Sfidando il predominio globale del dollaro Usa
Xi vuole lo yuan internazionale
In un discorso ai quadri della leadership cinese pubblicato a inizio febbraio su “Qiushi”, la rivista teorica del Partito comunista cinese, il nuovo imperatore Xi Jinping ha rivendicato il ruolo internazionale della moneta del socialimperialismo di Pechino, lo yuan. “Cosa costituisce una nazione finanziariamente forte? Innanzitutto, una moneta potente, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale e con lo status di valuta di riserva globale”. Nel pieno di una fase di trasformazione degli equilibri monetari internazionali, la Cina rilancia dunque con forza le proprie ambizioni sull’internazionalizzazione dello yuan, all’interno di una più ampia sfida al predominio globale del dollaro statunitense. Non tanto una mera guerra valutaria, quanto un processo ben più ampio, economico e finanziario per il dominio del mondo futuro, ritenuto ormai ineludibile.
Il discorso di Xi, inedito ma risalente al 2024, è in realtà un manifesto programmatico e il tempismo della sua diffusione è tutt’altro che casuale. Lo scorso aprile è stato annunciato un piano d’azione per promuovere l’internazionalizzazione dello yuan, con l’obiettivo di schermarsi dalle sanzioni e tutelare l’interscambio commerciale dai dazi. Nel 2025 le tariffe imposte da Donald Trump si sono intrecciate con un calo del 10% del dollaro, il più marcato dal 1973. Preoccupato dalla volatilità dei mercati, Xi ha definitivamente stabilito che in un sistema finanziario a rischio frammentazione il potere della valuta è una questione di sicurezza nazionale. “Il sistema finanziario cinese è grande ma non forte”, ammette Xi. “Costruire una potenza finanziaria richiede sforzi a lungo termine e un lavoro costante”. Il leader cinese ha poi delineato i pilastri del suo programma: una banca centrale forte, istituzioni finanziarie competitive a livello globale, centri finanziari internazionali, una regolamentazione solida e talenti nel settore finanziario. Ossia i cardini classici del sistema imperialista.
La sfida cinese al dollaro non è una novità. Già da tempo la Cina incoraggia un uso più ampio dello yuan nel commercio internazionale, soprattutto con i partner di Asia, Africa e America Latina. Gli accordi valutari bilaterali, l’espansione dei sistemi di pagamento alternativi e la promozione della fatturazione in yuan per le materie prime energetiche rappresentano tasselli di una strategia più ampia, perorata anche in sede dell’Organizzazione dei BRICS. Anche il Cips, alternativa cinese all’occidentale Swift, conta partecipanti in 189 paesi e nel 2024 ha aumentato del 43% le transazioni elaborate. Eppure, la quota dello yuan nelle riserve globali è scesa dal picco del 2,83% all’inizio del 2022 all’1,93% nel terzo trimestre del 2025, ben sotto il 58% del dollaro e il 20% dell’euro. Dunque la strada è lunga per colmare il divario e affermare lo yuan a livello mondiale.
Per questo ora Pechino vuole un salto di qualità. Da qui arriva anche la svolta sulla valuta digitale. Dopo oltre un decennio di sperimentazioni e progetti pilota in numerose città, la banca centrale ha introdotto un profondo rinnovamento dello yuan digitale. Dal 1° gennaio 2026, l’e-cny non è più solo un equivalente digitale del contante, ma è evoluto in uno strumento assimilabile a un deposito fruttifero. Si tratta di una trasformazione strategica di enorme portata. Rendere la valuta digitale remunerata significa introdurre un incentivo diretto alla sua detenzione, allineandola ai meccanismi bancari tradizionali e favorendone l’adozione su larga scala. Si passa cioè da un modello strettamente controllato a uno più integrato con il mercato.
Dunque anche sul fronte monetario e finanziario stiamo assistendo a una lotta senza quartiere del socialimperialismo cinese per rovesciare i rapporti di forza con l'imperialismo americano e occidentale per il dominio del mondo.
4 marzo 2026