Mentre i lavoratori hanno salari di fame
L'ad di Terna pretende 7,3 milioni di buonuscita
Poi rinuncia, ma in cambio della presidenza Eni con uno stipendio annuo di 500mila euro
L'Amministratrice Delegata di Terna, Giuseppina Di Foggia, aveva chiesto oltre 7 milioni di buonuscita al momento delle dimissioni. Dopo un lungo tira e molla alla fine ha rinunciato, accettando il trattamento di fine mandato (“appena 100mila euro”), ma soltanto in cambio della presidenza dell'ENI. “Ha rinunciato a un'importante buonuscita da Terna, cosa che in pochi avrebbero fatto. Qualità umana non comune”, è stato il commento della Meloni.
Sì, i lettori hanno capito bene. La manager della società di trasmissione dell'energia elettrica in Italia, società per azioni sotto controllo del Ministero delle Finanze al 70%, a malincuore e dopo l'assicurazione di presiedere il consiglio di amministrazione di una azienda a controllo pubblico ancora più importante, è costretta a rinunciare a 7,3 milioni di euro di buonuscita e la Mussolini in gonnella ne esalta pure le “doti morali”.
Una vicenda che dimostra ancora una volta tutte le storture del capitalismo. Siamo il Paese con gli stipendi più bassi d'Europa. Dall'Inps a Bankitalia all'Istat, tutti certificano l'inarrestabile calo dei salari, che ancora oggi sono sotto il valore reale rispetto al periodo pre covid. Negli ultimi 10 anni le retribuzioni medie dei lavoratori privati sono cresciute in termini nominali del 14,7% mentre quelle dei lavoratori pubblici sono salite dell’11,7%. Nello stesso arco di tempo però l’inflazione cumulata è salita di circa il 20%.
Mentre le lavoratrici e i lavoratori hanno salari da fame, il lavoro povero dilaga, e il trattamento di fine rapporto (TFR) di un dipendente equivale a una mensilità all'anno, dobbiamo assistere a casi come questo, dove la Di Foggia, per aver ricoperto per soli 3 anni, (intascando 3,8 milioni di euro) la carica di AD di Terna pretende una indennità milionaria. Ma lo scandalo non è riferito solo al caso specifico; se i nostri salari sono in fondo alle classifiche rispetto agli altri paesi sviluppati, i vertici della pubblica amministrazione italiani vengono pagati mediamente il triplo che nel resto del mondo.
Se l'AD di Terna ha preteso questa montagna di soldi è perché ci sono contratti e clausole che lo prevedono. La stessa Di Foggia, grande amica di Arianna Meloni, era stata fortemente voluta a capo della società dalla presidente del Consiglio. Tutto questo in linea con il piano di occupazione totale delle cariche pubbliche con uomini e donne di fiducia del governo.
Ma quando costei ha preteso la buonuscita milionaria si è mostrata irritata e gli ha detto di no. Non ci vuole molto a capire che si è trattato dell'ennesima mossa tattica e di facciata, resasi indispensabile a fronte della richiesta di sacrifici che la Meloni, Giorgetti e tutto il governo stanno chiedendo alle masse popolari per far fronte alla crisi energetica, provocata dal loro amico e alleato Trump.
La Meloni ha persino negato accordi con la Di Foggia per nuovi e remunerativi incarichi (500mila euro annui per la presidenza Eni). La nuova destinazione sarebbe stata scelta in autonomia, basata “sulla sua competenza e serietà”. I fatti però dicono il contrario. La Di Foggia, per essere libera in tempo, ha firmato l'uscita da Terna con effetto dal 5 maggio, quando il 6 maggio, guarda caso, ci sarà l'assemblea degli azionisti di Eni per decidere le nuove cariche.
Diciamo di più, se la vicenda non fosse diventata di pubblico dominio, molto probabilmente sarebbe passato tutto in sordina e la buonuscita milionaria sarebbe stata pagata dal Ministero (quindi dalla collettività), oltretutto per il passaggio ai vertici di due società entrambe parte della stessa galassia di aziende a controllo pubblico (Terna ed Eni).
Buonuscite milionarie, banche e aziende energetiche (come le stesse Terna e Eni) che accumulano enormi extraprofitti che il governo Meloni e la UE non vogliono tassare, mentre chi produce veramente la ricchezza, cioè lavoratrici e lavoratori, è massacrato dalle bollette e dal carovita. Veramente sale tanta rabbia, una rabbia che dobbiamo riversare in lotta di classe contro il governo della Mussolini in gonnella Meloni per farlo cadere il più presto possibile attraverso la piazza.
29 aprile 2026