistratura per disastro ambientale. L'unica strada in grado di decarbonizzare il siderurgico e salvaguardare l'ambiente, l'occupazione e la sicurezza è la nazionalizzazione dell'ex Ilva, attraverso l'intervento diretto dello stato che deve avere la completa gestione del siderurgico di Taranto e di tutto il gruppo, sotto la stretto controllo dei lavoratori.

14 gennaio 2026