Gli imbrogli dei falsi comunisti de “Il Manifesto” non finiscono mai
La trotzkista Castellina rilancia il riformista e revisionista Berlinguer

La trotzkista storica Luciana Castellina, oggi in Sinistra Italiana, recensisce alcuni libri dedicati al riformista e revisionista segretario del PCI Enrico Berlinguer su "Il Manifesto”. "Finalmente un insieme di volumi dedicati a Enrico Berlinguer realmente interessanti perché non incentrati sui ricordi individuali di chi ne scrive, né a sottolinearne le caratteristiche personali, e invece impegnati a dar conto degli effetti politici che hanno prodotto in specifici contesti storici."
Parla di una sintonia tra Berlinguer e la base giovanile del PCI, la Figc, che si sarebbe tradotta in una contrapposizione con la destra del Partito: “non sono mancate, in quegli anni, le occasioni in cui Berlinguer non salutò positivamente le iniziative della Fgci, pur palesemente non gradite dalla destra del partito. Accadde soprattutto negli anni in cui si sviluppò anche in Italia un fortissimo movimento pacifista, fortemente ispirato dall’End (European Nuclear Desarmement) che aveva come propria parola d’ordine 'per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali', assai diversa da quella della semplice richiesta di "Coesistenza pacifica" che puntava su un accordo fra i blocchi e non all’autonomia dai blocchi dell’Europa. Che fu però, a partire da un certo momento, apertamente sostenuta da Berlinguer quando cominciò a parlare per l’Europa di “terza via”. (…) I libri di cui parlo, pur tutti caratterizzati da questa consonanza con Enrico Berlinguer in un momento drammatico della sua vita, sono diversi fra loro, perché del resto diversi sono fra loro gli autori. Il più importante è certamente quello di Gianfranco Nappi, quello che pur essendo stato un tipico “figiciotto” ha tuttavia avuto l’occasione di una prolungata carriera politica di primo piano – assessore di Antonio Bassolino al Comune e alla Regione, quindi per molti anni deputato. (…) Lo scritto di Nappi si differenzia innanzitutto perché coglie nella polemica con la destra del PCI un aspetto specifico dai più non preso in considerazione e invece molto importante: quando l’avvicinamento del PCI alla linea e alla cultura socialdemocratica, un valore per gli uni e una colpa per gli altri, che è stata una costante del dibattito comunista, cambia completamente di senso rispetto a quando se ne era parlato nei precedenti decenni, «il trentennio felice» del riformismo. Perché il modello socialdemocratico che aveva nell’immediato dopo guerra reso possibile un compromesso sociale che sia pure nel solo Occidente aveva garantito l’introduzione di forme relativamente positive a quel punto, e cioè dagli anni ’70, viene investito da una crisi profonda che nasce dalla presa d’atto che quel modello di sviluppo, in una parola il capitalismo riformista, non funziona: non può estendersi in tutto il mondo e non offre più i margini per i compromessi.
L’asprezza critica degli scritti di Berlinguer in quel periodo sono, io credo, la sostanza del berlinguerismo dell'ultima stagione della Fgci , perché prendono atto della impraticabilità oramai del disegno socialdemocratico e dunque della necessità di andar ormai oltre i suoi orizzonti. (…) L’ultima generazione di Enrico Berlinguer, un volume i cui autori sono Gloria Buffo, Pietro Folena, Franco Giordano, Gianfranco Nappi, Marco Fumagalli, tutta la leadership della Fgci degli anni ’80 è tuttavia più sensibile alle tematiche poste dal grande movimento pacifista, il solo grande vero movimento espresso dalla società europea in cui ci incontrammo e mischiammo, innanzitutto fra fgiciciotti e manifestini, e poi fra i tanti e diversissimi popoli europei.
E si chiede: "perché questa generazione berlingueriana non mette tuttavia in prima linea la sua indubbia forza nella battaglia contro lo scioglimento del PCI, ma anche prima, per prevenire la deriva che si innesca già subito dopo la morte di Berlinguer? C’è una giusta parola che usa Fumagalli per descrivere quella fase di grande stordimento: la sinistra con la morte di Berlinguer è “evaporata.
Il pasticcio degli anni successivi in cui si arriva allo scioglimento del PCI, alla assai discutibile esperienza di Rifondazione Comunista, allo squallore del Pds e dei suoi seguiti, viene ampiamente raccontata dall’autore di solo una breve nota pubblicata nel libro collettivo qui citata, Pierpaolo Farina. Che però poi ne ha scritto uno tutto suo assai grosso intitolato Per Enrico per esempio. L’eredità politica di Berlinguer... manca qui come del resto negli altri due volumi generazionali la lunga storia del conflitto che si apre nel PCI dagli anni ’60, quello che è stato l’ingraismo ed ebbe come epicentro le lotte operaie, per soggetti i Consigli di fabbrica i sindacati, la nuova sinistra, una lunga storia che alla fine portò alla pubblicazione del manifesto e alla sua radiazione. Peccato che nessuna di queste memorie ricordi che nel 1984, tre mesi prima di morire, fu Berlinguer in persona che venne al nostro congresso del Pdup a chiederci di rientrare nel PCI: eravamo un piccolo partito ma forte di alcune migliaia di quadri giovani che avrebbero potuto rompere l’isolamento in cui purtroppo Berlinguer era stato posto nel suo partito. "
Insomma un articolo volto a distinguere un Berlinguer "buono" da uno "cattivo", come già fatto dalla Castellina in passato, che nasconde l'essenza di classe, borghese e controrivoluzionaria, di tutta la sua segreteria, volto a rilanciare la sua politica e la sua figura per gettare fumo negli occhi ai sinceri comunisti e alle giovani generazioni.
La parabola di Berlinguer è quella di un dirigente politico borghese riformista al servizio del capitalismo nascosto dietro le insegne del socialismo per ingannare la classe operaia e i sinceri anticapitalisti ed è la dimostrazione del carattere revisionista del PCI fin dalla sua fondazione e dai tempi dell'ultrasinistro Bordiga prima e soprattutto di Gramsci e Togliatti poi.
La sua nefasta azione avrà il suo inevitabile sbocco nella liquidazione stessa del PCI, diventato poi Pds, Ds, oggi PD, spalancando le porte all'avvento e al consolidamento del regime capitalista e neofascista imperante e portando la classe operaia alla sua completa decomunistizzazione che la colloca oggi in una situazione quasi premarxista, facendogli perdere coscienza di essere una classe per sé e non solo in se, sabotando quindi la lotta per il socialismo e integrando milioni di elettori in buona fede del PCI e dei partiti della sinistra borghese di ieri e di oggi nel capitalismo, nel riformismo, nell'interclassismo e nel pacifismo imbelle, disarmandoli dalla lotta contro il capitalismo e l'imperialismo e per il socialismo.
La verità storica di classe è che a un vecchio arnese come Berlinguer, come a tutto il vertice del PCI revisionista da Gramsci a Occhetto non è possibile concedere un bel nulla, essi sono stati e sono al servizio della borghesia e non del proletariato, questo è il punto.
La Castellina ammette il fallimento del "capitalismo riformista" e di quello che è avvenuto dopo lo scioglimento del PCI, come il PRC ma guarda caso non cita neanche il socialismo, l'Ottobre, il marxismo-leninismo-pensiero di Mao, ma cerca di salvare almeno parte di quanto fatto da Berlinguer per rilanciare il revisionismo agli occhi dei sinceri fautori del socialismo e alle masse di sinistra per deviarle dalla Via dell'Ottobre.
La trotzkista Castellina rilegge la storia spacciando un'inesistente “svolta” nella vita e nella linea politica del revisionista Berlinguer, e una ancor più inesistente frattura tra quella sua linea e quella che porterà avanti il PCI fino alla sua liquidazione e alle sue trasformazioni successive fino al PD. In realtà c'è un unico filo conduttore revisionista riformista e parlamentarista che unisce il PCI di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta e Occhetto, al PD liberale. Il secondo è figlio naturale del primo, checché ne dicano i trotzkisti de “Il Manifesto”.
È stato proprio Berlinguer col “compromesso storico” a rivalutare la DC e a sdoganare il primo governo di “solidarietà nazionale”, antesignano delle “larghe intese” attuali; a decretare finita “la spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre”, per chiudere per sempre con la lotta di classe per rovesciare il capitalismo e conquistare il socialismo; a dichiarare di sentirsi “più sicuro sotto l'ombrello della Nato”, schierandosi definitivamente con l'imperialismo Usa ed europeo.
Occorre comprendere che il revisionismo moderno, ennesima corrente borghese all'interno del movimento operaio internazionale, è nemico giurato del socialismo ed è totalmente al servizio della borghesia.
La sua salita al potere nei paesi già socialisti, l'Urss di Lenin e Stalin nel 1956 con il XX congresso del Pcus e il rinnegato Kruscev, come nella RPC dopo la morte di Mao con l'avvento di Deng Xiaoping, significa la salita della borghesia al potere e la trasformazione di quei paesi in brutali dittature fasciste, mentre nei paesi capitalisti il revisionismo boicotta la lotta di classe e agisce per impedire in ogni modo che venga conquistato il socialismo per via rivoluzionaria da parte del proletariato.
Solo che quando il vento del socialismo soffia forte si traveste di rosso per ingannare le masse che in buona fede guardano al socialismo, salvo al momento opportuno, come è stato per il PCI, buttare a mare ogni riferimento anche solo simbolico al socialismo per passare apertamente nel campo della borghesia.
Tra il proletariato e il marxismo-leninismo-pensiero di Mao da una parte e il revisionismo e la borghesia dall'altra vi è dunque una contraddizione inconciliabile e antagonista, occorre combatterlo in ogni modo, ponendo una letta linea di demarcazione questo perché "la prima condizione del comunismo è la rottura con l'opportunismo" (Lenin).
Il nostro Partito nasce proprio in contrapposizione con il revisionismo moderno, nemico giurato del socialismo, e quindi innanzitutto in contrapposizione allora con il PCI, il più grande partito comunista revisionista non al potere del mondo, che combatteva gli autentici marxisti-leninisti(anche arrivando alle mani)per contendergli il terreno dei sinceri comunisti e boicottare la rivoluzione e il socialismo.
Fu Mao ad aprirci gli occhi circa la natura borghese e controrivoluzionaria del revisionismo moderno con il suo ultimo immortale capolavoro politico rappresentato dalla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria Cinese, scatenata contro i revisionisti e la borghesia per evitare la salita della borghesia al potere come avvenne nell'Urss, sviluppando e praticando appunto la continuazione della rivoluzione in regime di dittatura del proletariato, essendo nel socialismo ancora la contraddizione principale quella tra il proletariato e la borghesia.
La controrivoluzione attuata dai revisionisti nei paesi già socialisti conferma in pieno e non smentisce la Via dell'Ottobre.
La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria Cinese ha aperto la quarta fase della storia del movimento operaio internazionale, che perdura tuttora, quella della lotta appunto contro il revisionismo, che fu determinante per la nascita del PMLI il 9 aprile del 1977, data in cui si è di fatto aperta la terza fase della lotta di classe in Italia dopo la prima dal 1892 dominata dal riformismo del Psi e la seconda dal 1921 dal revisionismo del PCI.
Rivolgiamo quindi un caloroso appello a tutti i sinceri comunisti, agli anticapitalisti e agli antimperialisti, agli operai e ai giovani di sinistra che vogliono cambiare il mondo ad aprire un confronto con noi e a non cadere nel revisionismo, nel neorevisionismo e nel trotzkismo guardando con simpatia a vecchi arnesi revisionisti come Berlinguer e alla disastrosa parabola politica del PCI revisionista, come vorrebbe la Castellina.
Li invitiamo quindi in particolare a studiare i Documenti del Partito contro il PCI e il revisionismo(come di ogni altra corrente ideologica borghese nel movimento operaio, di destra e di "sinistra") facendo riferimento in particolare al fondamentale Documento del Comitato centrale del PMLI del 21 Gennaio 1991 sul bilancio della storia del PCI.
È l'ora che essi si pongano il problema se valga la pena di insistere nella strada della ricostruzione di un altro partito revisionista, già bocciata dalla storia, o di nuove ed effimere trappole elettoraliste, riformiste e trotzkiste, come le tante nate e sparite dopo la liquidazione del PCI revisionista, o se non sia invece l'ora di guardare altrove. Aprendo cioè un dialogo franco col PMLI, il partito rimasto sempre fedele al marxismo-leninismo-pensiero di Mao: per non sprecare le proprie energie rivoluzionarie su strade ormai già battute e fallimentari, e verificare senza pregiudizi se quella del PMLI è la strada giusta per il socialismo e il potere politico del proletariato.
Come ha detto il Segretario generale e Maestro del PMLI compagno Giovanni Scuderi nell'Appello alle operaie e agli operai del 2 aprile del 2025: “Tutti i militanti del PMLI sono disponibili a incontrarsi e a discutere con voi durante le manifestazioni di piazza e in qualsiasi luogo concordato. Anche il Segretario generale è disponibile, basta fissare un appuntamento attraverso il numero telefonico 055-5123164 della Sede centrale del Partito e de “Il Bolscevico”. Questo giornale è a vostra completa disposizione, pronto a pubblicare i vostri interventi.”
 
28 gennaio 2026