Rojava resiste in armi al tentativo armato della Siria di smantellare la sua amministrazione
Passi avanti e passi indietro dell'accordo tra Siria e Sdf diretta dai curdi
Il dittatore fascioimperialista Trump scarica i curdi dopo averli strumentalizzati per combattere lo Stato islamico
Manifestazioni di solidarietà in Italia per il Rojava
L'esercito governativo siriano in un comunicato del 25 gennaio dichiarava di aver aperto due corridoi, uno verso Ain al-Arab, la città a maggioranza curda di Kobane, situata nella provincia di Aleppo, e un altro verso la vicina provincia di Hasakah, per consentire "l'ingresso degli aiuti". Kobane, con una popolazione di 400.000 abitanti, è circondata dal confine turco a nord e dalle forze governative che l'hanno isolata dalle altre regioni curde controllate dalle forze del SDF nell'estremo nord-est della Siria nel corso della recente offensiva decisa da Damasco. Il ministero degli Affari Esteri siriano, riportava l'agenzia statale Sana il 26 gennaio, comunicava di aver istituito un comitato per coordinare e facilitare anche con le organizzazioni delle Nazioni unite l'invio di convogli di aiuti umanitari ad Ain al-Arab e nella provincia di Hasakah. Il comitato aveva gestito l'invio dei 24 camion di aiuti ad Ain al-Arab e dei 32 camion di aiuti per la zona curda di Qamishli del 26 gennaio. La Sana annunciava anche che il ministero della Difesa aveva esteso il cessate il fuoco in tutti i settori operativi dell'Esercito Arabo Siriano, concordato con le Forze Democratiche Siriane (SDF) il 20 gennaio e per la durata di quattro giorni, per altri 15 giorni, in particolare a sostegno dell'operazione statunitense per il trasferimento in Iraq dei detenuti dell'ISIS dalle prigioni gestite dalle SDF nelle zone finora controllate.
L'arrivo degli aiuti alle città curde, anzitutto nell'assediata Kobane cui i governativi avevano tolto anche l'elettricità e l'acqua, e il prolungamento del cessate il fuoco è intanto un segnale fra le parti di mantenere una tregua ancora precaria e di riconsegnare il tavolo negoziale alla diplomazia senza forzature o rese dei conti con le armi. Una tregua ancora in bilico: dopo il cessate il fuoco del 20 gennaio l'esercito siriano accusava le SDF di aver preso di mira le sue posizioni con i droni, le SDF ribaltavano l'accusa su una serie di violazioni da parte dell'esercito governativo e delle milizie gestite direttamente dalla Turchia, incaricate del “lavoro sporco” contro i curdi.
Il Centro stampa delle Forze Democratiche Siriane denunciava il 26 gennaio una nuova violazione della tregua da parte di “fazioni affiliate a Damasco” con attacchi alla periferia di Kobane, attacchi che “costituiscono una chiara ed esplicita violazione dell'accordo di cessate il fuoco e si verificano solo il secondo giorno della sua attuazione, confermando il mancato rispetto degli impegni da parte di Damasco e la sua continua politica di escalation militare e destabilizzazione della regione”. “Pur ribadendo che le nostre forze stanno esercitando il loro legittimo diritto all'autodifesa, riteniamo Damasco pienamente responsabile di queste violazioni e delle conseguenze umanitarie e di sicurezza che ne derivano. Invitiamo le parti garanti dell'accordo di cessate il fuoco ad assumersi le proprie responsabilità e ad adottare misure urgenti per porre fine a questi attacchi e all'escalation in corso da parte di Damasco”, concludeva la nota curda.
A sostegno del Rojava scendevano in piazza con cortei e presidi migliaia di manifestanti in varie parti dell'Italia da Napoli il 23 gennaio a Pisa, Catania, Genova, Torino, Milano, Bologna e Roma il 24 gennaio.
La questione del riconoscimento dei diritti della comunità curda siriana e l'integrazione dei reparti militari è sempre stata lo snodo del dibattito fra il governo del presidente ad interim Ahmed al-Sharaa che aveva cancellato il regime di Assad nel dicembre 2024 e i rappresentanti curdi, in particolare del leader della SDF Mazloum Abdi. I negoziati avevano portato all'accordo del 10 marzo scorso, inquadrato dalla nuova costituzione siriana, per integrare le forze a guida curda nelle forze governative. Ma fin dall'inizio era apparso chiaro che sarebbe stato difficile conciliare la volontà di al-Sharaa di sciogliere le formazioni curde e integrarle nell'esercito e delle SDF di essere integrate ma a livello di formazioni complete per mantenerne la capacità militare. Le pressioni turche sul nuovo governo di Damasco per liquidare la questione curda non consentivano un disarmo unilaterale anche per mantenere la difesa del rispetto dell'autonomia curda nello stato centralizzato prefigurato nella nuova costituzione.
Lo stallo si è rotto con l'attacco dell'esercito siriano alle formazioni curde a Aleppo iniziato a fine dicembre. Preceduto temporalmente da un vertice trilaterale alla Casa Bianca del 6 gennaio dove “lo Stato di Israele e la Repubblica araba siriana riaffermavano il loro impegno per raggiungere accordi di sicurezza e stabilità duraturi per entrambi i paesi” che nei fatti garantiva l'occupazione sionista dei territori siriani. Di lì a poco l'imperialismo americano confermerà che il suo principale alleato locale per la guerra allo Stato islamico non erano più i curdi delle SDF ma il governo di Damasco. Il dittatore fascioimperialista Trump scaricava i curdi dopo averli strumentalizzati per combattere lo Stato islamico. E l'esercito governativo siriano e le milizie filoturche ripartivano all'attacco nella regione di Aleppo.
Sotto la mediazione dell'inviato statunitense in Siria, Tom Barrack, arrivava l'intesa per il cessate il fuoco che prevedeva l’integrazione del personale delle SDF “individualmente” nel ministero della Difesa siriano, il pieno passaggio di consegne delle province di Deir ez-Zor e Raqqa e l’integrazione delle istituzioni civili curde nei ministeri nazionali. E conteneva un capitolo determinante per il vicino dittatore turco Erdogan, l'impegno a cacciare tutti i membri non siriani del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
Il presidente al-Sharaa col decreto del 16 gennaio riconosceva formalmente il curdo come "lingua nazionale" e restituiva la cittadinanza a tutti i curdi siriani; riconosceva il Newroz, la festa di primavera e di Capodanno celebrata dai curdi, festa nazionale e vietava la discriminazione etnica o linguistica. Al-Sharaa annunciava il cessate il fuoco di quattro giorni con le SDF, poi prorogato, e affermava che, se si fosse raggiunto un accordo, le forze governative avrebbero lasciato che le città a maggioranza curda come Hasakah e Qamishli si occupassero autonomamente della propria sicurezza. Un riconoscimento che avrebbe avuto ben altro impatto se inserito nella nuova costituzione dello scorso marzo o succesivamente ma in condizioni non di conflitto aperto, e che fa pensare che per il governo siriano il riconoscimento dei diritti curdi resta una questione tattica.
Il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, in un'intervista al canale curdo Ronahi del 25 gennaio ricordava che i canali di dialogo con Damasco sono ancora aperti per arrivare a seri passi condivisi verso l'integrazione. Sottolineava che in base all'accordo, l'esercito siriano non entrerà nella regione autonoma curda e che tutte le parti stanno perseguendo soluzioni politiche piuttosto che militarizzate. In ogni caso ripeteva Abdi la protezione delle aree curde del Rojava rimane una priorità assoluta e una linea rossa per l'SDF e la necessità di proseguire la resistenza e la protezione delle aree fino al raggiungimento di una soluzione politica globale.
28 gennaio 2026