Varata dal governo Meloni prendendo a pretesto gli scontri con la polizia a Torino
Sicurezza fascistissima: Scudo per le “forze dell'ordine”, fermo preventivo mussoliniano e maximulte per le manifestazioni non autorizzate.
In parlamento Piantedosi attacca i partecipanti alle manifestazione pro Askatasuna. Per PD, M5S e AVS è in atto una deriva autoritaria, in realtà siamo in un regime neofascista. Sostanzialmente le tre risoluzioni sono contro Askatasuna e i manifestanti e solidali con le “forze dell'ordine”
Buttiamo giù il governo di Mussolini in gonnella per affossare la sicurezza fascistissima
“Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato nuovi provvedimenti in materia di sicurezza. Non sono misure spot, ma un ulteriore tassello della strategia che questo Governo porta avanti fin dal suo insediamento [...] Continuiamo così ad aggiungere tasselli a un disegno preciso: uno Stato che non gira la testa dall’altra parte, che difende chi ci difende e che restituisce sicurezza e libertà ai cittadini”. Così la premier neofascista Meloni, Mussolini in gonnella, ha annunciato trionfalmente con un post su “X” il varo del nuovo “pacchetto sicurezza”, consistente in un decreto e in un disegno di legge con misure repressive fascistissime come il fermo di polizia in occasione di manifestazioni, maxirmulte da capogiro per manifestazioni e cortei non autorizzati e scudo penale per gli agenti sottoposti ad indagine dalla magistratura. Ammettendo cioè sfrontatamente che tali misure non derivano dalla interamente inventata “emergenza sicurezza”, creata ad arte dallo stesso governo neofascista solo per farle accettare meglio, ma sono parte integrante di un piano di restaurazione piena della dittatura fascista, sia pure sotto la veste esteriore della legalità “democratica” e costituzionale.
Fermo di polizia come sotto Mussolini
Appare chiarissimo infatti l'intento del governo di andare a colpire, con queste misure da ventennio mussoliniano, le residue libertà democratico-borghesi, vitali per il proletariato e le masse popolari, come la libertà di riunione, di sciopero e di manifestazione, mentre al tempo stesso si rafforzano i poteri e le immunità delle forze repressive dello Stato. A cominciare dal cosiddetto “fermo preventivo”, ovvero il famigerato fermo di polizia che può essere effettuato “in occasione di manifestazioni” su chiunque possa essere sospettato di recare “un concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”. E ciò sulla base di “elementi di fatto” non meglio specificati, ma che si possono “anche desumere” (vale a dire non solo e non necessariamente) dal possesso di “strumenti” atti a costituirlo, e da precedenti (penali e non, anche solo segnalazioni) registrati nel corso degli ultimi 5 anni.
Nel qual caso il soggetto sarà “accompagnato” in questura o in caserma e ivi trattenuto fino a 12 ore, senza l'ordinanza di un giudice ma solo l'obbligo di dare “immediata notizia” al pubblico ministero (pm). Il quale può anche ordinare il rilascio, se accerta che “non ricorrono le condizioni”, ma non si sa in base a quale indagine, visto che non ne avrà neanche il tempo e che non si parla di invio di documentazione al riguardo, ma solo di un'informativa da parte della polizia. Come al tempo di Mussolini, insomma, quando i suoi sbirri convocavano in caserma tutti i sospetti antifascisti di una città in previsione delle visite del duce.
Inoltre il prefetto ha facoltà di individuare nuove zone “rosse” vietate all'accesso (Daspo urbano) a chi rappresenti “minaccia” per l'ordine pubblico o abbia avuto condanne (anche non definitive) per reati commessi durante manifestazioni (danneggiamenti di edifici pubblici ecc.). In casi di “specifiche ragioni di pericolosità” il questore può disporre l'obbligo per il soggetto sottoposto a Daspo di recarsi a firmare una o più volte durante l'orario di svolgimento della manifestazione, con pene raddoppiate in caso di trasgressione. È anche facilitato l'arresto in flagranza differita (sulla base di video e foto) per nuove fattispecie di reato, come il danneggiamento aggravato durante manifestazioni.
Multe stratosferiche e scudo penale
Per quanto riguarda poi le manifestazioni non autorizzate, cioè trasgredenti l'obbligo di preavviso di tre giorni (come per esempio lo sciopero improvviso del 1° ottobre scorso per l'abbordaggio e il rapimento dei volontari della Global Sumud Flotilla da parte dei nazisionisti israeliani), è stato cancellato (depenalizzato) l'arresto fino a sei mesi, ma le sanzioni pecuniarie che variavano da 103 fino a 413 euro sono state più che decuplicate, passando da un minimo di 1.000 a un massimo di 10.000 euro; anche nel caso che i promotori le abbiano convocate servendosi di reti e mezzi di comunicazione pubblici e privati; e anche nel caso di manifestazioni autorizzate ma con variazioni di percorso rispetto a quello concordato con l'autorità, con multe che possono arrivare a 12.000 euro. Non è la “cauzione” per ogni manifestazione che chiedeva Salvini, ma il risultato è sempre quello di impedire in tutti i modi l'organizzazione e la partecipazione alle manifestazioni, e comunque il caporione fascioleghista ha già detto che tornerà alla carica con un altro ddl.
Nel decreto è contenuto anche il famigerato scudo penale, da tempo invocato dal governo per gli agenti sottoposti ad indagine della magistratura (ora esteso a tutti per intervento di Mattarella), che non saranno più iscritti nel registro degli indagati ma in un apposito registro a parte, “quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione”, come legittima difesa, adempimento del dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità ecc. Il che è talmente vago (quanto lo è l'aggettivo “evidente”) che può essere sempre invocato in ogni circostanza.
L'iscrizione nel registro separato non fa comunque decadere i diritti che hanno gli altri indagati, come assistere alle indagini ecc., e per gli agenti consente pure il godimento del patrocinio legale pagato dallo Stato. Inoltre il pm avrà solo 30 giorni di tempo per decidere se archiviare il caso o procedere ad ulteriori indagini, estendibili al massimo a 120 giorni, il che è un evidente ostacolo a condurre indagini approfondite e un incentivo ad archiviazioni frettolose: in sostanza è il segnale di impunità per l'abuso della forza e l'uso disinvolto delle armi che i sindacati di polizia più reazionari e fascisti chiedevano da anni, nonché un'estensione indebita della già controversa legge sulla “legittima difesa sempre” voluta dalla Lega.
Resa dei conti con chi contesta il regime
Vi sono poi altre misure gravi e particolarmente razziste, come quelle per colpire i giovani delle periferie urbane (le cosiddette norme “anti-Maranza”, col pretesto del possesso di coltelli e altre armi da taglio), e per colpire migranti e richiedenti asilo; misure che meriteranno senz'altro trattazioni specifiche, anche perché alcune delle più odiose, come l'autorizzazione di blocchi navali per respingere le navi ong e dirottarle in Albania e la deportazione dei migranti per mezzo di semplici atti amministrativi, a causa dei mugugni di Mattarella sono state rinviate ad un altro ddl separato che sta per essere varato dal governo.
Ma quanto già detto basta e avanza per comprendere che ci troviamo di fronte ad una vera e propria resa dei conti del governo neofascista con i sindacati non asserviti, come quelli di base, la Fiom-Cgil, i portuali, il personale scolastico e universitario più cosciente e combattivo, e con i centri sociali e i movimenti studenteschi e giovanili, specialmente dopo gli scioperi e le grandi manifestazioni per Gaza dello scorso autunno, che hanno allarmato non poco Mussolini in gonnella e il suo governo neofascista, mostrando tutto il loro isolamento dalle masse popolari e nel Paese. Governo che ora corre ai ripari per schiacciare il dissenso con l'ondata di arresti, denunce e sgomberi di centri sociali scatenata ultimamente e con questo infame giro di vite ai diritti di riunione, di sciopero e di manifestazione.
La realtà e la “narrazione” dei fatti
Il copione seguito è sempre lo stesso: si costruisce un clima di allarme per un' “emergenza sicurezza” che non esiste ed è anzi in controtendenza con tutti i dati oggettivi; lo si alimenta con la repressione poliziesca violenta delle manifestazioni di protesta, incolpando gli stessi manifestanti che reagiscono a tale violenza, com'è successo il 31 gennaio a Torino con la manifestazione nazionale di protesta per lo sgombero provocatorio in stile nazista di Askatasuna da parte delle “forze dell'ordine” di Piantedosi; i media di regime danno una mano alla rappresentazione mostrando in continuazione e per giorni le stesse immagini di un poliziotto “aggredito” dai dimostranti, mentre nascondono le decine di video e testimonianze, che pure girano in rete, e che mostrano persone inermi, anche fotografi e giornalisti, manganellati e massacrati a terra da nugoli di poliziotti scatenati, e tacendo dei lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo, della caccia ai feriti negli ospedali, ecc; e i codardi partiti dell'opposizione parlamentare si accodano al governo e ai media di regime, esprimendo servilmente “solidarietà” ai picchiatori in divisa e dando di terroristi e criminali ai manifestanti.
Collabora alacremente col governo anche il “nonno” buono degli italiani, Sergio Mattarella, copertura a sinistra del regime capitalista neofascista, lavorando di cesello sulle norme più sfacciatamente neofasciste del “pacchetto sicurezza” per renderle appena un po' più presentabili, quel tanto che basta da poter dire di aver “vigilato” sulla loro legalità costituzionale e controfirmarle. Una molto “proficua collaborazione” tra Palazzo Chigi e il Quirinale, come la definirà il soddisfatto Piantedosi, e che il costituzionalista Gaetano Azzariti ha giustamente bollato come “farsi partecipe di una trasformazione per via di fatto della Costituzione”.
I bravi e i “cattivi” italiani
Allo stesso tempo la premier neofascista e i suoi camerati martellavano di dichiarazioni di fuoco i social, televisioni e giornali asserviti, come ha fatto lei dal consueto palcoscenico di “Diritto e rovescio” su Rete4, attaccando i magistrati per la scarcerazione di tre manifestanti (che comunque andranno a processo), dicendosi “indignata ma non sorpresa” per il “doppiopesismo della magistratura che rende difficile la sicurezza dei cittadini”; seguita a ruota dal fascioleghista Salvini che su “X” tuonava: “Già a piede libero. Vergogna. Votare 'sì' al referendum sulla giustizia è un dovere morale”; e mentre Nordio e Piantedosi evocavano il rischio del “ritorno delle BR”.
Mussolini in gonnella è arrivata perfino ad additare alla gogna pubblica i giovani che manifestavano a Milano contro le Olimpiadi della speculazione e della devastazione ambientale come “nemici degli italiani e dell'Italia”, contrapponendo i giovani che dissentono dal pensiero unico neofascista dominante e lottano contro l'ingiustizia del sistema ai “bravi italiani” che lavorano anche “gratuitamente” alle Olimpiadi “per far fare bella figura alla nostra Nazione” (forse i suoi balilla di Gioventù nazionale? ndr).
Intanto in parlamento andava in scena la farsa dell'“informativa” del ministro dell'Interno, che evocava toni da “guerra al terrorismo”, attaccando Askatasuna come un centro sociale “caratterizzato per trent'anni di illegalità e violenze perpetrate in tutta Italia” e “troppo a lungo tollerato”, e parlando di uno scontro che “richiama dinamiche squadristiche e terroristiche che hanno caratterizzato alcune fasi del nostro passato”, e che rappresenta una “violenza organizzata contro lo Stato e contro le Forze dell'ordine”.
E tutto ciò pur vantandosi dell'efficienza del suo apparato repressivo “preventivo”, snocciolando una sequela di dati sulla “identificazione di circa 800 persone, di cui più di 50 straniere, e tutto questo nelle ore antecedenti lo svolgimento della manifestazione e, poi, dall'emissione di 30 fogli di via, 10 avvisi orali, 7 divieti di accesso alle aree urbane, i famosi DACUR”. E infine, dopo aver manganellato con un minaccioso monito i partiti dell'opposizione (“credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”, ha detto alludendo ad AVS), li ha blanditi chiedendo loro di “condividere posizioni comuni per respingere, senza ipocrisia o infingimenti, ogni tentazione di blandire e giustificare queste espressioni eversive e antidemocratiche, sostenendo le Forze di Polizia attraverso l'individuazione di ulteriori misure di tutela da ogni violenza e forma di aggressione”.
Basta opposizione di cartone, scendere in piazza!
Un invito e al tempo stesso una minaccia, quello di Piantedosi, al quale l'opposizione di cartone (PD, M5S, AVS, +Europa e IV) si è purtroppo piegata docilmente, presentando una risoluzione (pur respinta) che sembra la fotocopia di quella della maggioranza (approvata inglobando anche quella ancor più di destra, se possibile, di Calenda). E questo sia nell'interpretazione dei “gravi e ingiustificabili scontri” di Torino, addebitandoli esclusivamente ad Askatasuna (“provocati da gruppi antagonisti”), sia nella condanna “con la più chiara fermezza [di] questi atti di intollerabile violenza” e nella “massima solidarietà agli agenti aggrediti”. Aggiungendo che “le Forze dell'ordine rappresentano “un patrimonio essenziale dello Stato e della collettività”, che “devono essere sostenute e messe sempre nelle condizioni di operare con efficacia e sicurezza”. E, come se non fosse abbastanza, sposando la tesi strumentale della propaganda governativa e neofascista, secondo cui “la sicurezza dei cittadini è un valore non negoziabile di ogni democrazia compiuta”; e che è vero che “esiste diffusamente nel Paese un problema di sicurezza reale (falso!) e percepita”, solo che “il governo non la sa affrontare”.
Via spianata politicamente, perciò, dall'opposizione di cartone, al provvedimento “urgente” del governo, anche perché non si è mai messa seriamente di traverso alla sua adozione, ma si è limitata a mugugnare le solite giaculatorie sulle “scorciatoie autoritarie” e sul decreto “propaganda e paura” (Boccia), la “svolta illiberale” (Magi), la “scatola vuota” (Conte), il “teatrino” e la “truffa” (Fratoianni), e così via. Mentre queste forze dovrebbero invece riconoscere e denunciare al Paese e alle masse che siamo già in un regime neofascista, mobilitare la loro base e unirsi a tutte le forze anticapitaliste, antifasciste e democratiche per scendere in piazza e buttare giù Mussolini in gonnella con la lotta di massa, per affossare la sua “sicurezza” fascistissima e prima che arrivi a completarlo col premierato presidenzialista mussoliniano.
Come ha chiarito alle masse il tempestivo e fulminante comunicato del 7 febbraio dell'Ufficio stampa del PMLI: “Bisogna buttare giù il governo neofascista Meloni. Speriamo che lo capiscano anche il PD, l'M5S e 'AVS e si decidano a scendere anch'essi in piazza per aprire la strada a un cambiamento radicale, economico, politico e istituzionale dell'Italia. Libertà, democrazia, benessere, lavoro, pensione, casa, istruzione, sanità per le masse. Releghiamo il fascismo, il neofascismo e il capitalismo che li genera nel museo della storia!
”.
11 febbraio 2026