Lo certifica uno studio della Cgil
Un salario medio ha perso 5.500 euro di potere d'acquisto tra il 2021 e il 2024
Da uno studio della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, presentato lo scorso 5 dicembre dalla Cgil, emerge che tra il 2021 e il 2024 un lavoratore dipendente con reddito medio ha perso circa 5.500 euro totali in busta paga, e le retribuzioni reali della fine del 2024 risultavano inferiori dell’8,8% rispetto a inizio 2021 .
Nel documento di 48 pagine denominato “La crisi dei salari” viene infatti certificato come la crescita degli stipendi sia stata, nel periodo preso in considerazione, più bassa dell’inflazione, e questo fenomeno è stato solo in parte compensato dalle misure contenute nelle manovre dei governi che si sono succeduti nel periodo preso in considerazione, con la conseguenza che il potere d'acquisto dei salari risulta fortemente diminuito.
Nel documento sono contenuti precisi dati relativi all’evoluzione delle buste paga in Italia negli ultimi 30 anni con un confronto rispetto ad altri Paesi europei: risulta che dal 1991 al 2024 i salari tedeschi siano cresciuti di 12.442 euro, quelli francesi di 10.866 euro, quelli spagnoli di 2.836 euro, mentre quelli italiani hanno perso nel medesimo periodo 831 euro.
La percentuale del reddito nazionale (PIL) destinata alla retribuzione dei lavoratori (la cosiddetta “quota salari”) che nel 1960 in Italia era pari al 78% del PIL nel 2024 era al 60%, mentre quella destinata alla remunerazione delle imprese (la cosiddetta 'quota profitti') nello stesso periodo è passata dal 22 al 40%, con l'ovvia conseguenza che i capitalisti sono sempre più ricchi e i lavoratori sempre più poveri.
Una simulazione contenuta nello studio considera l’effetto di tale fenomeno su una busta paga che nel 2021 era di 26.600 euro e nel 2024, per effetto degli aumenti, è passata a 28.919 euro: tale busta paga avrebbe dovuto raggiungere 31.206 euro solo per coprire l’inflazione, ma come si vede dall'esempio ha perso in realtà, nonostante l'aumento, quasi 2.300 euro di potere d'acquisto.
Sono molti i fattori che incidono sulla perdita di potere d'acquisto dei salari, e tra i più importanti, evidenzia lo studio della Cgil, ci sono le paghe orarie troppo basse determinate, oltre che da un'inadeguata politica di contratti collettivi nazionali, anche e soprattutto da fenomeni come precariato, part time e finte partite IVA che nascondono un rapporto subordinato che, cresciuti molto negli ultimi vent’anni, contribuiscono in modo determinante all'abbassamento di tutti i salari: la percentuale dei contratti a tempo pieno e indeterminato, rispetto alla totalità dei rapporti di lavoro subordinato, è infatti passata dal 78,3 del 2004 al 71,78% del 2024 e in quest'ultimo anno risulta che oltre la metà dell'intero part time nazionale (il 51,8%) non è volontario ma imposto dal datore di lavoro.
Il documento della Cgil certifica che gli aumenti nominali dei salari, il cui potere d'acquisto in realtà si riduce a causa dell'inflazione, alimentano il fenomeno del drenaggio fiscale in quanto spingono i lavoratori in scaglioni più alti dell'imposta sui redditi delle persone fisiche, aumentando così le tasse per i lavoratori dipendenti e azzerando i benefici degli aumenti contrattuali: il PMLI già un quarto di secolo fa – precisamente nel punto n. 185 del Nuovo programma di azione deliberato dal Comitato centrale il 17 febbraio 2001 - aveva con estrema lungimiranza e preveggenza proposto di “restituire, anche tramite compensazione, entro l'anno di presentazione della dichiarazione dei redditi le imposte lievitate a causa dell'inflazione e del conseguente drenaggio fiscale
” quando ancora il problema salariale messo ora in evidenza dallo studio della Cgil non era nemmeno all'ordine del giorno delle organizzazioni sindacali italiane.
21 gennaio 2026