Dopo il nulla di fatto dei negoziati a Islamabad
Trump chiude Hormuz e attacca il Papa e la Cina
La mattina del 12 aprile una breve conferenza stampa del vicepresidente americano Vance chiudeva per gli Usa il primo contatto negoziale con la delegazione iraniana a Islamabad, in Pakistan; “Per 21 ore abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo", dichiarava Vance senza però specificare cosa si sarebbe detto nelle “discussioni sostanziali” che quanto pare non lo erano del tutto visto che alla fine il risultato è nullo, ossia non era la capitolazione chiesta dall'aggressore imperialista Trump. “Abbiamo chiarito molto bene quali sono le nostre linee rosse, su quali punti siamo disposti a venire loro incontro e su quali invece non lo siamo, e lo abbiamo fatto nel modo più chiaro possibile. E loro hanno scelto di non accettare le nostre condizioni. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno", e dopo aver lanciato una sorta di ultimatum Vance prendeva l'aereo e tornava a Washington.
Da dove Trump a negoziati in corso aveva già fatto sapere che era indifferente al risultato, “forse ci sarà un accordo, forse no. In ogni caso, non fa nessuna differenza per me. Vedremo cosa succederà, siamo in trattative molto avanzate con l’Iran. Ma a prescindere da ciò che accadrà, vinceremo”. In ogni caso rilanciava l'ipotesi di un blocco navale all'Iran, sul modello di quello al Venezuela, e tra le altre
commentava una notizia, vera o falsa chissà, diffusa dalla Cnn sulla possibile fornitura di armi per la difesa aerea della Cina all'Iran con una minaccia: “se la Cina farà questo, avrà grossi problemi”. Ma la presenza del concorrente socialimperialismo cinese nella guerra lanciata dai criminali Trumpp e Netanyahu con l'aggressione all'Iran il 28 febbraio è già un dato di fatto seppur al momento a livello diplomatico.
La posizione iraniana era sintetizzata dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, che alla TV di Stato dichiarava che i negoziati sono falliti a causa di “un divario tra le nostre posizioni su due o tre questioni importanti”, e non solo sulla questione del nucleare richiamata da Vance e che “la via della diplomazia non è chiusa” anche se al momento non sono stati fissati nuovi incontri.
Così si chiudeva la prima delle due settimane di tregua concordata su iniziativa dei negoziatori pachistani. “Sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti d'America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, compreso il Libano e altrove, con effetto immediato” scriveva l'8 aprile su X il premier pachistano Shehbaz Sharif e annunciava il primo incontro a breve a Islamabad. Per gli Usa l'accordo era solo bilaterale e non impegnava gli alleati nazisionisti che infatti rispondevano con una immediata carneficina in Libano.
“Se gli attacchi contro l'Iran cesseranno, le nostre potenti forze armate interromperanno le loro operazioni difensive” rispondeva il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, annunciando che “per un periodo di due settimane sarà possibile il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz tramite il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto dei limiti tecnici” e la partecipazione di una delegazione alle trattative dopo “l'annuncio del Presidente degli Stati Uniti circa l'accettazione del quadro generale della proposta iraniana in 10 punti come base per i negoziati”. Poi a Islamabad Vance ha portato solo i diktat americani e ha incassato il previsto o meno rifiuto iraniano.
La via della diplomazia non è chiusa, i contatti con il Pakistan proseguiranno, sosteneva l'iraniano Baqaei; Washington e Teheran devono comunque rispettare l'accordo di cessate il fuoco ribadiva il ministro degli Esteri pachistano, Ishaq Dar, che tiene ancora il centro della scena guadagnato dal suo paese con una iniziativa diplomatica che ha sfruttato i canali preferenziali esistenti con Iran e Usa e “coordinata” con la Cina svolta fino a pochi giorni fa dietro le quinte. Il 31 marzo scorso, dopo l'incontro a Pechino tra il ministro degli esteri cinese Wang Yi e quello pachistano Ishaq Dar, Cina e Pakistan proponevano un piano in cinque punti per la fine della guerra che includeva un cessate il fuoco immediato, l'avvio di colloqui di pace il prima possibile, la cessazione degli attacchi contro i civili e obiettivi non militari, come siti energetici, il rapido ripristino del passaggio sicuro per le navi civili e commerciali nello Stretto di Hormuz (che interessa in particolare la Cina dopo che Trump gli ha tolto il petrolio venezuelano, ndr) e l'impegno verso un accordo di pace con il sostegno dell'Onu. I legami tra Cina e Pakistan sono cementati dai 62 miliardi di dollari investiti da Pechino nel Cpec, il Corridoio Economico che collega il porto di Gwadar alla provincia cinese dello Xinjiang e che è un pezzo della Nuova via della Seta.
“È stata la Cina a spingere l’Iran a negoziare”, riconosceva Trump che ha pure un legame speciale coi vertici pachistani, che lo volevano premio Nobel per la pace e partecipano al Board of Peace su Gaza, oltre che ad aver stipulato un accordo di mutua difesa con l’Arabia Saudita.
Nella conferenza stampa del 10 aprile la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, confermava gli “sforzi attivi” del suo paese per arrivare intanto al cessate il fuoco e a colloqui di pace: “La Cina accoglie con favore l'annuncio dell'accordo di cessate il fuoco da parte delle parti interessate. Sosteniamo gli sforzi di mediazione da parte di paesi tra cui il Pakistan. Abbiamo sempre chiesto alle parti di porre fine alle ostilità il più presto possibile e risolvere le controversie attraverso canali politici e diplomatici per raggiungere una pace e una sicurezza durature nella regione del Golfo e del Medio Oriente. La Cina ha fatto uno sforzo attivo a questo scopo”. “Da quando sono iniziati i combattimenti, - proseguiva Mao Ning - la Cina ha lavorato attivamente per aiutare a porre fine al conflitto. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha effettuato 26 telefonate con i suoi omologhi dei paesi competenti. L'inviato speciale del governo cinese sulla questione del Medio Oriente si è recato nella regione del Golfo e del Medio Oriente in uno sforzo di mediazione. Cina e Pakistan hanno presentato congiuntamente l'iniziativa in cinque punti per ripristinare la pace e la stabilità nella regione del Golfo e del Medio Oriente. Come paese importante responsabile, la Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo e a dare un contributo positivo per ripristinare la pace e la tranquillità nella regione del Golfo e del Medio Oriente”. In altre parole, rispetto a un nemico arrogante, bellicista e destabilizzante persino rispetto ai suoi tradizionali alleati impersonato dall'imperialista Trump, il socialimperialismo cinese si presenta come mediatore multilaterale, pacificatore e stabilizzatore rispetto alle crisi in corso. Un ruolo da paese “responsabile” e formalmente rispettoso della legalità internazionale che a malapena fanno da paravento alle ambizioni di Xi Jinping, non ancora pronto soprattutto sul piano militare, di portare fino in fondo la sfida al rivale Trump.
Che la sera del 12 aprile rilanciava con la decisione di bloccare lui lo stretto di Hormuz, dopo che era partito per garantire la libertà di navigazione finisce con un atto di pirateria, e riceveva l'immediato appoggio dei nazisionisti; una iniziativa di non semplice applicazione ma che sembra destinata più che a colpire l'Iran a spingere la Cina a convincere Teheran alla resa e a ripristinare velocemente il transito delle sue petroliere dallo stretto. Con Hormuz chiuso la Cina soffre, anche se molto meno degli alleati imperialisti della Casa Bianca, mentre gli Usa, o meglio le multinazionali petrolifere americane, godono vendendo a un prezzo maggiorato il loro greggio, come sottolineava Trump. Vedremo quale sarà il risultato della sua spericolata tattica negoziale e quali i frutti dei risultati di una retorica bellicista e minacciosa persino verso i propri alleati arrivata a offendere con toni mai usati prima anche papa Leone XIV. Che aveva criticato in modo chiaro la guerra in Iran e in Libano di Usa e Israele ma anche pronunciato frasi come “la preghiera è argine al delirio di onnipotenza che si fa sempre più imprevedibile e aggressivo” altrettanto allusive del comportamento del nuovo autoproclamato inviato di Dio insediato alla Casa Bianca.
15 aprile 2026