Delmastro, Bartolozzi e Santanchè costretti a dimettersi
Meloni si libera della zavorra per procedere spedita nel completamento del regime capitalista neofascista
Dobbiamo impedirglielo mobilitando le masse per buttarla giù
Il 24 marzo, appena riavutasi dallo shock referendario, Giorgia Meloni ha sfogato tutta la sua rabbia per la cocente batosta pretendendo le dimissioni “spontanee” immediate dei tre personaggi più impresentabili del suo governo neofascista, gli stessi che aveva sempre difeso fino alla vigilia del voto: il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, la capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, e la ministra del Turismo, Daniela Santanché, ottenendole subito dai primi due ma solo il giorno dopo dalla riottosa ministra, e a prezzo di un'indecente trattativa mediata dal suo camerata e protettore, La Russa. Una mossa dettata dalla necessità di indicare dei facili capri espiatori per nascondere la sua diretta responsabilità nella dura sconfitta referendaria, e allo stesso tempo per disfarsi di tre inquisiti al centro di pesanti scandali giudiziari, che potrebbero riservare ancora brutte sorprese in arrivo da parte della magistratura.
Per quanto riguarda Delmastro, infatti, non c'è soltanto la condanna in primo grado a otto mesi di carcere, per aver rivelato al suo camerata Donzelli i documenti riservati del Dap carcerario che servirono per accusare in parlamento alcuni parlamentari del PD di connivenza con l'anarchico Cospito. C'è anche e soprattutto la vicenda, tutta da chiarire e sulla quale indagano anche i magistrati con l'ipotesi di riciclaggio e intestazione fittizia di beni con l'aggravante mafiosa, della società “5 forchette” srl, creata insieme alla figlia di Mauro Caroccia, condannato a 4 anni nel 2024 per reati di stampo mafioso e gestore del ristorante romano “Bisteccheria d'Italia”, sospettato di riciclare denaro sporco per il clan dei Senese. Società dalla quale Delmastro assicura di essere uscito “non appena ne ho avuto contezza”, ma che evidentemente teneva accuratamente nascosta.
Tre inquisiti sempre difesi e ora scaricati
Una “leggerezza”, quella commessa dal suo fedelissimo, secondo la premier neofascista che ancora lo difendeva in un'intervista alla vigilia del voto, nella quale insinuava anzi l'intervento di una “manina” della magistratura nello scoop de “Il Fatto” che ha rivelato la vicenda, ma che ora gli fa pagare il danno di immagine alla campagna per il Sì per le foto uscite sulla “Bisteccheria” di cui era socio, dove l'ex sottosegretario è stato fotografato abbracciato a Caroccia; e poi a tavola, in allegra compagnia con diversi dirigenti del suo ministero e dell'amministrazione penitenziaria, tra cui la stessa Bartolozzi.
Quest'ultima, già inquisita dalla procura di Roma per false dichiarazioni ai pm per il caso Almasri, e difesa a spada tratta dal governo per coprire le responsabilità di Nordio nella liberazione del criminale torturatore libico, paga soprattutto lo sgangherato attacco pubblico ai magistrati “che sono un plotone d'esecuzione”, e con l'invito a votare Sì per “levarseli di torno”. Nordio ha provato a difenderla, preoccupato evidentemente per i segreti custoditi dalla “zarina”, arrivando anche a minacciare le proprie dimissioni, ma alla fine ha dovuto cedere.
Quanto alla ministra del Turismo, la lista degli scandali, giudiziari e non in cui è immersa fino al collo è talmente lunga - a rifarsi già nel novembre 2022 dalla truffa all'Inps per la cassa integrazione Covid, percepita indebitamente con la sua società poi fallita, Visibilia; passando per il rinvio a giudizio per falso in bilancio, sempre per Visibilia (su cui scaricava anche le proprie spese personali e di parenti e amici); alla doppia indagine per bancarotta di Bioera e Ki Group, fino agli abusi edilizi della sua lussuosa villa in Versilia; per non parlare delle dispendiosissime campagne pubblicitarie del suo ministero - che la sua cacciata dopo oltre tre anni di permanenza al governo, che l'aveva sempre difesa nonostante tutto, le è apparsa come una vera e inspiegabile “ingiustizia”. Tant'è che ha cercato di incollarsi alla sedia per un giorno intero prima di rassegnarsi a sloggiare (non senza aver ottenuto in cambio dalla premier la promessa di ricandidarla in parlamento per conservare l'immunità), aggrappandosi all'argomento che “il caso che coinvolge Delmastro è molto più grave del mio. Non sono stata io a far perdere il referendum e quindi non vedo perché dovrei andarmene proprio adesso”.
I veri responsabili della batosta del Sì
E in effetti non è stata certo la Santanché, né Delmastro e la Bartolozzi, e nemmeno Gasparri, il fascista doc capo dei senatori di Forza Italia, altro capro espiatorio licenziato in tronco da Marina Berlusconi, a determinare la sconfitta della controriforma piduista e fascista della giustizia, visto che essa porta la firma di Meloni e Nordio, che sono da considerare perciò i primi responsabili della disfatta referendaria. Per cui a dare le dimissioni dovrebbero essere innanzi tutto loro due, ma il Guardasigilli si limita a fare spallucce, dicendo che “qualche volta è stato sconfitto anche Churchill”, e la premier neofascista aveva messo le mani avanti per tempo, dichiarando più volte che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta, per un referendum su un quesito eminentemente “di merito” che non andava “politicizzato”.
Fanno finta di non ricordare che a “politicizzarlo” sono stati innanzi tutto loro due: il primo, con le sue accuse livorose di “blasfemia” contro chiunque paventasse il disegno del governo di controllare la magistratura, contro il Csm “sistema paramafioso”, con le diffide ai giudici di non parlare della P2 perché “alimenta lo scontro politico”, ecc. E la seconda, con le sue tirate rabbiose, false e demagogiche, come quelle che se avesse vinto il No avremmo avuto le strade piene di “immigrati illegali, spacciatori, stupratori e pedofili rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”, e anche casi, come per i “bimbi nel bosco”, di “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita”; mentre le “forze dell'ordine” arresterebbero invano “i violenti subito rimessi in libertà dai giudici”, e così via.
Meloni: “Il Decreto sicurezza funziona”
Fatta piazza pulita della zavorra giudiziaria, ora la ducessa intende sostituire i posti rimasti vacanti senza un vero e proprio rimpasto di governo, per evitare un nuovo voto di fiducia delle Camere, e proseguire come se nulla fosse nell'attuazione del suo programma neofascista e presidenzialista, come aveva annunciato nel video del 23 marzo in cui, ammettendo la sconfitta, aveva subito aggiunto che “il governo va avanti con responsabilità e determinazione attuando il programma”. E per capire cosa intendesse con ciò basta leggere il suo post su X del 29 marzo, scritto il giorno dopo la riuscita manifestazione antimperialista e antigovernativa di Roma, dall'eloquente titolo “Il Decreto sicurezza funziona”, in cui si compiace per il “fermo preventivo disposto per 91 soggetti dell’area anarchica ritenuti pericolosi”, venuti a Roma per commemorare due anarchici morti nel confezionare una bomba. “È in questa direzione che il Governo continuerà a muoversi: più strumenti per garantire sicurezza a tutti e più tutele per chi vuole manifestare pacificamente”, sentenzia minacciosamente la premier ventilando ulteriori giri di vite alla libertà di manifestazione e di dissenso politico.
Un suo obiettivo immediato è intanto la nuova legge truffa elettorale, già incardinata alla Camera e da approvare più in fretta possibile, anche in caso di possibili elezioni anticipate, se decidesse di non farsi logorare per un anno da congiunture avverse (guerra, prezzi e tariffe, opposizione di massa nel Paese) e da imboscate dai suoi stessi alleati, e approfittare dell'impreparazione e delle divisioni che ancora mostra la sinistra parlamentare. Con questa legge super maggioritaria, che assegna un premio di ben 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che possono portare a maggioranze vicine al 60% per la coalizione che prende più voti, Mussolini in gonnella conta infatti di poter rivincere le elezioni e riprendere il cammino verso il premierato mussoliniano, per blindarsi al potere e completare il regime capitalista neofascista con la repubblica presidenziale preconizzata nel “Piano di rinascita democratica” di Gelli e di Berlusconi.
Cappello dei liberali e riformisti sulla vittoria del NO
Da parte loro i leader di partiti della sinistra parlamentare, PD, M5S e AVS, sperano in un aumento dei consensi per andare al governo sull'onda della vittoria referendaria. Purché le elezioni si svolgano alla scadenza naturale, o quantomeno a giugno 2027 per avere il tempo di prepararsi, ed è per questo che non chiedono le dimissioni della Meloni. E sempre che valga ancora l'attuale legge elettorale “Rosatellum”, che vedrebbe il “campo largo” favorito almeno al centro-sud. O al limite accordandosi con la maggioranza per una nuova legge elettorale “condivisa”.
Il più lesto di tutti a mettere il cappello sulla vittoria referendaria è stato l'ambizioso leader del M5S, il trasformista liberale Giuseppe Conte, dichiarandosi pronto a correre alle primarie per scegliere il candidato premier del “campo largo”. Ma anche Elly Schlein, Fratoianni, Bonelli e Landini lavorano alla nuova trappola elettorale per capitalizzare i voti dei giovani e degli astensionisti di sinistra che sono stati determinanti per la vittoria del NO.
Il loro intento non è quello di cogliere il momento favorevole della vittoria referendaria per chiamare le masse in piazza e far cadere subito Mussolini in gonnella e il suo governo neofascista, ma di lasciarle concludere la legislatura per prepararsi a batterla nelle urne, spargendo intanto nuove illusioni elettorali, governiste, costituzionaliste e riformiste, sperando che i NO dei giovani e degli astensionisti di sinistra diventino altrettanti Sì al “campo largo”.
Nuova trappola elettorale o lotta di piazza
Si tratta di un inganno a cui stanno reggendo il sacco anche forze sedicenti di sinistra antagonista o addirittura “comuniste”, come dimostra ad esempio la riconferma, da parte di Potere al Popolo nel commento alla vittoria referendaria, della parola d'ordine elettoralista e riformista “costruire l'alternativa alle destre verso il 2027”; e l'iniziativa del 19 marzo alla Camera di un gruppo di parlamentari del M5S con i CARC e altre forze sul tema ”Per un governo che attui la costituzione”; o anche l'invito elettoralista di Rifondazione Comunista lanciato al “campo largo”, secondo cui se le forze politiche d'opposizione “vogliono gonfiare le loro vele al vento del referendum”, anziché accapigliarsi sulla leadership “propongano un progetto politico all’altezza di questi problemi globali. Non sarebbe difficile trovare le fonti d’ispirazione: stanno tutte scritte nella Costituzione”.
Si tratta oltretutto di una tattica opportunista e fallimentare, che fa solo il gioco della ducessa, consentendole di riprendere forza dopo il colpo ricevuto, per portare avanti il suo programma neofascista, presidenzialista, antipopolare, poliziesco e guerrafondaio e causare altri e più gravi danni ai lavoratori, ai giovani, alle donne e alle larghe masse popolari.
Possiamo evitarlo solo mobilitando le masse per buttare giù Mussolini in gonnella con la lotta di piazza, e affossare così, dopo la controriforma piduista e fascista della giustizia, anche l'intero suo progetto dittatoriale mussoliniano impedendogli il completamento del regime capitalista neofascista.
1 aprile 2026