Elezioni politiche in Ungheria
Orban, appoggiato da Trump, Putin, Xi, Netanyahu e Meloni perde il potere. Subentra l'altra destra di Magyar, filo Ue e Nato
La sinistra borghese esclusa dal parlamento

L'adozione di un nuovo sistema elettorale, studiato apposta per favorire il partito di maggioranza Fidesz, al potere da 16 anni; e l'appoggio degli imperialisti Trump, Putin, Xi, Netanyahu e Meloni non sono bastati al fascista Viktor Orban per vincere le elezioni politiche del 12 aprile e riconfermarsi alla guida del governo ungherese.
Il voto ha sancito la vittoria dell'altra fazione di destra della classe dominante borghese ungherese capeggiata Péter Magyar, ex braccio destro di Orban, e del suo partito TISZA (Partito del Rispetto e della Libertà) che con il 55,26% dei voti validi nella quota maggioritaria e il 53,18% nel proporzionale ha ottenuto ben 141 seggi sui 199 totali: ben oltre la cosiddetta soglia di “super maggioranza” costituita da più di due terzi dell’assemblea legislativa di Budapest che gli permette di modificare la Costituzione a proprio piacimento e in piena autonomia.
Orban e la sua lista Fidesz - Unione Civica Ungherese sostenuta sia dall'imperialismo americano (con alla testa il dittatore fascioimperialista americano Trump e il suo vice JD Vance che si è recato personalmente in Ungheria per invitare gli ungheresi a “votate Orbàn”, dal criminale di guerra sionista e genocida Benjamin Netanyahu, dal presidente fascista argentino Javier Milei e dalla presidente del Rassemblement National Marine Le Pen, da Mussolini in gonnella Giorgia Meloni e dal suo vice Matteo Salvini); sia dall'imperialismo dell'Est capeggiato dal nuovo imperatore Xi Jinping e dal nuovo zar Valdimir Putin, ha ottenuto appena il 36,72% dei voti validi nella quota maggioritaria e il 38,61 nel proporzionale totalizzando 52 seggi su 199 rimediando una sonora quanto inaspettata sconfitta.
La lista dei neonazisti del Movimento Patria Nostra di László Toroczkai ha raggranellato il 5,72% dei voti validi e 6 seggi parlamentari.
Fuori dai giochi la sinistra borghese costituita dalla Coalizione Democratica (1,08% al maggioritario e 1,10% al proporzionale) e dal Partito Operaio Ungherese - Movimento Solidarietà (0,07% al maggioritario) ben al di sotto delle tre soglie di sbarramento del 5% per i singoli partiti, 10% per le coalizioni di due partiti e 15% per le coalizioni di tre o più partiti. A conferma che il potere politico il proletariato può conquistarlo solo con la rivoluzione e l'abbattimento del capitalismo e non certo attraverso le urne o invocando il rispetto dei diritti costituzionali e l'applicazione delle leggi “democratiche” che in Ungheria come in Italia e nel resto del mondo sono fatte apposta per perpetuare il dominio della classe dominante borghese al potere.
Subito dopo la vittoria Magyar, che ha puntato gran parte della campagna elettorale sulla riedizione dello slogan “Ruszkik, haza!” (Russi, a casa!), ha ulteriormente rassicurato i suoi principali alleati imperialisti dell’Unione Europea promettendo che: “L’Ungheria tornerà ad essere un alleato forte dell’UE e della NATO, perché il posto della nostra terra è stato, è e sarà in Europa”. Magyar ha anche confermato che: “Non chiamerò Putin e Trump”, ha espresso il desiderio di incontrare la Mussolini in gonnella Giorgia Meloni che: “sta facendo un buon lavoro” sul fronte anti immigrazione e ha annunciato che le sue prime due visite istituzionali saranno in Polonia (al fine di ricucire il rapporto tra Budapest e Varsavia dopo anni di logoramento causato dalle continue tensioni tra Orbán e il primo ministro polacco, Donald Tusk) e a Bruxelles, con l’obiettivo di convincere l’Ue a iniziare a sbloccare i fondi destinati all’Ungheria e congelati a causa delle violazioni compiute da Orbán.
Sul fronte Ucraina Magyar, da un lato, ha affermato la solidarietà del suo partito al popolo ucraino aggredito, ma, dall'altro lato, ha ricordato anche il proprio accordo con la decisione di Orbán di bloccare il prestito europeo da 90 miliardi Kiev così e ha ribadito la sua opposizione all’ingresso facilitato dell’Ucraina nell’Ue.
Mentre sul fronte mediorientale e dei rapporti con Israele Magyar ha chiarito che: “La relazione tra i due Paesi è speciale per via della folta comunità ebraica ungherese”.
Per quanto riguarda invece la “lotta all'immigrazione clandestina”, nel ricordare il proprio impegno a rafforzare il famigerato muro al confine con la Serbia, Magyar ha sottolineato che: “Ci sono paesi europei che sono riusciti a risolvere il problema di conformarsi al diritto comunitario e allo stesso tempo impedire l’ingresso di migranti illegali. La Slovacchia e la Polonia ne sono un esempio: è possibile, basta volerlo”. A tal proposito Magyar ha anche annunciato che la presenza di guardie di frontiera verrà aumentata considerevolmente proprio per impedire la migrazione illegale in perfetta continuità con le politiche xenofobe e razziste di Orbán come peraltro dimostra l’appoggio di Tisza al nuovo regolamento rimpatri approvato dal Parlamento europeo, dove Magyar non ha avuto alcun problema a votare con Fidesz e i neofascisti di Mi Hazánk.
Sul fronte interno Magyar, consapevole del fatto che le principali istituzioni nazionali ancora in mano a Fidesz potrebbero rappresentare un pericolo per il suo governo, si è rivolto direttamente ai suoi avversari: “Quelli che hanno defraudato il nostro Paese saranno chiamati a rispondere”, ha avvertito preannunciando il varo di un pacchetto di misure anti-corruzione come promesso in campagna elettorale e ha diffidato Orbán ad adottare misure finalizzate a limitare lo spazio di manovra del suo esecutivo. Magyar si è rivolto direttamente anche al presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, esortandolo ad affidargli il prima possibile l’incarico di formare un nuovo governo e subito dopo rassegnare le proprie dimissioni. “Chiunque abbia permesso che il proprio Paese venisse derubato, chiunque non abbia detto nulla quando migliaia di bambini sono stati rovinati da mostri pedofili, per me non è un presidente. E spero che lo capisca. Lo ripeto: dovrebbe lasciare l’incarico” ha intimato Magyar annunciando la nascita di un Ufficio anticorruzione e la revisione della Costituzione per imporre il limite di due mandati governativi.
Richiesta di dimissioni che Magyar ha esteso anche nei confronti di altre figure di spicco del “cerchio magico” di Orban fra cui il presidente della Corte Suprema e il Procuratore generale, definiti “burattini” nelle mani del primo ministro uscente, i vertici della polizia e dell’agenzia delle entrate.
“Oggi il popolo ungherese ha deciso di cambiare il regime e quelli che ne fanno parte devono abbandonare la vita pubblica”, ha intimato Magyar alla fine del suo primo discorso da vincitore.
Sul tema Lgbt, Magyar ha più volte assicurato che nella sua Ungheria “chiunque potrà riunirsi liberamente e amare chi vuole” ma non si è sbilanciato sull'abolizione delle infami leggi omofobe inserite in costituzione da Orbán.
Del resto non ci si poteva aspettare nulla di diverso da uno che per vent’anni ha fatto parte di Fidesz ed è stato uno dei più stretti collaboratori di Orbán fino al 2024, quando, di fronte alle contestazioni che hanno portato alle dimissioni dell'ex presidente della Repubblica Katalin Novák, accusato di aver concesso la grazia a una persona condannata per aver insabbiato casi di pedofilia, ha colto la palla al balzo e ha assunto la Tisza riuscendo nel giro di due anni a completare la scalata alla guida del governo.
Insomma in Ungheria è cambiato il direttore: il destro ultrareazionario Magyar al posto del fascista Orban; è cambiata l'orchestra: l'imperialismo occidentale Ue privilegiato su quello dell'Est di Russia e Cina; ma non è cambiata certo la musica con la classe dominante borghese in camicia nera sempre al potere e le masse popolari, lavoratrici e immigrate sempre più oppresse, impoverite e discriminate.

29 aprile 2026