Per l'omicidio del pusher indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso gli altri quattro agenti in servizio
Arrestato il poliziotto killer di Rogoredo
Dapprima Meloni, Salvini e Piantedosi: “siamo dalla parte dei poliziotti senza se e senza ma”; poi sono costretti a scaricarlo per ridimensionare l'accaduto
Su ordine della procura di Milano, il 23 febbraio è stato arrestato l'assistente capo del commissariato Mecenate di Milano, Carmelo Cinturrino, conosciuto nel giro dello spaccio col soprannome di “Luca”. Si tratta dell'agente di polizia che il 26 gennaio ha ucciso con un colpo di pistola alla tempia il 28enne di origini marocchine Abderrahim Mansouri, detto Zack , nel “boschetto dello spaccio” a Rogoredo, quartiere alla periferia Sud Est di Milano, durante un controllo antidroga.
Su richiesta del procuratore Marcello Viola e dal Pubblico ministero (Pm) Giovanni Tarzia, il fermo di Cinturrino è stato eseguito mentre l’agente era tranquillamente al lavoro in commissariato per impedire all'indagato di inquinare ulteriormente le prove a suo carico.
Nel verbale redatto poche ore dopo l'omicidio, Cinturrino, spalleggiato dagli altri quattro agenti intervenuti sul posto e coimputati per favoreggiamento e omissione di soccorso, aveva raccontato che Mansouri, noto alla polizia per spaccio e vari precedenti penali, gli aveva puntato contro una pistola e di aver quindi agito per “legittima difesa”.
Per giorni, la falsa notizia di uno spacciatore, pregiudicato e per giunta marocchino, “ucciso durante un conflitto a fuoco con la polizia” per mano di un assistente capo che “ha agito per legittima difesa” ha suscitato la piena e immediata approvazione di tutta la maggioranza di governo con alla testa Mussolini in gonnella Meloni, il caporione fascioleghista Salvini e il ministro degli Interni Piantedosi che hanno fatto a gara per elogiare le forze dell'ordine schierandosi senza indugio “dalla parte dei poliziotti senza se e senza ma”. L'omicidio di un pusher con modalità che ricalcano i metodi usati dai miliziani fascisti dell'ICE armati da Trump, è stato immediatamente strumentalizzato anche dai mass media governativi per alimentare la vergognosa campagna mediatica contro i magistrati colpevoli di aver messo sotto inchiesta un “servitore dello Stato”; per invitare gli elettori a votare Sì al referendum del 22 e 23 marzo per l'approvazione definitiva della controriforma piduista e fascista della giustizia; per invocare l'approvazione dello “scudo penale per le forze dell'ordine” e imporre la “piena applicazione dei decreti sicurezza” arrivando addirittura a chiedere un “premio” e “l'assoluzione d'ufficio” per Cinturrino e i suoi complici in divisa.
Una vomitevole campagna neofascista, securitaria, xenofoba e razzista imbastita ad arte dal governo e basata su un cumulo di menzogne che nel giro di poco meno di un mese è stata completamente sventata grazie al coraggioso lavoro investigativo dei magistrati, indipendenti dal potere politico, quelli che non piacciono a Meloni e alla sua banda di neofascisti che col referendum vorrebbero sottometterli ai loro desiderata.
I giudici hanno ipotizzato che il 26 gennaio nel “boschetto dello spaccio” a Rogoredo si sarebbe consumato un vero e proprio regolamento di conti fra una banda di poliziotti corrotti e una banda di spacciatori.
Per arrivare a questa conclusione gli inquirenti sono partiti proprio dal verbale redatto poche ore dopo l'omicidio dallo stesso Cinturrino in cui dichiara che: “Il corpo della persona attinta era faccia in su con la pistola a quindici centimetri dalla mano, probabilmente ho sentito l’esigenza di allontanare l’arma perché la persona rantolava e la pistola era ancora nella sua disponibilità (…). Quando sono arrivati i sanitari, sapendo di dover allontanare l’arma, ho fatto fare delle foto (…). Ricordo che l’arma aveva la sicura non inserita e l’abbiamo spostata, ma non sono sicuro se sia stata spostata prima dell’arrivo dei sanitari”.
Una ricostruzione che è apparsa fin da subito totalmente falsa, priva di riscontri oggettivi ed è stata completamente sbugiardata dalle indagini coordinate dal procuratore Marcello Viola e dal Pubblico ministero (Pm) Giovanni Tarzia, i quali, dopo aver passato al setaccio varie testimonianze, interrogatori, analisi dei telefoni e dei filmati delle telecamere, hanno accertato che Mansouri non aveva con sé nessuna arma e che la pistola giocattolo ritrovata vicino al suo cadavere è stata messa lì in un secondo momento proprio dai poliziotti per depistare le indagini.
Cinturrino è ora accusato di omicidio volontario. Mentre i quattro colleghi che hanno assistito all'omicidio sono indagati per favoreggiamento (per aver sostenuto le falsità di Cinturrino) e per omissione di soccorso (per aver aspettato ben 23 minuti prima di chiamare i soccorsi) omettendo, scrivono i giudici negli avvisi di garanzia: “di dare immediato avviso all’autorità sanitaria con l’aggravante di aver commesso il fatto in violazione dei doveri inerenti a un pubblico servizio”. 23 minuti che per Mansouri, ancora agonizzante dopo lo sparo, sono risultati fatali.
A vario titolo, secondo gli inquirenti, i quattro poliziotti hanno “aiutato” Cinturrino “a eludere le investigazioni” perché, convocati “a sommarie informazioni”, omettevano “di riferire della presenza sul luogo del delitto di persone diverse dagli operanti della polizia” e riferivano “in modo non conforme al vero la successione dei” loro “movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti nonché i tempi impiegati per allertare i soccorsi”.
Poche ore dopo l'omicidio, Cinturrino aveva riferito agli investigatori della squadra mobile di Milano di aver sentito dalla radio della polizia che alcuni colleghi stavano arrestando uno spacciatore nel quartiere di Rogoredo e che aveva deciso di intervenire. Una volta arrivato sul posto: “ho riconosciuto Mansouri” in quanto appartenente a un gruppo criminale che gestisce lo spaccio nella zona. Subito dopo “Ci siamo qualificati dicendo: ‘fermo polizia’. Ma lui ha tirato fuori dalla tasca un’arma puntandomela contro”. A quel punto “Ho deciso di difendermi sparandogli da una ventina di metri di distanza”.
Gli inquirenti hanno invece accertato che sulla pistola giocattolo ritrovata nel luogo dell'omicidio non sono state rilevate impronte digitali o tracce di DNA riconducibili a Mansouri e che dunque al momento della sua morte non imbracciava nessuna pistola. Inoltre dalle analisi balistiche è risultato che il proiettile ha colpito Mansouri alla tempia destra perché aveva il volto leggermente girato a sinistra. Una postura a dir poco innaturale per chi punta un'arma e si appresta a sparare e soprattutto incompatibile con quanto dichiarato da Cinturrino il quale ha raccontato di aver colpito Mansuori mentre questi si trovava in posizione frontale rispetto a lui. Infine dall’autopsia è emerso che sul volto di Mansouri c’erano ecchimosi e lividi, segno che potrebbe essere caduto con la faccia in avanti e che il corpo presumibilmente è stato spostato mentre sul giubbotto della vittima è stata rilevata ben visibile l’impronta di una scarpa. Tutto ciò dimostra, secondo gli avvocati difensori, che Mansouri in realtà stesse scappando quando è stato colpito e certamente non imbracciava nessuna arma.
La procura infatti sospetta che il ritardo con cui sono stati allertati i soccorsi è servito a Cinturrino e ai complici in divisa per inquinare la scena dell’omicidio, occultare le prove e avviare il depistaggio. Messo sotto torchio dagli inquirenti, uno degli agenti che ha partecipato all’operazione, ha rivelato che quella sera è stato mandato a recuperare uno zaino dal commissariato di via Quintiliano, a una decina di minuti di auto dal luogo dell’omicidio. Dalle telecamere di videosorveglianza dell’edificio si vede l'agente che entra a mani vuote e dopo qualche minuto esce con in mano con uno zaino. A domanda, l’agente ha risposto di non sapere cosa contenesse.
L'ipotesi quasi certa è che dentro lo zaino ci sarebbe stata proprio la pistola a salve messa vicino al cadevere Mansouri, a cui peraltro era stato rimosso il tappo rosso (che contraddistingue le armi false) per farla sembrare vera. In tal modo gli agenti avrebbero inscenato una minaccia inesistente così da giustificare lo sparo di Cinturrino.
Nel corso delle indagini sono inoltre emersi diversi altri sospetti sulla “brillante” carriera di Cinturrino. Oltre all'omicidio di Mansouri, al Pm Tarzia è stato affidato un secondo fascicolo a carico di Cinturrino “dimenticato” per oltre un anno e mezzo nella cancelleria del Tribunale di Milano. Il faldone riguarda l'arresto di un tunisino imputato per spaccio di 2 grammi di cocaina, sulla base di un falso verbale di arresto redatto da Cinturrino il 7 maggio 2024. Al termine del processo il tunisino è stato scagionato “per non aver commesso il fatto” e nella sentenza del 5 dicembre 2024 il Tribunale aveva disposto “la trasmissione degli atti alla Procura per la valutazione di eventuali condotte penalmente rilevanti” del poliziotto Cinturrino che “ha redatto il verbale d’arresto”, valutato di “scarsa attendibilità” per le numerose “difformità incompatibili” con “la visione delle telecamere” che invece avrebbero ripreso il poliziotto mentre estraeva e intascava alcune banconote dalla cover del cellulare di uno spacciatore.
A carico di Cinturrino c'è anche l'informativa con cui nelle settimane scorse la polizia giudiziaria ha allertato la procura di Milano sulle richieste di “pizzo” che il poliziotto avrebbe fatto ad alcuni spacciatori per permettere loro di vendere la droga nella stessa zona in cui è stato ucciso Mansouri. Nell'informativa si legge fra l'altro che in Piazzale Ferrara, in zona Corvetto, esisterebbe un appartamento che funge da hub dello spaccio per due spacciatori italiani. Per la fonte l’attività potrebbe contare sulla “protezione di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio” sua compagna di vita. La quale, sempre secondo questa fonte, avrebbe anche chiesto “alcune migliaia di euro” a uno spacciatore marocchino in cambio di protezione.
L'informativa, corredata con nomi, foto e numeri di telefono è ritenuta attendibile e dai successivi riscontri investigativi è emerso che il “poliziotto Carmelo” era molto tollerante con i pusher italiani, quanto spietato nel pretendere invece il “pizzo” dagli spacciatori nordafricani. E tra le vittime taglieggiate c'era anche Mansouri costretto a pagare a Cinturrino 200 euro in contanti e cinque grammi di coca al giorno. Non a caso, alcuni giorni prima del suo omicidio, Mansouri avrebbe confidato a familiari e amici di avere dei forti contrasti con Cinturrino al quale non voleva più pagare il “pizzo” e di avere molta paura delle conseguenze che tale decisione gli poteva procurare. In questo contesto gli investigatori cercano di chiarire anche il giallo del secondo cellulare di Mansouri, diverso da quello trovato sul luogo del delitto, sequestrato alcuni mesi fa dagli agenti del commissariato e ora sparito nel nulla. Il sospetto è che in esso sono contenuti video, foto, chat e documenti molto compromettenti per Cinturrino.
Oltre che dalle testimonianze e dalle annotazioni di polizia giudiziaria, la condotta criminale di Cinturrino è confermata dagli stessi colleghi coindagati che durante gli interrogatori lo hanno descritto come una sorta di “fanatico”, uno che gestiva la situazione del boschetto della droga “col pugno duro” del poliziotto “di strada”.
E non si tratta certo di “una mela marcia” come adesso vorrebbero far credere Meloni, Salvini e Piantedosi perché tutti sapevano dei metodi sbrigativi di Cinturrino ma nessuno dei suoi colleghi lo ha mai denunciato, nessuno dei suoi superiori si è permesso di aprire un provvedimento disciplinare a suo carico. Anzi nel 2017 Cinturrino è stato insignito della lode dall’allora capo della polizia, Franco Gabrielli, per un’operazione dell’ottobre del 2015 quando era solo un agente scelto.
Mentre il fratello della vittima ha più volte riferito che Mansouri aveva paura “del poliziotto di Mecenate” e che “gliela aveva giurata”.
Altro che “conflitto a fuoco” e “legittima difesa”. Dai riscontri investigativi risulta chiaro che si è trattato di un omicidio premeditato se non addirittura di un'esecuzione.
Altro che “giustizia giusta” invocata dal governo neofascista Meloni: questa è giustizia sommaria!
25 febbraio 2026