Dopo il PC di Rizzo si sfascia anche il PCI
È ora che i fautori del socialismo aprano un dialogo col PMLI
Scuderi: "Tutti i militanti del PMLI sono disponibili a incontrarsi e a discutere con voi"
Con una lettera inviata il 9 gennaio al Comitato centrale del PCI, diversi dirigenti nazionali e locali hanno annunciato le loro “dimissioni irrevocabili” dal Partito. La lettera, dal titolo “Lasciamo il PCI”, reca infatti le firme di 17 membri del CC, di Segretari di Sezione delle Federazioni di Roma, Cagliari, Caserta e Salerno e di una quindicina di membri di Segreterie federali, Comitati provinciali e singole Sezioni distribuiti tra Campania, Cagliari e Vercelli. Si tratta perciò di un gruppo di dirigenti nazionali e quadri locali tutt'altro che trascurabile, sia per numero che per importanza, che apre oggettivamente una scissione nel partito guidato da Mauro Alboresi, seppure i sottoscrittori precisino che “nessuno di noi pensa a un altro partito comunista, né all’ennesima costituente comunista”, e che il loro intento è di “aprire una fase di confronto, un Tavolo di discussione, sicuramente non facile, tra tutte le realtà comuniste, ma anche con singoli compagni e compagne, che si richiamano al 'Comunismo'”.
In sintesi i firmatari attribuiscono la responsabilità della loro decisione “all'attuale gruppo dirigente, la cui drammatica inadeguatezza è causa primaria dell’attuale stato del Partito e delle nostre stesse dimissioni”. Nonché del suo “lento e costante declino”, causato da una “gestione arrogante, indegna di un partito comunista, che ha visto nel dissenso non un’opportunità di confronto politico, ma un 'disturbo' al manovratore”, da parte di “un’oligarchia di pochi ma fedelissimi dirigenti: un cerchio magico in cui più che alla competenza si è spesso badato alla devozione!”.
Rottura sulla linea o sugli assetti di potere?
Sono accuse rivolte quindi alla stessa segreteria di Alboresi, secondo le quali invece di ascoltare le preoccupazioni provenienti dai territori e dalla base del partito essa ha reagito con l'“arroccamento”, con “sanzioni disciplinari, epurazioni di importanti quadri locali, e perfino sanzioni minacciate a Segretari di Sezione”. E ciò mediante “l’uso delle sanzioni disciplinari come metodo di risoluzione del dissenso e di inibizione di qualsiasi critica”; e anche con il “continuo, immotivato ricorso alla pubblicazione sui social media di comunicazioni, reprimenda e scomuniche di compagni 'non graditi'”. Una mera “volontà punitiva”, sempre secondo i firmatari, che aveva già portato a “infondati commissariamenti”, come quelli di “importanti pezzi” del partito in Sardegna e della Federazione di Roma, e alle dimissioni del Segretario della Federazione di Napoli.
Stando alle motivazioni addotte saremmo quindi di fronte allo scontro tra una consistente minoranza e il vertice del PCI a causa della sua gestione autoritaria e clientelare del potere al solo fine di conservarlo, anche a costo di causare lo sfascio del Partito, e non a divergenze insanabili sulla sua linea politica. Tant'è vero che la risposta arrivata a stretto giro dal Comitato centrale, riunito il 14 gennaio a Roma, si limita a ritorcere le accuse sui dimissionari mantenendosi sul loro stesso piano: da una parte, cioè, ribalta le accuse dei firmatari sulle misure disciplinari e i commissariamenti contestati dandone un'interpretazione opposta; e dall'altra, ha buon gioco nel premettere che nella loro lettera “è assente qualsivoglia proposta alternativa alla linea politica sancita con il recente 3° congresso nazionale, una linea approvata pressoché all’unanimità, quindi anche da chi ha sottoscritto la stessa”.
In effetti è questo il centro della contraddizione: i firmatari sono arrivati alla rottura col vertice, non attraverso una lotta da sinistra e alla luce del sole alla sua linea ideologica e politica revisionista, riformista, elettoralista e parlamentarista, stabilita fin dal Congresso di fondazione e che continuano anzi a condividere e rivendicare, ma su questioni che oggettivamente, almeno viste dall'esterno, appaiono riguardare piuttosto gli equilibri di potere tra centro e periferia e lotte tra fazioni interne del Partito.
Rivendicata la linea revisionista del 1° Congresso
“È sotto gli occhi di tutti - scrivono infatti i “dissenzienti” - il progressivo e inesorabile depauperamento di iscritti e quadri, che ha accompagnato questo Partito dalla sua nascita, quasi dieci anni fa: da un Congresso Costituente entusiasmante e pieno di speranza, con una linea politica chiara, profondamente condivisa e oltre seimila iscritti, si è giunti all’attuale situazione, con la metà degli iscritti e con il Congresso di Forlì che si è caratterizzato, più che per una discussione politica, per un regolamento di conti interno contro chi ha osato dissentire ed è stato animato dall’unica preoccupazione di blindare un gruppo dirigente che 'non creasse problemi al conducente'”.
Essi riaffermano cioè quella stessa linea ideologica, politica e strategica del 1° Congresso, non certo cambiata col 3° Congresso, con cui è si è tentato di ricostituire, fin dal nome e dal simbolo, il vecchio PCI revisionista, rivendicandone in blocco la fallimentare eredità storica, ideologica e politica revisionista, riformista, parlamentarista e costituzionalista, da Gramsci e Togliatti fino a Berlinguer. Al punto da sostituire il socialismo classico, da conquistare con la via rivoluzionaria dell'abbattimento del capitalismo e la dittatura del proletariato, con il “superamento del modo di produzione capitalistico”, attraverso il “perseguimento di un sistema economico e produttivo più giusto e più equo” e con l'“attuazione della Costituzione” borghese e anticomunista del '48, quale “modello di società a democrazia partecipata e progressiva, in grado di porre le basi del socialismo”. Un modello revisionista, riformista, elettoralista e parlamentarista preso di peso dalla “Via italiana al socialismo” e delle “riforme di struttura” di Togliatti, adattate alla situazione attuale. Senza neanche nominare la madre di tutte le questioni, per cambiare davvero la società, che è il potere politico del proletariato.
Anche in politica internazionale il PCI guidato da Alboresi nasceva su posizioni marcatamente revisioniste, esaltando come “socialismo del XXI secolo” il nazionalismo populista e riformista di Chavez (e ancora adesso che ha il volto impresentabile di Maduro), accreditando come “socialisti” regimi revisionisti come Cuba e Corea del Nord, e soprattutto la Cina capitalista e socialimperialista del nuovo imperatore Xi Jinping. Nonché dando una patente di paese antimperialista alla Russia del nuovo zar Putin, che col socialimperialista Xi starebbero lottando per affermare un “nuovo ordine mondiale multipolare”, mentre secondo gli insegnamenti di Lenin dovrebbero essere smascherati dai sinceri comunisti come imperialismi dell'Est, in lotta con quelli dell'Ovest per l'egemonia mondiale sulla testa dei popoli.
Non cadere in nuove trappole elettoraliste
Insomma, si sta ripetendo con il PCI quello che è già successo al PC revisionista dell'imbroglione falso comunista, e ora rossobruno putiniano Marco Rizzo, sfasciatosi ancor prima della sua “cacciata” dal Partito, ma ciò che resta di quel partito continua a rivendicare la stessa linea revisionista, riformista e opportunista del suo fondatore. Dato infatti che la spaccatura col gruppo dirigente del PCI è avvenuta essenzialmente sulla sua gestione del potere, ma senza tracciare con esso una netta linea politica anticapitalista, antirevisionista e antisocialimperialista, c'è infatti il fondato sospetto che i firmatari e il pezzo di partito che si portano dietro, finiscano per ricostruire un'ennesima trappola elettorale per ingabbiare i sinceri anticapitalisti nel pantano senza sbocchi del riformismo e del parlamentarismo, o del movimentismo inconcludente: come insegna l'esperienza fallimentare, anche governativa, del PRC trotzkista e del PdCI revisionista; dal quale è nato il PCI che ora si sta sfasciando come già avvenuto all'ex PC di Rizzo.
I sinceri anticapitalisti e fautori del socialismo della base del PCI dovrebbero invece andare a fondo della contraddizione, facendo un bilancio critico e autocritico della storia del revisionismo italiano, così come l'ha fatto il PMLI con il Documento del Comitato centrale sui 70 anni di storia del PCI, in modo da ripulirsi da ogni incrostazione di revisionismo, riformismo, parlamentarismo, elettoralismo e pacifismo e ritornare alle fonti limpide del marxismo-leninismo-pensiero di Mao.
É l'ora che essi si pongano il problema se valga la pena di insistere nella strada della ricostruzione di un altro partito revisionista, già bocciata dalla storia, o di nuove ed effimere trappole elettoraliste, riformiste e trotzkiste, come le tante nate e sparite dopo la liquidazione del PCI revisionista, o se non sia invece l'ora di guardare altrove. Aprendo cioè un dialogo franco col PMLI, il partito rimasto sempre fedele al marxismo-leninismo-pensiero di Mao: per non sprecare le proprie energie rivoluzionarie su strade ormai già battute e fallimentari, e verificare senza pregiudizi se quella del PMLI è la strada giusta per il socialismo e il potere politico del proletariato.
Come ha detto il Segretario generale del PMLI compagno Giovanni Scuderi nell'Appello alle operaie e agli operai del 2 aprile del 2025: “Tutti i militanti del PMLI sono disponibili a incontrarsi e a discutere con voi durante le manifestazioni di piazza e in qualsiasi luogo concordato. Anche il Segretario generale è disponibile, basta fissare un appuntamento attraverso il numero telefonico 055-5123164 della Sede centrale del Partito e de “Il Bolscevico”. Questo giornale è a vostra completa disposizione, pronto a pubblicare i vostri interventi.”
21 gennaio 2026