Trump minaccia: “Iran apra Hormuz entro 48 ore o colpiremo centrali elettriche”
Dopo 24 ore proclama 5 giorni di tregua a favore di negoziati che presenta come già chiusi
Il criminale Netanyahu colpisce in Libano e Siria, Gaza e Cisgiordania

La quinta settimana della guerra di aggressione di Usa e Israele all'Iran inizia con la notizia della portavoce dell'esercito sionista, la sera del 21 marzo, sul fatto che i sistemi di difesa aerea non sono riusciti a intercettare tutti i missili iraniani e un paio di essi avevano colpito nella zona di Arad e del sito nucleare di Dimona, quello illegale e non sottoposto ad alcun controllo degli efficientissimi tecnici dell'Aiea al servizio dei paesi imperialisti e molto attenti al nucleare civile iraniano. Era la risposta iraniana al bombardamento del sito nucleare di Natanz da parte degli aggressori, un riposta che riusciva a bucare l'oramai non più ermetico scudo missilistico sionista. Ci sarebbero stati oltre 200 feriti, secondo l'ospedale della zona, poche altre notizie sono filtrate dala ferrea censura interna imposta dai criminali di Tel Aviv che parlano solo coi comunicati del governo e dell'esercito.
Non sembra proprio un segnale coerente all'ennesima esternazione del presidente americano Trump che poco prima sul suo social aveva proclamato “gli Stati Uniti hanno spazzato via l'Iran dalla mappa”. Seguita però dall'ultimatum: “se l'Iran non aprirà completamente, senza minacce, lo Stretto di Hormuz entro 48 ore da questo preciso istante, gli Stati Uniti colpiranno e annienteranno le loro varie centrali elettriche, iniziando dalla più grande!". Poco dopo l'agenzia Axios batteva la notizia che gli inviati speciali di Trump, il genero Jared Kushner e Steve Witkoff stavano creando una squadra per negoziare con l'Iran su ordine del presidente.
Nella settimana precedente gli occupanti sionisti hanno mantenuto il criminale blocco sulla striscia di Gaza, impedendo l'ingresso degli aiuti e l'uscita delle migliaia di palestinesi feriti in coda al valico di Rafah; i coloni sionisti hanno continuato a spadroneggiare in Cisgiordania, coperti dall'esercito, e attaccare case e coltivazioni palestinesi; l'aviazione sionsita ha continuato a martellare il Libano, a distruggere i ponti sul fiume Litani e a supportare l'attacco via terra che incontra una resistenza dalle forze della resistenza organizzate da Hezbollah mentre il pavido governo di Beirut ha ritirato l'esercito dal sud del paese e come le forze Onu dell'Unifil lasciato campo libero all'invasione. L'aviazione degli aggressori Usa e Israele ha alzato il tiro contro le installazioni petrolifere iraniane, incassando l'ancora efficace contrattacco del governo di Teheran. Nella quarta settimana dell'aggresione i sionisti hanno allargato l'offensiva con alcune incursioni sulle caserme dell'esercito della vicina Siria, per difendere le comunità druse “minacciate” da Damasco sostengono da Tel Aviv; per spingere il governo di al Saraa a dare una mano contro Hezbollah più probabilmente. Uno dei padrini di Damasco, l'Arabia saudita, ha protestato per l'attacco alla sovranità siriana.
La coppia Trump-Netanyahu, con i due criminali che hanno certamente obiettivi finali diversi, a partire al fatto che il primo si disputa l'egemonia mondiale con la socialimperialista Cina e il secondo si gioca l'egemonia locale contro Iran, Turchia e Arabia Saudita, e magari hanno ipotesi non coincidenti su tempi e modi per chiudere l'attuale fase dell'aggressione ma continuano comunque a viaggiare di concerto. Tanto che il 22 marzo Trump a un canale televisivo sionista attaccava persino il presidente israeliano Isaac Herzog definendolo "un bugiardo, debole e patetico" per non aver ancora concesso la grazia che lui aveva richiesto a favore di Netanyahu sotto processo per corruzione e frode. "Bibi dovrebbe concentrarsi sulla guerra, non su queste sciocchezze", era la prescrizione del presidente americano. Non c'è bisogno di commenti.
Mentre il criminale Netanyahu colpiva il più grande giacimento di gas naturale al mondo, quello di South Pars, al centro del Golfo e di proprietà congiunta di Iran e Qatar, un attacco condannato come una “pericolosa escalation” dal Qatar ma anche dall'Oman e persino dagli Emirati arabi, il criminale Trump tra una minaccia di colpire anche le infrastrutture di carico del greggio dal principale terminal iraniano sull'isola di Kharg, nella parte nord del Golfo, o di occuparlo con i marines in arrivo sul teatro di guerra, si occupava del tema della “libertà di navigazione” nello stretto di Hormuz lanciando l'ultimatum all'Iran su Hormuz.
A dire il vero le infrastrutture energetiche iraniane, ma anche le altrettanto importanti infrastrutture idriche dell'acqua potabile, ossia obiettivi civili per colpire la popolazione, già “hanno subito gravi danni a seguito di attacchi terroristici e informatici da parte degli Stati Uniti e del regime sionista", dichiarava il ministro dell'Energia iraniano, "gli attacchi hanno preso di mira decine di impianti di trasmissione e trattamento dell'acqua e distrutto parti di reti idriche cruciali".
All'aggressore Trump rispondeva direttamente il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, "l'illusione di cancellare l'Iran dalla mappa dimostra disperazione contro la volontà di una nazione che ha fatto la storia. Minacce e terrore non fanno altro che rafforzare la nostra unità", che aggiungeva "lo Stretto di Hormuz è aperto a tutti, tranne a coloro che violano il nostro territorio. Affrontiamo con fermezza le minacce deliranti sul campo di battaglia". Il rappresentante iraniano presso l'agenzia delle Nazioni Unite Ali Mousavi ribadiva che lo Stretto di Hormuz rimane aperto a tutte le navi, ad eccezione di quelle legate ai "nemici dell'Iran", un passaggio possibile in coordinamento con le autorità iraniane. Dal Golfo sono infatti passate, secondo quanto reso noto dalle agenzie di navigazione, almeno una decina di navi battenti bandiere di Cina, India, Pakistan e Malesia, altre della flotta ombra iraniana che navigano sotto bandiere di Aruba, Palau e Madagascar e altre di armatori che si sono messi d’accordo direttamente con Teheran. Fra i paesi che dipendono fortemente dal greggio del Golfo restano fuori i principali alleati asiatici degli Usa, Giappone e Corea del Sud. Anche Tokyo stava per concordare con Teheran il passaggio delle sue navi da Hormuz. Ultimatum di Trump permettendo, respinto da Teheran che prometteva una adeguata risposta militare.
Neanche 24 ore dopo il contrordine, gli Stati Uniti rinviavano gli attacchi all'Iran dopo colloqui "molto buoni e produttivi degli ultimi due giorni", scriveva Trump sul suo social, “basandomi sul tenore e il tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana ho dato istruzioni al dipartimento per la Guerra di rinviare ogni attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso".
“Non ci sono stati negoziati e non ve ne sono in corso”, rispondevano da Teheran, "Trump ha fatto marcia indietro anche per la pressione dei mercati finanziari”. In un servizio del 22 marzo l'agenzia iraniana Tasnim aveva riportato le dichiarazioni di un funzionario della sicurezza di Teheran che illustrava le condizioni strategiche per porre fine alla sua guerra difensiva contro gli Stati Uniti e il regime sionista; fra queste la garanzia di non ripetizione della guerra, la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione, il pagamento di un risarcimento all'Iran, la fine della guerra su tutti i fronti regionali, l'attuazione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz. Mohammad-Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e indicato dai media sionisti come uno degli interlocutori che secondo Trump avrebbero già accettato i 15 punti negoziali proposti dagli Usa, nel pomeriggio del 23 marzo dichiarava che “il nostro popolo esige una punizione completa e severa per gli aggressori. Tutti i funzionari sostengono fermamente il loro leader e il loro popolo fino al raggiungimento di questo obiettivo. Non si sono tenuti negoziati con gli Stati Uniti. Notizie false vengono utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele". E altri missili iraniani colpivano ancora Tel Aviv.
L'Ue imperialista e la Gran Bretagna, sbeffeggiate da Trump per non averlo aiutato pubblicamente nell'aggressione, la concessione delle basi a supporto dei mezzi americani non gli è sufficiente, cercavano di recuperare terreno con la posizione discussa in particolare tra Macron, Starmer e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e presentata dall'inglese Starmer alla vigilia del Consiglio europeo comunitario, dove Regno Unito insieme a Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone anzitutto condannano “con la massima fermezza i recenti attacchi sferrati dall'Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi alle infrastrutture civili, comprese gli impianti petroliferi e di gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz per mano delle forze iraniane". Insomma sarebbe tutta colpa dell'Iran che non dovrebbe difendersi dagli attacchi dei criminali Trump e Netanyahu, i responsabili della guerra nel Golfo ma neanche citati nel comunicato. Infatti, continuava il comunicato da Londra, “esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l'escalation del conflitto. Chiediamo all'Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, e di cessare ogni intralcio alla libertà di navigazione che è “un principio fondamentale del diritto internazionale”. Insomma Onu e diritto internazionale, dei quali i criminali Triump e Netanyahu si fanno beffe, valgono solo per l'Iran agredito che si dovrebbe arrendere “immediatamente”. Una minaccia che non esclude la possibilità di intervenire subito nella guerra di aggressione. Solo quando le armi taceranno, precisava Macron al termine vertice Ue, paventando una sorta di consorzio imperialista per controllare in futuro la navigazione su Hormuz ma intanto carta canta e un sottomarino nucleare inglese viaggiava verso il Golfo. Il 21 marzo il sito di Downing Street annunciava l'adesione di altri 16 paesi: Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Slovenia, Estonia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein, Lituania, Australia ed Emirati Arabi Uniti". Fra i paesi del Golfo al momento mancano i due principali, Iran e Arabia Saudita.
A favore della dichiarazione congiunta si dichiarava il G7 sotto presidenza francese, d'altra parte dalla lista degli aderenti mancavano solo gli Usa. Un recupero di unità fra i sette paesi imperialisti dopo che neanche una settimana prima il 17 marzo Usa e Giappone si erano tirati fuori da un documento che così di solito finiva nel cestino mentre questa volta comunque usciva sottoscritto dagli altri e che aveva un passaggio significativo dove sottolineava che in Libano “un’offensiva di terra israeliana di rilievo avrebbe conseguenze umanitarie devastanti: questo va scongiurato”. Non ne scaturiva nessuna conseguenza contro l'invasione sionista del Libano, non veniva neppure scalfito il sostegno imperialista al criminale genocida Netanyahu ma alla richiesta di fedeltà assoluta e dimostrata di Trump gli alleati europei e il Canada, si tiravano un passo indietro.
Più che dall'iniziativa dei paesi imperialisti occidentali, la de-escalation nel Golfo prospettata anche dalla neofascista Meloni, sembra dipendere dall'azione diplomatica congiunta di Turchia, Arabia saudita, Pakistan e Egitto, una inedita alleanza di paesi sunniti che si profila tra l'altro come futuro competitore per l'egemonia locale contro i sionisti che mattone dopo mattone costruiscono il sogno biblico della Grande Israele. Il Pakistan, potenza nucleare che ha appena firmato un trattato strategico di difesa con l'Arabia saudita, si candiderebbe o ospitare i negoziati Usa-Iran. In una conversazione telefonica col presidente iraniano Pezeshkian, il premier pakistano Muhammad Shehbaz Sharif, a nome di un “Paese vicino e fratello dell’Iran” ha “trasmesso la solidarietà al coraggioso popolo iraniano nel mezzo delle ostilità” e sottolineato che è “urgente lavorare insieme per la de-escalation e il ritorno alla diplomazia”.
Le notizie in merito alle iniziative diplomatiche filtravano a opera soprattutto dei sionisti, con un neanche troppo nascosto intento di farli saltare secono le quali l'obiettivo degli Usa sarebbe quello di arrivare a un cessate il fuoco il 9 aprile e chiudere in breve tempo, tanto da permettere a Trump di andare a Tel Aviv il 22 aprile a ricevere il premio Israele, un riconoscomento mai concesso a leader stranieri, magari dalle mani di quel presidente Herzog che ha appena sbeffeggiato.
Non è ancra tempo di negoziare secondo il criminale Netanyahu che neanche 24 ore dopo aver ripetuto che “Israele e gli Usa lavorano insieme per la sicurezza del mondo”, riferiva di aver parlato a telefono con “il nostro amico” Trump che “ritiene (si noti il singolare invece di non riteniamo, ndr) ci sia un’opportunità per sfruttare i risultati straordinari raggiunti insieme”. In ogni caso quelo che conta per i criminale sionista è la “salvaguardia dei nostri interessi vitali” e di conseguenza “continuiamo a colpire in Iran e in Libano”, più in Siria. In Libano gli aggressori sionisti avevano appena ordinato l'evacuazione di tutta la popolazione a nord del fiume Litani, fino al fiume Zahrani. La costituzione di una “zona cuscinetto” sionista del sud del paese si presenta quindi come una occupazione permanente di una parte sempre più ampia di un Libano assorbito dentro la Grande Israele. L'unico ostacolo è la resistenza delle forze libanesi di Hezbollah che coi razzi colpiscono le basi militari sioniste e rallentano l'avanzata di terra.
Il comando Usa, che ha già dovuto ritirare la superportaerei nucleare Ford dalla prima linea alla base di Creta, annunciava l'arrivo di due nuove navi con a bordo circa 2.200 soldati necessari per attacchi di terra, dal terminale di Kharg allo stetto di Hormuz. Il contingente arriverà entro il 27 marzo, a data di scdenza della moratoria dichiarata da Trump. Che intanto già guardava oltre e via social il 22 marzo dichiarava che “con la morte dell'Iran, il più grande nemico dell'America è il partito democratico, radicale di sinistra e altamente incompetente!”.

25 marzo 2026