Il regime capitalista neofascista di Mussolini in gonnella celebra la favola anticomunista delle foibe
La “sinistra” borghese si accoda all'iniziativa istituzionale anticomunista
Alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, della ducessa Meloni, dei presidenti dei due rami del Parlamento e delle più alte cariche dello Stato, nell'Aula della Camera si è svolta la celebrazione di spicco delle iniziative previste per il "Giorno del ricordo"
Si è trattato dell'ennesima celebrazione istituzionale antistorica, anticomunista e di riabilitazione al fascismo, quest'anno incentrata sul “silenzio colpevole” che per decenni avrebbe avvolto “la tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata e istriano”. Secondo l'apparato di governo neofascista d'Italia, il "Giorno del ricordo" sarebbe nato proprio “per spezzare quel silenzio”, anche se tutti gli antifascisti e le antifasciste sanno bene che non è così, perché il fine ultimo è ben altro.
La Camera si tinge di nero e calza l'orbace
Ha aperto gli interventi nell'aula di Montecitorio il presidente della Camera, il leghista e omofobo Lorenzo Fontana, che ha rilanciato la più nera e revisionista delle narrazioni neofasciste: "Non possiamo dimenticare i tanti innocenti perseguitati dal regime comunista jugoslavo e dalla feroce repressione scatenata dalle milizie titine. A migliaia furono torturati, uccisi o infoibati, spesso ancora vivi, in un crescendo di crudeltà e di atrocità che lasciò per anni una lunga scia di sangue.”.
Ma la ciliegina sulla torta viene posta sul secondo argomento all'ordine del giorno, e cioè sull'esodo, nel quale definisce le famiglie rimpatriate “esuli nella loro stessa patria”. Ma Fontana sa bene che la loro patria era l'Italia fascista, quella di Mussolini, dalla quale iniziò il loro impegno coloniale, non certo quella appena liberata dai partigiani e in quel momento profondamente antifascista nella quale ritornarono.
Addirittura Fontana, in un crescendo di fandonie e di letture strumentali al regime neofascista, si spinge anche a sostenere di come la vicenda “interroghi il presente, soprattutto in un tempo attraversato da nuovi conflitti e da tensioni che rimettono in discussione i valori fondanti dell’Europa”. Insomma, come se “la minaccia rossa” di allora fosse la stessa che oggi arriva dalla Russia neozarista di Putin; un pericolo al quale ci sarebbe secondo lui da opporre il più intransigente conservatorismo europeo per mantenere autonomo il crescente polo imperialista che lo stesso Draghi invita ad armare fino ai denti.
Ignazio La Russa invece, il presidente del Senato col busto di Mussolini a casa, ha stigmatizzato non solo il silenzio istituzionale “per troppi anni”, ma anche “la vergogna, di insulti, di pietre lanciate contro il treno degli esuli alla stazione di Bologna, di latte rovesciato sulle rotaie invece che consegnato ai bambini.”. Un ulteriore episodio che trasforma le vittime in carnefici e viceversa, consolidando un'operazione che rappresenta un caposaldo del revisionismo storico di matrice neofascista.
Paradossale è invece l'intervento di Antonio Tajani che inveisce: “Mai più pulizie etniche. Mai più persecuzioni fondate sull’identità. Fu Silvio Berlusconi, nel 2004, a istituire questa ricorrenza: un atto di alto valore civile che ha piantato il seme della riconciliazione e della consapevolezza nazionale”. E il leader del partito della P2 e della mafia parla di una pulizia etnica inesistente nelle vicende del confine orientale, quando allo stesso tempo ne sostiene una in corso appoggiando Netanyahu nel genocidio palestinese. E non solo; per fortuna quel processo di riappacificazione che auspica è un seme ancora pienamente attecchito tra le masse popolari poiché nessuna riconciliazione può esserci tra vittime ed aguzzini, fra fascisti ed antifascisti, e questi ultimi l'hanno ad oggi ben compreso.
Se ancora non fosse chiara la natura della celebrazione, citiamo anche l’intervento di Antonio Concina, ex Top manager di Telecom ed RCS ed ex-sindaco di destra di Orvieto ora presidente onorario dell’Associazione Dalmati, profumatamente finanziata come le altre analoghe dalla stessa legge che dispone il "Giorno del ricordo". Il suo intervento è stato una perfetta sintesi di antistoria e un attacco a chi si oppone alla narrazione revisionista: “Bisogna combattere con forza tutti i negazionismi rappresentati da associazioni che sostengono e finanziano spregevoli operazioni di odio. (…) Il delitto più spregevole è stato aver costretto 350mila persone ad abbandonare le loro case. Sono fuggiti in massa per rimanere italiani e per sfuggire alla pulizia etnica ordinata da Tito”.
Meloni attacca e l'imbelle sinistra borghese le dà fiato
Mussolini in gonnella Meloni, per l'attacco anticomunista si affida al social X, parlando di “identità” ed indica proprio le Foibe come cemento nazionalista: "La Nazione non deve aver paura di guardare in faccia quella verità, ricacciando nell'ignavia ogni squallido tentativo negazionista o riduzionista. Il ricordo non è rancore, ma giustizia. È il fondamento di una memoria condivisa che unisce e rende più forte la comunità nazionale, tracciando la strada a chi verrà dopo di noi.”
E infatti anche per quest'anno il governo, sulla scia di una martellante campagna mediatica su tutti i canali RAI che si conferma il megafono di Fratelli d'Italia, ha ulteriormente ampliato l'offerta delle pericolose iniziative pubbliche di puro revisionismo storico. Dalla mostra al Vittoriano di Roma visitata anche dal nonno buono degli italiani Sergio Mattarella, passando per la premiazione delle scuole vincitrici del Concorso nazionale “Il Giorno del Ricordo” da parte di Fontana, La Russa ed anche dal ministro dell'Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, fino ad una nuova edizione del “Treno della memoria”, la cui quinta carrozza è stata interamente dedicata alla trasmissione della memoria revisionista e neofascista alle giovani generazioni. Per la prima volta infatti questo spazio allestito da Valditara assieme all’Agenzia Italiana per la Gioventù, ospiterà i frutti del nero lavoro propinato a studentesse e studenti del predetto concorso nazionale, insieme ai risultati del progetto “Il Viaggio del Ricordo” nei luoghi simbolo dell’esodo. Ecco che la parificazione con i Viaggi della Memoria che ricordano l'Olocausto, anche dal punto di vista scolastico, è servita.
Ma se la destra neofascista attacca con l'artiglieria pesante, la sinistra istituzionale, parimenti anticomunista, le spiana la strada. Non solo non si oppone a questa deriva revisionista, ma assume e rilancia i cardini di questa vera e propria favola antistorica. È infatti così che la segretaria del PD Elly Shlein parla di “giustizia per il passato e dovere per il futuro”, di “tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe” facendo sua di fatti anche la questione della pulizia etnica degli italiani solo perché tali. Sulle responsabilità, non sarebbero dell'occupazione nazifascista, bensì delle “conseguenze catastrofiche dei totalitarismi e dei nazionalismi, tutti”, concetto espresso in chiave prettamente anticomunista.
Nemmeno Conte si sfila da questa narrazione, e la cosa naturalmente non ci sorprende da uno che ha governato indifferentemente col PD e con la Lega razzista e fascista. Il leader 5 Stelle nelle sue dichiarazioni ha sottolineato l'importanza di ricordare “la tragedia delle foibe e l'esodo giuliano-dalmata”, definendola un'ondata di violenza che ha prodotto un dolore immane, morti e profughi. Il suo invocare anche la necessità di tutelare la memoria storica, evitando strumentalizzazioni politiche, significa semplicemente che questa narrazione che lui abbraccia in toto, non può essere di stretto dominio della destra, ma una questione trasversale, e cioè un punto fondante per tutto l'arco istituzionale, compattato nell'anticomunismo.
Poco anche il coraggio di un'Anpi che si muove a macchia di Leopardo, meno attenta di ieri a contrastare con forza la narrazione revisionista per non urtare troppo nel merito le posizioni dei partiti della “sinistra” borghese, e più preoccupata invece a smussare le lance più affilate della destra di governo che colpiscono anche la Resistenza italiana. Ma i vertici dell'Anpi non capiscono che anche solo l’appoggiare la narrazione del cosiddetto “massacro di innocenti” al fianco dei collaborazioni e dei fascisti, avvalora la riabilitazione del fascismo e non riconosce nell’occupazione nazifascista la vera responsabilità di tutto, inclusi i singoli episodi d'eccesso, qualora ve ne fossero stati.
Importante invece che molte delle sezioni di base di questa associazione abbiano preso una posizione netta contro il disegno revisionista di governo, e molti militanti dell'ANPI, in particolare i più giovani, siano intervenuti in dibattiti e nelle cerimonie con interventi decisi a ripristinare la verità storica antifascista.
La stampa di regime addita al governo chi si oppone
Per fortuna nonostante l'alluvione istituzionale e mediatica revisionista, anticomunista e di piena riabilitazione del fascismo coloniale, c'è chi si oppone con forza a questa narrazione. Nei giorni vicini al 10 febbraio infatti in tutta Italia si sono moltiplicate iniziative pubbliche critiche nei confronti del "Giorno del ricordo", dei suoi contenuti e dei suoi obiettivi, in particolar modo su iniziativa di collettivi studenteschi ed universitari, e di organizzazioni politiche antifasciste.
In questo contesto è toccato ancora una volta a Il Giornale
, organo fascista al servizio di Fratelli d'Italia, segnalare all'esecutivo i nomi più altisonanti degli oppositori di Meloni e camerati. Come sempre il fogliaccio di Cerno e Feltri ha pubblicato un articolo dal titolo “Editori, collettivi e storici: ecco la pattuglia negazionista”, nel quale addita gli storici Eric Gobetti, Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan, Angelo d'Orsi, i collettivi OSA e Cambiare Rotta, ed anche il Coordinamento nazionale per la Jugoslavia ETS che si occupa “di difendere l’eredità della Jugoslavia socialista di Tito”.
L'operazione de Il Giornale
, oltre che vigliacca e intimidatoria, è anche fuorviante poiché tenta in ogni modo di centrare il tema sull'appoggio a Tito, quando invece il centro della questione è l'antifascismo e il ruolo della Resistenza jugoslava ed anche italiana nella lotta di liberazione dal nazifascismo.
In ogni caso il nostro appoggio militante va a tutti coloro che cercano di smascherare anche il ruolo di contropartita alla destra dell'Olocausto che è stata attribuita al "Giorno del ricordo", e tutte le narrazioni revisioniste e neoirredentiste italiane sul confine orientale, oltre che a rigettare l'idea di “pulizia etnica” sistematica anti-italiana da parte jugoslava che non vi fu assolutamente, prova ne sono gli stessi esuli che di fronte a una reale operazione di sterminio sarebbero stati uccisi e non invitati a tornarsene in Italia, così come le migliaia di italiani ed italiane che decisero di restare in Istria ed in Dalmazia, nella nuova Jugoslavia che si stava definendo.
Cacciare il governo della Mussolini in gonnella e rigettare la spazzatura revisionista ed anticomunista sulle foibe
I marxisti-leninisti anche quest'anno, come sempre in passato del resto, non hanno perso occasione per inviare comunicati stampa, per intervenire nei dibattiti che si sono aperti nelle città nelle quali siamo presenti, al fine di tenere alta la bandiera della Resistenza. Per noi il "Giorno del ricordo" va abolito perché rappresenta il caposaldo revisionista di riabilitazione del fascismo e l'elemento chiave utilizzato dalla destra di regime, con la complicità della sinistra parlamentare parimenti anticomunista, per normalizzare il processo in corso che ha portato vent'anni dopo alla salita al potere dei neofascisti che si gloriano del ventennio mussoliniano e lo ricalcano nelle loro politiche sociali, economiche e dell'ordine dettato dal manganello e dalle leggi liberticide che vengono accettate senza batter ciglio dall'imbelle opposizione parlamentare.
Possibile che questa nera ondata di carattere culturale, sociale, istituzionale, legislativo ed economico non abbia fatto suonare la sveglia nelle teste opportuniste dei leader che si definiscono antifascisti? L'auspicio è che non suoni quando ormai sarà troppo tardi. Il rischio c'è ed è alto se non ci si deciderà a creare un grande fronte unito che abbia come obiettivo la cacciata del Governo Meloni con la piazza.
18 febbraio 2026