Dal discorso di Giovanni Scuderi, a nome del CC del PMLI, pronunciato a Firenze il 19 settembre 2021 in occasione del 45° Anniversario della scomparsa di Mao
“Il revisionismo di destra italiano ha radici profonde che affondano nel pensiero di Antonio Gramsci”
Ripubblichiamo la fondamentale parte del discorso del Segretario generale e Maestro del PMLI compagno Giovanni Scuderi intitolato “Applichiamo gli insegnamenti di Mao sul revisionismo e sulla lotta di classe per il socialismo” riguardante Gramsci. Questo discorso è stato pronunciato a nome del CC del PMLI il 12 settembre 2021 a Firenze in occasione del 45° Anniversario della scomparsa di Mao.
Il pensiero di Gramsci è un punto di riferimento ideologico e politico dei partiti e gruppi sedicenti comunisti, tra cui Partito comunista di unità popolare, Carc, (n) PCI, PCI, PC, Rete dei comunisti, Potere al popolo.
Attualmente sono in corso degli sforzi, specialmente da parte di “maoisti”, per dimostrare che Gramsci era un grande marxista-leninista, il teorico della rivoluzione socialista in Italia.
Da qui la necessità da parte dei sinceri comunisti di conoscere la posizione del PMLI su Gramsci e di metterla a confronto con quella dei revisionisti travestiti da comunisti e “maoisti”.
Il revisionismo di destra italiano ha radici profonde che affondano nel pensiero di Antonio Gramsci. Non considerando il revisionismo di “sinistra”, dogmatico, settario e astensionista elettorale per principio della direzione di Amedeo Bordiga, tenuta dal 1921 al 1924, sostenuta convintamente da Gramsci a Togliatti.
Questo revisionismo di “sinistra”, smascherato personalmente da Lenin e da Stalin, per fortuna non ha lasciato eredi importanti e influenti, ma non va scordato che esso ha lasciato aperta la porta alla dittatura fascista di Mussolini, della quale non prevedeva nemmeno l'avvento e che la considerava un normale governo borghese.
Il pensiero di Gramsci è un pensiero revisionista, non manifestamente tale e perciò non facilmente individuabile, specie nei Quaderni del carcere, se non si ha un'alta conoscenza del marxismo-leninismo e delle divergenze all'interno del movimento comunista internazionale ai tempi di Gramsci.
In ogni caso, come vedremo in seguito, Gramsci revisiona dalla testa ai piedi sui piani filosofico, teorico, politico, strategico e tattico il marxismo-leninismo a beneficio della borghesia. Tanto è vero che già nel 1946 la sua opera viene collocata nel pantheon della Repubblica italiana. E nel gennaio 1995 viene adottato persino dall'allora Alleanza nazionale del fascista ripulito Gianfranco Fini, nelle cui tesi politiche, approvate dal Congresso nazionale di Fiuggi dal titolo “Pensiamo l'Italia. Il domani c'è già. Valori, idee e progetti”, si afferma che il percorso di Alleanza nazionale “è intessuto di quella cultura nazionale che ci fa essere comunque figli di Dante e di Machiavelli, di Rosmini e di Gioberti, di Mazzini e di Corradini, di Croce, di Gentile ma anche di Gramsci”. Ancora adesso Gramsci è coltivato dai fascisti doc Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, che nella sua autobiografia cita per ben due volte il maestro dei revisionisti italiani. Mentre per i revisionisti di Pechino, nell'antologia degli scritti gramsciani pubblicata nel 1992, “Gramsci fu il teorico della rivoluzione proletaria e del marxismo-leninismo in Italia”.
Che il pensiero di Gramsci sia revisionista, il PMLI l'ha dimostrato molti anni fa mediante il documento del Comitato centrale in data 8 aprile 1987 dal titolo “Gramsci, il marxismo-leninismo e la rivoluzione socialista in Italia”, e precedentemente mediante il paragrafo “L'opportunismo di destra di Gramsci e Togliatti” dell'editoriale “50 anni di storia del PCI dimostrano che con un partito revisionista non è possibile conquistare il socialismo” pubblicato sul numero unico de “Il Bolscevico” del febbraio 1971. L'ha dimostrato anche mediante la relazione dell'allora Redattore capo de “Il Bolscevico” alla Direzione centrale dell'OCBI m-l dal titolo “Le posizioni teoriche di Gramsci costituiscono il fondamento della “via italiana al socialismo” e del “compromesso storico” pubblicata su “Il Bolscevico” n. 9 del 1976.
Non ci ripeteremo quindi in questa occasione, salvo ritornare su alcuni punti particolari. Più che parlare noi, lasceremo la parola agli studiosi e agli estimatori di Gramsci. Prima di procedere però è opportuno informare chi non lo sapesse già che Gramsci, come Togliatti e altri dirigenti del PCI di allora, ha ricevuto in gioventù una formazione borghese liberale influenzata dai maggiori filosofi borghesi e idealisti del tempo Benedetto Croce e Giovanni Gentile.
A questo proposito Marcello Musté, docente di filosofia teoretica, membro del Consiglio di indirizzo scientifico della Federazione Gramsci onlus, ha scritto: “Il rapporto di Gramsci con Labriola pone anche il problema di ridefinire il debito di Gramsci nei confronti dell'idealismo moderno, di quei maestri del primo Novecento – a cominciare da Croce e Gentile – delle cui opere si era nutrito, senza possibilità di dubbio nella prima giovinezza”. Che in gioventù fosse crociano lo conferma lo stesso Gramsci quando il 17 agosto 1931, in una lettera alla cognata Tatiana Schucht, scrive: “Partecipavamo in tutto o in parte al movimento di riforma morale e intellettuale promosso in Italia da Benedetto Croce”, che in “La città futura” del 17 febbraio 1917 aveva definito “il più grande pensatore d'Europa in questo momento”.
Togliatti su “L'Ordine nuovo” del 7 giugno 1919 ha definito Croce il maggiore educatore della generazione nostra italiana”, e un mese prima su “L'Ordine nuovo” del 1° maggio 1919 aveva elogiato Gentile, quello che sarebbe poco dopo diventato il filosofo del fascismo italiano, “il maestro più insigne e ascoltato della scuola filosofica italiana”.
Togliatti su “L'Unità” del 23 settembre 1925 nell'articolo “La nostra ideologia”, opportunisticamente e ingannevolmente afferma che “al marxismo si può giungere per diverse vie. Noi vi giungemmo per la via segnata da Carlo Marx, cioè partendo dalla filosofia idealistica tedesca, da Hegel (…). Per conto nostro la via che abbiamo seguito è, rispetto a qualsiasi altra, la via maestra, ed ha tutti i vantaggi di essere tale. È la via indicata e per primo seguita in Italia da Antonio Labriola”. Solo che Marx superò Hegel ed elabora assieme a Engels il materialismo storico e il materialismo dialettico, mentre Togliatti e Gramsci rimasero, di fatto, hegeliani di sinistra, cioè liberali. Non avviene in loro un passaggio reale dal liberalismo al comunismo, poiché il loro comunismo è intriso di liberalismo, quindi non è comunismo. Ciò si avverte in particolare nella elaborazione e teorizzazione della cosiddetta filosofia della praxis – così chiamata intenzionalmente da Gramsci al posto di materialismo storico – in cui si riflettono passaggi dell'idealismo di Croce e Gentile, che hanno trattato a lungo il materialismo storico, prima in un certo senso favorevoli e poi contrari.
Sulla filosofia della praxis nel 1989 il filosofo francese André Tosel, studioso, estimatore e seguace di Gramsci, ha scritto quanto segue: “Di oro il marxismo di Gramsci ne contiene in quantità, sia perché si è costituito come critico dei dogmatismi della Seconda e della Terza internazionale, sia perché lo stesso Gramsci si è posto come artefice di un superamento creativo dei limiti e dei vincoli ciechi del leninismo apparentemente vittorioso. Parte integrante del ricco filone del dibattito italiano sulla filosofia della praxis, Gramsci è stato capace di porre le basi di una scienza politica intesa come complesso di specificazioni di una versione originale di questa stessa filosofia (…). Come dimostrato qualche anno fa da un approfondito studio di Leonardo Paggi, è certamente l'originalità della categoria gramsciana di concezione del mondo che segna la differenza della filosofia della praxis dal marxismo-leninismo divenuto ideologia ufficiale dello Stato sovietico”.
Croce, commemorando l'intellettuale sardo a dieci anni dalla morte, non si perita di dichiarare che Gramsci “era uno dei nostri. Un comunista aperto verso la verità altrui”. Ecco le sue parole: “Come uomo di pensiero egli fu dei nostri, di quelli dei primi decenni del secolo in Italia attesero a formarsi una mente filosofica e storica adeguata ai problemi del presente, tra i quali anch'io mi trovai come anziano verso i più giovani”. Ed aggiunse: “Gli odierni intellettuali comunisti italiani troppo si discostano dall'esempio di Gramsci, dalla sua apertura verso la verità da qualsiasi parte le giungesse, dal suo scrupolo di esattezza e di equanimità, dalla gentilezza e affettuosità del suo sentire, dallo stile schietto e dignitoso, e per queste parti avrebbero assai da imparare dalle pagine di lui, laddove noialtri, nel leggerlo, ci confortiamo di quel senso di fraternità umana che, se sovente si smarrisce nei contrasti politici, è dato serbare nella persona e nell'opera di pensiero, sempre che l'anima si purghi e di salire al cielo si faccia degna, come accadeva al Gramsci”.
In carcere, per una vile e grave condanna del Tribunale speciale di Mussolini, Gramsci ha scritto dal 1929 al 1935 i Quaderni del carcere composti da 33 quaderni tipo scolastico, che sono stati raccolti in tre grossi volumi più un quarto di note e apparati curati da Valentino Gerratana per l'Istituto Gramsci e pubblicati nel 1975 dall'editore Einaudi. In precedenza la casa editrice torinese li aveva pubblicati in sei volumi con titoli ripresi da argomenti trattati da Gramsci. I Quaderni del carcere, che è l'opera principale di Gramsci, sono stati pubblicati in vari paesi del mondo, i revisionisti cinesi li hanno pubblicati nel 1983 dalla Casa Editrice del popolo, legata al PCC.
I Quaderni del carcere contengono una infinità di note frammentarie su temi storici, filosofici, teorici, culturali, artistici, politici, economici italiani ed esteri, trattando di Medioevo. Rinascimento, Risorgimento, rivoluzione francese, rivoluzione socialista russa, Vaticano, regione, Machiavelli, Croce, Gentile, Antonio Labriola, Vico, Sorel ed altri personaggi, filosofi della praxis, materialismo storico, Stato, intellettuali, capitalismo, imperialismo, colonialismo, razzismo, questione meridionale, guerra di posizione e guerra manovrata, egemonia, blocco storico, società civile, società politica, classi, partito comunista e molte altre cose.
In queste note si avverte l'obiettivo non esplicito di Gramsci di revisionare e di rifondare il marxismo-leninismo. Lo rileva anche Musté quando scrive che “la ricerca di Gramsci (fin dalla famosa lettera del 14 ottobre 1926 al Comitato centrale del Partito comunista russo) si indirizzò alla determinazione di un'altra idea di ortodossia, che poi era un tentativo di ricostruzione, sin dalle fondamenta, del marxismo teorico, diverso e opposto rispetto a quello che oramai prevaleva nel comunismo internazionale a opera di Stalin e, in tale periodo in tutte le organizzazioni (compresa quella italiana) dominate dal Komintern. (…) Questo tratto originale trovò un indice riassuntivo in una formula, filosofia della praxis
”.
Togliatti nel 1957 fa addirittura di Gramsci l'antesignano di Krusciov affermando che “oggi , rileggendo questi passi [di un articolo di Gramsci del 1918], non possiamo che constatare con profonda ammirazione, quasi con stupore, come vi si contengano alcuni dei tratti essenziali della dottrina della rivoluzione socialista e proprio quei tratti che hanno preso così grande rilievo nelle decisioni del XX Congresso [del PCUS], nei successivi dibattiti in senon al nostro movimento e nelle decisioni dell'VIII nostro Congresso nazionale. (…) Il Partito comunista italiano ha saputo comprendere e seguire l'insegnamento del suo fondatore, ha raccolto la sue eredità e ad essa ha tenuto fede. Perciò si è potuto determinare quella situazione politica nuova, che noi abbiamo definito nel nostro VIII Congresso, da cui derivano oggi i nostri orientamenti generali, la nostra strategia e la nostra tattica, nella lotta per lo sviluppo della democrazia italiana verso il socialismo”.
La frase chiave con la quale Gramsci teorizza che in Occidente non si può fare come in Russia nel 1917 è la seguente: “In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa, nell'Occidente tra Stato e società civile c'era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un'accurata ricognizione di carattere nazionale”.
A parte ogni considerazione ideologica sullo Stato e sulla società civile, l'elemento dominante di questa analisi opportunista è che la Rivoluzione d'Ottobre non era valevole per l'Occidente, cioè per gli Stati capitalisti, e che quindi per arrivare al socialismo bisognava conquistare, un po' per volta, lo Stato borghese. Il principale studioso e interprete del pensiero di Gramsci, Giuseppe Vacca, così spiega l'obiettivo che perseguiva l'ex Segretario generale del PCd'I, successivamente PCI: “Quanto al rapporto complessivo della concezione gramsciana dell'egemonia con l'opera di Lenin, possiamo concludere che se Lenin ne costituisce indubbiamente il punto di partenza, l'obiettivo di Gramsci, tuttavia, è quello di elaborare una concezione della politica diversa da quella di Lenin. La teoria dell'egemonia a cui egli si rifà nei Quaderni
non è tanto quella elaborata da Lenin o nei dibattiti dell'Internazionale comunista fra il '23 e il '24, quanto piuttosto quella sviluppata dalla scienza politica europea dopo il 1870. Non si sottolinierà mai abbastanza il fatto che nel cruciale paragrafo 24 del Quaderno 13, dedicato al nesso fra egemonia e 'guerra di posizione', Gramsci consideri la Rivoluzione d'Ottobre l'ultimo episodio di 'guerra manovrata', dopo il quale il problema della rivoluzione si poneva, generalmente, dappertutto in termini di 'guerra di posizione'. L'ultimo fatto del genere (cioè l'ultimo caso di 'assalto frontale') – egli afferma – nella storia politica sono stati gli avvenimenti del 1917”.
Lo stesso concetto aveva espresso Togliatti nel suo intervento al primo Convegno gramsciano del 1958 sostenendo che “nel modo come Gramsci interpreta e ignora la dottrina del marxismo-leninismo è quindi implicita l'affermazione della necessità della avanzata verso il socialismo per una via nazionale, determinata dalle condizioni storiche del nostro paese. È questa via nazionale che egli ci ha voluto aprire”.
La “via nazionale al socialismo” - quella via che avrebbe portato al “compromesso storico” elaborato da Berlinguer e nel 1991 allo scioglimento del Pci e la sua trasformazione nell'attuale PD neoliberale e puntello fondamentale del regime capitalista neofascista -, è sempre stata un pallino di Gramsci. In una sua lettera del 9 febbraio 1924 a Togliatti, Terracini e altri scriveva: “La determinazione che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all'assalto rivoluzionario, nell'Europa centrale e occidentale si complica per tutte queste soprastrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l'azione delle masse e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complessa e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e il novembre del 1917”.
Il 20 gennaio scorso Massimo D'Alema, uno dei più importanti segretari generali del PCI, chiude il discorso con questo epitaffio su Gramsci: “La via sovietica non era praticabile in Occidente, e questo è Gramsci”.
A questo punto e per concludere sul pensiero di Gramsci è utile spendere qualche parola sul concetto gramsciano di egemonia, che è l'elemento fondamentale della strategia riformista, elettoralista e parlamentarista di Gramsci.
Per Gramsci l'egemonia è la capacità di una classe di essere dirigente sul piano culturale, intellettuale e morale dell'intera società, ancor prima di andare al potere. Una posizione al di fuori della realtà, in quanto nel capitalismo è impossibile conquistare la direzione su tutte le classe e nemmeno su tutto il popolo. Gramsci sostiene anche che una volta conquistato il potere bisogna esercitarlo puntando più sul convincimento che sulla coercizione e sulla forza. Ma nella dittatura del proletariato la coercizione e la forza sulla borghesia sono prevalenti rispetto al convincimento, altrimenti è inevitabile che la borghesia prenda il sopravvento e restauri il capitalismo.
Bruno Bongiovanni, un esperto di egemonia, ha fatto notare che “Gramsci elabora una teoria dell'egemonia, che, pur non sfuggendo alla forza di gravità del leninismo, è stata universalmente considerata originale. Poco prima di essere arrestato, del resto, egli esprime anche in una lettera documento al comitato centrale del PCUS le sue preoccupazioni per l'unità del movimento comunista. Così, quando nel 1929 inizia la stesura di quel monumentale labirinto teorico-politico che sono i Quaderni del carcere, è assai probabile che sospetti che nell'esperienza sovietica il momento della forza stia prevalendo in modo prevaricante sul momento del consenso”.
Concetti condivisi da Giuseppe Cospito secondo cui “Gramsci ha fornito la teorizzazione più originale, ampia e compiuta [dell'egemonia], che rappresenta al contempo una critica radicale, sia pure soltanto implicita per ovvie ragioni di (auto) censura, dello stesso regime sovietico, oltre che di quello mussoliniano”.
Cospito richiama all'attenzione la seguente frase di Gramsci: “diversamente dal 1924-26, il concetto di egemonia non è più vincolato al problema della conquista del potere da parte del proletariato, ma si riferisce alla conquista e all'esercizio del potere da parte di qualunque classe o gruppo sociale”. Cospito commenta: “Questo costituisce se non una presa di distanza esplicita dalla tradizione marxista e soprattutto leninista, certo un sostanziale allargamento del concetto stesso di egemonia”.
Attualmente Gramsci è presente in certi partiti e gruppi comunisti e, incredibilmente, in due partiti che si rifanno al marxismo-leninismo-maoismo, ed è usato da alcuni vecchi volponi opportunisti e trotzkisti nel tentativo di recuperare l'egemonia persa su alcuni settori più avanzati delle masse lavoratrici e dei movimenti di lotta unitari femminili, giovanili, antifascisti, antirazzisti, contro la guerra, ambientalisti, sul clima. È il caso di Luciana Castellina, cofondatrice e ideologa del “
Manifesto
” trotzkista, che nel luglio scorso ha lanciato la seguente proposta riformista appoggiandosi a Gramsci che “ha con insistenza suggerito di creare anche Consigli, in quanto indispensabili momenti di democrazia diretta. Potrebbe essere utile seguire la sua indicazione, potrebbero i movimenti, parte di loro, seguire questa strada per trovare, via via, la stabilità necessaria non solo 'a chiudere' ma 'a gestire' pezzi di società, casematte dove attestarsi nel lungo difficile percorso che ci attende?”
Il discorso integrale si può leggere qui:
https://www.pmli.it/articoli/2021/20210915_DiscorsoScuderiComm45Mao.html
4 febbraio 2026