Nuova denuncia di Report
I magistrati spiati dal governo
Un motivo in più per votare NO al referendum
Nella puntata della trasmissione televisiva Report andata in onda lo scorso 25 gennaio su Rai3 il conduttore del programma, Sigfrido Ranucci, ha dimostrato in modo rigoroso e con inoppugnabili riscontri che sui circa 40.000 computer dell’amministrazione della Giustizia in uso sia ai dipendenti non appartenenti alla magistratura sia alla polizia giudiziaria che opera presso le Procure sia ai magistrati ordinari di ogni funzione e grado è installato un programma informatico che può permettere di visionare e ascoltare da remoto ciò che accade nelle stanze dove si trova il computer quando esso è acceso.
Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi informatici del Ministero della Giustizia, ha infatti riferito al giornalista di Report che dalla Presidenza del Consiglio è partito l’ordine di installare software Ecm sui computer del Ministero della Giustizia, inclusi quelli dei magistrati, che hanno dovuto quindi subire controlli da remoto a loro insaputa.
L’audio di Talerico, ingegnere informatico e dirigente di seconda fascia del Ministero della Giustizia, risale al maggio 2024 quando viene inviato a Torino dal suo dicastero per risolvere problemi informatici occorsi al distretto di Corte d’appello del capoluogo piemontese, e in quell’occasione egli impose ai magistrati dirigenti di tale distretto, che ben poco capivano di informatica, l’installazione di Ecm. “Certe volte
– proseguiva Talerico nell’intervista, attribuendo l’iniziativa direttamente a Palazzo Chigi - noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci sta dicendo di fare queste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da soli
”.
Dopo la messa in onda di Report, la Presidenza del Consiglio ha precisato, smentendo Talerico, che la responsabilità delle infrastrutture digitali dei computer resta in capo al Ministero della Giustizia, mentre quest’ultimo non ha commentato quanto mostrato dalla trasmissione.
Comunque, documenti, testimonianze audio e video raccolti dal Report dimostrano che su circa 40.000 postazioni dell’amministrazione giudiziaria è installato un software Ecm in grado di consentire forme di controllo e videosorveglianza remota delle attività dei magistrati.
Il programma Ecm (Endpoint Configuration Manager) è prodotto dalla Microsoft ed è progettato per la gestione centralizzata dei dispositivi informatici e comprende installazione di software, aggiornamenti e configurazioni da remoto. Si tratta di uno strumento nato per le imprese e largamente utilizzato in contesti aziendali, scuole, grandi reti commerciali, chioschi automatici, ma del tutto inadeguato per postazioni che trattano fascicoli processuali, soprattutto atti di indagini coperte dal segreto.
Dal 2019, secondo quanto emerge dall’inchiesta, il software è stato installato in modo capillare dai tecnici del Dipartimento per i servizi tecnologici del Ministero della Giustizia su tutti i dispositivi di Procure, Tribunali e uffici giudiziari italiani.
“I procuratori, i magistrati, i giudici
– ha affermato un soggetto qualificato rimasto anonimo durante la trasmissione - non sanno che mentre pensano di essere da soli nelle loro stanze a lavorare su indagini e provvedimenti, c’è sempre un occhio puntato sui loro computer. Qualcuno può osservare tutto, in ogni momento della giornata, da quando accendono il pc a quando lo spengono
” un’accusa che apre interrogativi e dubbi inquietanti sull’indipendenza della magistratura italiana e sulla sicurezza delle infrastrutture digitali dello Stato.
In tale contesto la funzione del Ministero della Giustizia è quella di offrire ai magistrati il supporto tecnico e logistico per consentire loro di svolgere i compiti istituzionali, per cui una funzione di assistenza tecnica sui computer può trasformarsi in una funzione di vera e propria sorveglianza del potere giudiziario da parte di quello esecutivo.
La Presidenza del Consiglio, poi, non deve e non può avere alcuna competenza, nemmeno di supporto tecnico, sull’attività dei magistrati, per cui il suo intervento sui computer dei magistrati risulterebbe ancora più privo di giustificazioni rispetto a quello del Ministero della Giustizia.
Tale vicenda, comunque, si inserisce nel più generale contesto di ingerenza del potere politico sulla magistratura e del tentativo di sottomettere quest’ultima al governo, come la riforma del governo Meloni vorrebbe fare.
La squallida vicenda del software spia nel computer dei magistrati è un ulteriore motivo in più per cui occorre recarsi alle urne per il referendum del 22 e 23 marzo prossimo e votare NO
alla riforma.
18 febbraio 2026