Decreto Armi all'Ucraina
Il governo costretto al voto di fiducia contro il rischio Lega
PD, IV, Azione e +Europa rompono il “campo largo” e votano col governo. Conte, SI, Verdi e Vannacci con Putin
Il 12 febbraio la Camera ha approvato la conversione in legge del decreto di autorizzazione al governo al 4° invio di armi all'Ucraina, che era stato approvato il 31 dicembre scorso a valere fino al 31 dicembre 2026. Il provvedimento passa adesso al Senato per la conversione definitiva entro i prescritti 60 giorni.
L'approvazione è avvenuta col voto di fiducia, ma non perché il governo temesse una bocciatura, dal momento che ai suoi voti era scontato si sommassero anche quelli di Partito Democratico, Italia Viva, Azione e +Europa, bensì per non rischiare di evidenziare una spaccatura interna alla maggioranza di “Centro-destra”, per l'annunciato voto contrario di tre deputati componenti il gruppo misto che fa capo a Roberto Vannacci, il parlamentare europeo della Lega recentemente uscito dal partito su posizioni ancor più fasciste, razziste e xenofobe del caporione fascioleghista, nonché vicepremier, nonché ministro dei Trasporti, Salvini.
Si tratta di due fuorusciti dalla Lega, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello, che insieme all'ex deputato di Fratelli d'Italia, Emanuele Pozzolo, già espulso dal suo partito dopo la vicenda del colpo partito dalla sua pistola che ferì un ospite durante una festa di Capodanno organizzata dal sottosegretario FdI alla Giustizia, Andrea Delmastro, hanno aderito a Futuro Nazionale, il partito neofascista appena costituito da Vannacci. I tre avevano presentato infatti un emendamento per sopprimere il disegno di legge presentato dal governo per la conversione in legge del decreto armi all'Ucraina, non tanto con l'obiettivo irrealistico di farlo decadere, quanto di far emergere le contraddizioni nella Lega e stanare altri eventuali dissidenti nella maggioranza, e perciò il governo ha deciso di evitare ogni rischio ponendo il voto di fiducia, che ha fatto decadere tutti gli emendamenti.
“Vediamo quanti patrioti nel centrodestra voteranno a favore degli italiani e soprattutto quanti assenti ci saranno tra le file della Lega che da mesi dice di non voler più inviare aiuti a Zelensky ma poi, nei fatti, si smentisce clamorosamente”, avevano dichiarato provocatoriamente i tre vannacciani; che poi, il giorno della votazione, si sono presentati davanti a Montecitorio reggendo uno striscione con la scritta “Stop ai soldi per Zelensky”; ma anche dichiarando pubblicamente che Futuro Nazionale sarà un “interlocutore affidabile del centrodestra”, e che pertanto avrebbero votato no alla fiducia sul provvedimento ma sì a quella sul governo. L'esatto contrario di quanto hanno fatto PD, IV, Azione e +Europa, che hanno votato sì alla conversione del decreto e no al voto di fiducia al governo. Mentre il Movimento 5 Stelle e il gruppo unitario dei Verdi di Angelo Bonelli e Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni, AVS, hanno votato no in entrambi i casi. Ne consegue che la fiducia al provvedimento è passato con una maggioranza più ampia, 229 sì contro 40 no, rispetto alla fiducia al governo, che ha registrato 207 sì, 119 no e 4 astenuti.
Governo in soccorso di Salvini, insidiato da Vannacci
Vannacci aveva cercato fino all'ultimo di incitare i putiniani nella Lega a manifestarsi anche nel voto, accusando Salvini di aver chiesto al governo “di porre la fiducia sul decreto di invio armi all’ucraina per evitare di far palesare il voto di coscienza (o le assenze in Aula) di molti leghisti che dal 2022 seguono e credono nelle indicazioni del partito”. In un'intervista a La7
il generale si era spinto anzi a proporsi per “mediare con Putin”: “Perché no? Farei meglio di Draghi”, aveva detto. Precisando però di non voler rompere con “centro-destra”, pur lasciando “porte aperte” di Futuro Nazionale a CasaPound e Forza Nuova, ma di voler rappresentare un pungolo per “tornare sulla direzione vera della destra, in modo da riportare al voto quel 52% di italiani che si astengono; molti di loro sono di destra e non si riconoscono più in questa versione 'slavata'”, aveva sottolineato.
Tuttavia la maggioranza di governo è riuscita a salvare la faccia, soprattutto quella di Salvini, creandogli la scappatoia non soltanto del voto di fiducia, ma anche consentendogli di tenere il piede in due staffe (con il voto a Kiev, ma col cuore a Mosca e Washington), avendo modificato appositamente per lui il provvedimento nelle Commissioni con la cancellazione della parola “militari” dal titolo del decreto, e aggiungendo “e di difesa civile” nel comma 1, dove in entrambi si parlava degli “equipaggiamenti militari” da inviare a in Ucraina. Così che, in dichiarazione di voto, il fascioleghista Zoffili, ha potuto dire, con perfetta faccia tosta, che “il supporto umanitario e il sostegno difensivo sono quindi ora il fulcro dell'intero provvedimento”; e che ciò è stato possibile “grazie all'impegno della Lega-Salvini Premier”, che “ha sempre avuto a cuore la causa della pace, lavorando affinché questo obiettivo venga raggiunto il prima possibile promuovendo la diplomazia come strumento primario per la risoluzione dei conflitti. Il nostro segretario federale e Vice Premier Matteo Salvini l'ha sempre detto. Ringraziamo il Presidente Trump che sosteniamo con grande fiducia per quanto sta facendo per la pace e per la fine del conflitto”.
Unità di fatto tra putiniani di destra e di “sinistra”
Ma il voto sulle armi a Kiev ha messo anche in evidenza le contraddizioni nell'opposizione parlamentare, scomponendo il cosiddetto “campo largo” (PD, M5S, AVS e IV) in due schieramenti opposti, con il PD che insieme a IV, Azione e +Europa ha votato col governo sulla proroga dell'autorizzazione all'invio delle armi a Kiev, mentre il partito di Conte e il gruppo di Fratoianni e Bonelli si sono ritrovati a votare no al provvedimento insieme ai putiniani di Vannacci, pur cercando di distinguersi politicamente da essi il più possibile, sia negli interventi in aula che con gli ordini del giorno di indirizzo politico messi in votazione, in sostituzione degli emendamenti cancellati.
“Non abbiamo nulla a che fare con la destra xenofoba”, ha detto infatti il leader dei Verdi Bonelli, sforzandosi di marcare le distanze coi vannacciani, aggiungendo che “noi vogliamo, come diceva Papa Francesco, trattare anche con il nemico e con l'avversario; non è una resa, ma noi non siamo filo-putiniani. Noi pensiamo che quel regime sia un regime che viola costantemente i diritti umani e i diritti civili, mentre altri, invece, pensano che Putin sia un punto di riferimento, ma per noi non lo è. Quindi, noi voteremo in maniera convinta e forte 'no' su tutti gli ordini del giorno presentati da questo gruppo”.
Lo stesso ha cercato di fare il M5S, sia con gli interventi in aula, come quello del capogruppo Ricciardi, che ha definito gli ordini del giorno dei vannacciani “un qualcosa di abbastanza simile alla carta straccia”, in quanto nel 2023 e nel 2024 avevano votato per l'invio delle armi (“signori, la pace è una cosa seria, è la cosa più maledettamente seria che esista a questo mondo”, li ha accusati); sia con una dichiarazione dello stesso Giuseppe Conte, che ha detto: “Vannacci ha votato la fiducia al governo, quindi nessuna coerenza. Noi non abbiamo nulla a che vedere con chi ha atteggiamenti filo russi, siamo e restiamo coerentemente sulle nostre posizioni”.
Ma sta di fatto che anche Conte, Fratoianni e Bonelli si sono schierati insieme al neofascista Vannacci per negare oggettivamente agli ucraini le armi per difendersi dagli aggressori russi, facendo così il gioco di Putin. Non basta a ripulirsi da questa vergognosa commistione coi putiniani neofascisti il fatto di aver votato contro gli ordini del giorno di Futuro Nazionale (così come i vannacciani hanno votato contro gli odg di M5S e AVS), se poi tutti questi documenti, almeno quelli principali, chiedevano in sostanza la stessa cosa, ovvero la cessazione dell'invio di armamenti all'Ucraina.
“Campo largo” in pezzi, destra PD all'attacco
Questo è infatti il risultato oggettivo, al di là delle diverse formule adottate dai rispettivi odg. Per cui, per esempio, l'odg principale dei neofascisti chiedeva al governo di “interrompere immediatamente tutte le forniture di mezzi e materiali militari” all'Ucraina, “desecretare le liste” dei precedenti invii e destinare le risorse risparmiate alle “forze dell'ordine” per la maggior “sicurezza dei cittadini”. Mentre quello principale del partito di Conte, a prima firma dell'ex sindaca di Torino, Chiara Appendino, chiedeva al governo di “accompagnare l'attuazione delle misure recate dal provvedimento in esame con ulteriori iniziative volte a non persistere nel sostegno militare dell'Ucraina”, e di agire in sede europea per “riallocare le risorse destinate al riarmo verso politiche di coesione sociale, sanità pubblica e protezione ambientale”.
Più o meno dello stesso tenore anche l'odg principale di AVS, a prime firme Bonelli, Zanella e Fratoianni, che impegnava il governo a “riconsiderare il contenuto dell'articolo 1, comma 1 del provvedimento in esame” (cioè quello riguardante specificamente l'autorizzazione del parlamento all'invio delle armi a Kiev); “e contestualmente” rivedere anche l'impegno in sede Nato all'aumento delle spese militari al 5%, reinvestendo le risorse nella spesa sociale e ambientale, nonché sostenere “la creazione di una difesa comune europea”.
Tali formulazioni degli odg di M5S e AVS, più “articolate” e sfumate rispetto ai loro stessi emendamenti principali, che chiedevano la soppressione pura e semplice del comma 1 esattamente come i vannacciani, avevano lo scopo non soltanto di differenziarsi in qualche modo da questi, ma anche di non evidenziare troppo la frattura nel “campo largo”, favorendo la destra del PD notoriamente contraria ad esso, ma senza molto successo.
Infatti quest'ultima non si è lasciata sfuggire l'occasione per prendere la testa del PD e allinearlo alle posizioni di Renzi e Calenda, tanto che per sottolinearlo ha affidato l'intervento principale all'ultra-atlantista e filosionista Fassino. Un modo evidente di sfruttare le divergenze in politica estera per mettere i bastoni tra le ruote al progetto di alleanza elettorale di Elly Schlein con Conte, Fratoianni e Bonelli.
18 febbraio 2026