No alla controriforma degli istituti tecnici: l'istruzione pubblica asservita ai padroni
“Addestrati” al lavoro precoce i figli del proletariato iscritti ai tecnici e ai professionali, studi universitari riservati solo ai figli della borghesia che frequentano il liceo. Cancellato il biennio unico. Tagliate centinaia di cattedre sulla pelle dei precari. Abolite l'unitarietà del sistema nazionale d'istruzione pubblica e la pari dignità fra istruzione liceale e tecnico-professionale
Mobilitazione spontanea di centinaia di insegnanti e sciopero generale il 6 e 7 maggio indetto dai sindacati di base e Flc-CGIL
In seguito alla mobilitazione spontanea di centina di insegnati che in diverse città, fra cui Torino, Roma, Lucca e Prato, hanno organizzato presidi di protesta sotto le sedi degli Uffici scolastici regionali e votato nei Collegi docenti e nelle assemblee sindacali territoriali e Rsu ordini del giorno, documenti e comunicati stampa “contro la riforma degli istituti tecnici”, il 6 e 7 maggio i sindacati di base della scuola: Cobas, USB, CUB, SUR, SGB, FISI e la FLC CGIL hanno proclamato due giornate di sciopero generale di tutto il personale dirigente, docente e ATA degli istituti tecnici per dire “No alla controriforma degli Istituti Tecnici” varata il 19 febbraio dal ministro fascioleghista dell'Istruzione e del “merito” Giuseppe Valditara con il “decreto ministeriale n. 29/2026 concernente l’attuazione degli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 23 settembre 2022, n. 144, recante la revisione dell’assetto ordinamentale degli istituti tecnici e la definizione degli indirizzi, delle articolazioni, dei corrispondenti quadri orari e dei risultati di apprendimento in esito ai relativi percorsi”.
Oltre al ritiro del decreto (o il rinvio di un anno della sua applicazione, come chiede in subordine la FLC-CGIL), tra le rivendicazioni dei dei sindacati di base ci sono anche il “No ai quiz Invalsi – No alle Nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo e i licei – No al contratto bidone/miseria- Sì al recupero del potere reale d’acquisto e al ruolo unico docente – Sì all’immissione in ruolo di docenti e Ata precari – No alla censura nelle scuole”.
A Prato l'assemblea sindacale Rsu dell'Its “Tullio Buzzi” il 10 aprile ha votato all'unanimità un documento di protesta in cui fra l'altro “esprime il proprio dissenso verso l'attuale deriva che sta investendo l'istruzione tecnica e il sistema scolastico nel suo complesso. Ci troviamo di fronte a una riforma, calata dall'alto in modo unilaterale, che, dietro la pretesa retorica di modernizzazione e necessaria aderenza alle esigenze del mercato del lavoro, di fatto presenta un’operazione di significativo ridimensionamento del valore culturale della scuola ad indirizzo tecnico”.
Il documento dell'assemblea Rsu del Buzzi è stato discusso, approvato e assunto come base anche dall'assemblea territoriale unitaria svoltasi il 29 aprile presso l'istituto Gramsci Keynes per la costituzione di un coordinamento di lotta contro la riforma sottoscritto da FLC-CGIL Prato e Gilda ma non da Cisl, Uil e Snals che dopo l'assemblea hanno ritirato la firma.
Una mazzata devastante al diritto allo studio
Il decreto ministeriale pubblicato il 9 marzo, 20 giorni dopo la sua emanazione, è accompagnato da tre allegati: A, B e C. Il primo definisce il profilo educativo, culturale e professionale dello studente. Il secondo definisce il curricolo dei percorsi di istruzione tecnica. Il terzo definisce il monte ore delle singole aree nelle Tabelle 1, 2 e 3 e impone “l'adozione di un nuovo regolamento da adottare su proposta del Ministro dell'istruzione e del merito, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze e acquisito il parere della Conferenza unificata senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.
Sul piano tecnico e organizzativo il decreto Valditara infligge una mazzata devastante agli istituti tecnici e sferra il colpo di grazia all'unitarietà del sistema scolastico nazionale di istruzione pubblica, alla pari dignità fra istruzione liceale e tecnico-professionale e al diritto allo studio, garantendo l'accesso ai gradi più alti di istruzione universitaria solo agli studenti più ricchi che frequentano i licei mentre i figli delle masse lavoratrici e popolari saranno confinati nell'istruzione tecnica e professionale, “addestrati” a imparare un mestiere per “soddisfare le richieste delle imprese” e condannati al lavoro precoce, precario e sottopagato già a 15 anni visto che la riforma prevede fra l'altro l'anticipo già a partire dal secondo anno l'attivazione dei percorsi di Formazione Scuola Lavoro (FSL), ex PCTO, ex Alternanza scuola lavoro.
Cancellato il biennio unico
A differenza di quanto avviene oggi, con la scelta della specializzazione alla fine del secondo anno, il decreto impone agli studenti appena usciti dalla terza media una rigida scelta del percorso di studi già a 14 anni, al momento dell'iscrizione alla prima superiore, che non possono più cambiare durante tutto il percorso di studi. Con l'aggravante che molti studenti già da quest'anno rischiano di essere inseriti a casaccio nei vari corsi di studio perché il “ministro del merito”, dall'alto della sua “competenza”, ha emanato il decreto dopo la chiusura delle iscrizioni e ha imposto la sua immediata entrata in vigore già a partire dal primo settembre 2026.
Flessibilità e autonomia
L'allegato B del decreto prescrive che: “gli istituti tecnici possono utilizzare la quota di autonomia del 20 per cento dell'orario complessivo del primo biennio, del secondo biennio e del quinto anno, distintamente calcolati per area di istruzione generale nazionale e area di indirizzo flessibile, tenuto conto dell'organico dell'autonomia, anche per potenziare gli insegnamenti obbligatori di entrambe le aree e per attivare ulteriori insegnamenti. Ciascuna disciplina non può essere decurtata in misura superiore al 25 per cento del suo complessivo monte ore nel quinquennio, secondo quanto previsto dai quadri orari dei singoli indirizzi o articolazioni; possono utilizzare gli spazi di flessibilità, in coerenza con i risultati di apprendimento previsti dal Profilo educativo, culturale e professionale di cui all'Allegato 2-bis e con i profili dei diversi indirizzi e di studi articolazione per l'attivazione degli interventi previsti dal precedente paragrafo nel limite del 30 per cento del monte ore del quinto anno.
All'interno dell'Area di indirizzo flessibile è prevista una Area territoriale indirizzata allo sviluppo di competenze coerenti con le esigenze del territorio e i fabbisogni formativi espressi dal mondo del lavoro e delle professioni. La determinazione del monte ore complessivo, la disciplina delle ore in compresenza e l'utilizzo della quota di autonomia e flessibilità, è determinata senza nuovi oneri a carico della finanza pubblica”.
Meno scuola più sfruttamento
La riforma introduce anche una forte quota di autonomia per le singole scuole (fino al 30% nel biennio e al 40% nel triennio) e prevede anche il ricorso alla docenza di “esperti esterni provenienti dal mondo delle imprese” che avranno il compito di “addestrare” i ragazzi a svolgere una determinata mansione per soddisfare le “esigenze formative delle imprese” del territorio.
Senza una solida cultura di base e con le tecniche di produzione che cambiano alla velocità della luce, i neodiplomati degli istituti tecnici nel giro di pochi anni non avranno più la formazione idonea a quel lavoro specifico, quindi facilmente verranno rimpiazzati dalle nuove “reclute” con formazione aggiornata e saranno costretti a pagare corsi di aggiornamento per acquisire nuova formazione. Un esercito di schiavi salariati usa e getta con un futuro di precarietà e disoccupazione perenne alla mercé dei padroni.
Tutto questo a Valditara evidentemente non interessa. Il ministero per ora ha fornito solo il quadro orario del primo anno e, a richiesta da parte dei sindacati, si è rifiutato di fornire il quadro orario completo sul quinquennio. Ma da un confronto fra il quadro orario vigente e quello previsto dalla riforma calcolato sulla base del numero di iscrizioni anno 2026, risulta che nell’area di insegnamento comune (cioè quella seguita da tutti gli studenti, a prescindere dagli indirizzi scelti) ci sarà la riduzione complessiva di 132 ore rispetto al modello attuale (fra cui ben 33 ore di lingua italiana in meno, e di altre 132 ore di Scienze integrate (Fisica, Chimica, Geografia economica, Disegno Tecnico...) che saranno sostituite da una nuova materia “Scienze sperimentali” dove non si sa ancora cosa e chi ci andrà a insegnare dal momento che il ministero non ha fornito ancora le relative Linee guida (o Indicazioni nazionali) e non ha indicato le classi di concorso che saranno abilitate a tale insegnamento.
A questa riduzione va aggiunta anche la cancellazione di altre 66 ore di discipline dal curricolo del V anno che viene ridotto a 990 ore a fronte delle attuali 1056. Complessivamente, dunque, la quota orario spettante alle singole discipline subisce nel quinquennio una riduzione pari a 627 ore rispetto ad oggi.
Nella parte flessibile del curricolo nell’arco del quinquennio si sottraggono ben 561 ore dalle discipline di base che caratterizzano l’indirizzo per destinarle alla quota di curricolo a disposizione dell'autonomia scolastica con conseguente creazione di enormi disparità di insegnamento fra istituti anche dello stesso indirizzo dal momento che saranno i dirigenti scolastici manager a decidere a quali insegnamenti destinare le ore di autonomia salvando magari la materia X piuttosto che la materia Y e di conseguenza il posto di un insegnante a discapito di un altro collega. Con relativa mortificazione della professionalità di docenti che per decenni hanno insegnato una determinata materia e ora per non perdere la titolarità della cattedra si devono adattare a insegnare altre materie senza nemmeno il supporto di un corso di riconversione e di aggiornamento.
Tra le discipline più penalizzate rientrano, ad esempio, nel settore economico geografia e le lingue straniere. Nel settore tecnologico perdono ore, tra le altre, le Scienze sperimentali con una riduzione di 231 ore e tecnologia e tecniche di disegno e rappresentazione grafica che vengono in pratica dimezzate.
In entrambi i settori (economico e tecnologico) perdono ore le discipline tecniche, quelle più caratterizzanti e professionalizzanti, oltre alle scienze e a complementi di matematica.
Per fare lo schiavo salariato a vita non hai bisogno di una formazione umanistica, non devi usare il cervello, bastano le braccia.
I tagli al personale
Per quanto riguarda i docenti la controriforma dei tecnici imposta da Valditara comporterà una perdita di oltre 560 cattedre di insegnamento teorico, formativo e culturale che colpirà soprattutto i precari e i posti di potenziamento. Ma attenzione, perché dietro il taglio di questi 560 posti iniziali, si nasconde il vero contenuto ideologico e classista di questa controriforma. 560 è infatti il saldo tra l’incremento degli insegnanti tecnico-pratici (+1.104) e il taglio di 1.680 docenti sulle discipline fondamentali. E ciò significa che si diminuiscono le ore di formazione generale e si aumentano le ore di laboratorio, di apprendistato e di avviamento al lavoro con i corsi tenuti da “docenti provenienti del mondo delle imprese” che comporteranno il licenziamento di massa dei precari e creazione di altri docenti di ruolo sovrannumerari e perdenti posto.
Tagli che avranno ricadute anche nel resto degli istituti, licei e professionali. Infatti la “concessione” fatta nei giorni scorsi da Valditara sulla possibilità di formare cattedre anche a 15 ore, sufficiente a far rientrare lo stato di agitazione proclamato da Cisl e Uil, è in realtà una trappola che avrà ripercussioni anche sui precari dei licei e degli istituti professionali. Si tratta solo di una deroga temporanea alla normativa che impone tutte le cattedre a 18 ore settimanali per “evitare” come si legge nella riforma “che si creino esuberi fra gli insegnanti di ruolo”. Quindi succederà che l'insegnante di ruolo del tecnico X avrà una cattedra di 15 ore sull'istituto di titolarità che però sarà completata con tre ore del liceo Y o del professionale Z sottraendole a un insegnate precario che quindi diventa perdente posto.
La scuola del regime capitalista neofascista
Una controriforma tombale, che segna la fine del sistema unico nazionale dell'istruzione pubblica in gran parte già smantellato dalle precedenti riforme varate nel corso degli ultimi decenni sia dai governi di “centro-destra” che di “centro-sinistra” a cominciare dalla cosiddetta “autonomia scolastica” di Luigi Berlinguer nel 2000 col governo Prodi fino agli ITS-campus di Patrizio Bianchi con Draghi nel 2022, passando per la legge delega al governo Berlusconi di Moratti 2003 e Gelmini 2011 e la famigerata “Buona scuola” di Renzi e Toccafondi nel 2017 che, pezzo dopo pezzo, hanno demolito la scuola pubblica offrendo su un piatto d'argento al governo neofascista Meloni l'opportunità di dare piena attuazione alla scuola capitalista, neofascista, classista, meritocratica, aziendalista, autonomista, punitiva e militarizzata ispirata al motto mussolinaino “libro e moschetto fascista perfetto” e già invocata fin dagli anni '80 dal piano della P2 di Gelli e Berlusconi.
Grazie a ciò, alla Mussolini in gonnella Meloni e al fascioleghista Valditara sono bastati meno di 4 anni e una manciata di aggiustamenti imposti per decreto per portare a termine lo smantellamento della scuola pubblica e instaurare al suo posto un sistema di istruzione capitalista, sul piano economico, neofascista, sul piano ideologico, classista, sul piano sociale, governato dalle borghesie locali e dalle fondazioni private su base regionale e finalizzato unicamente a rifornire le imprese del territorio di giovani braccia e manodopera fresca da sfruttare e a buon mercato, esattamente come avveniva durante il fascismo.
Si tratta come abbiamo più volte denunciato fin dall'inizio del suo iter parlamentare, di una controriforma che consegna l'istruzione tecnica, come già avvenuto con i professionali con la sperimentazione del famigerato modello 4+2, direttamente nelle mani di Confindustria.
Una controriforma avviata dall'ex ministro di area Pd Patrizio Bianchi durante il governo Draghi col decreto legge 23 settembre 2022, n. 144, inserita nel PNRR e convertito, con modificazioni, dalla legge 17 novembre 2022, n. 175, alla quale, al Capo III, Sezione III, dell'articolo 25, il DdL n. 121/24, Valditara ha aggiunto solo due articoli: 26 e 26-bis, che regolano appunto “lo sviluppo della filiera formativa tecnologico-professionale costituita dai percorsi sperimentali del secondo ciclo di istruzione di cui al comma 2, dai percorsi formativi degli istituti tecnologici superiori (ITS Academy) di cui alla legge 15 luglio 2022, n. 99, dai percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP) di cui al capo III del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, e dai percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS) di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 gennaio 2008, pubblicato nella Gazzetta ufficiale 11 aprile 2008, n. 86”.
Una controriforma che insieme al diritto allo studio per le classi proletarie e popolari cancella anche i principi di eguaglianza e unitarietà del sistema scolastico nazionale, opera una netta separazione classista fra istruzione liceale e formazione tecnico-professionale, azzera di colpo tutte le conquiste ottenute dal movimento studentesco dal Sessantotto in poi, a cominciare dal riconoscimento della pari dignità fra istruzione liceale e tecnico-professionale, e instaura un doppio binario di istruzione classista che preclude l'accesso agli studenti economicamente più svantaggiati e d'ora in avanti anche con meno competenze formative di base ai livelli più alti d'istruzione universitaria.
Un attacco senza precedenti al sistema pubblico dell'istruzione che sprigionerà i suoi effetti più devastanti in combinazione con il DdL sull'autonomia differenziata imposta dall'altro ministro fascioleghista Roberto Calderoli di cui la scuola, insieme alla sanità e ai beni ambientali e culturali, è tra gli obbiettivi principali da colpire.
Il combinato disposto fra le due controriforme fascioleghiste (Valditara-Calderoli) imporrà l'istituzione di 20 diversi sistemi di istruzione su base regionale, la frantumazione dei programmi che adesso sono unificati a livello nazionale e la deregolamentazione del sistema di reclutamento, formazione e retribuzione dei docenti e del persona Ata con l'assunzione di “esperti esterni provenienti dal mondo delle imprese” che “addestrano” i ragazzi e imprese di pulizie e servizi privati al posto del personale Ausiliario, tecnico e amministrativo.
Che fare?
Di fronte a tutto ciò è auspicabile che i partiti e le organizzazioni sindacali a cominciare dalla Flc-CGIL che hanno espresso forti critiche e perplessità riguardo al Ddl Valditara, si attivino fin da subito per bloccare questo nero disegno scolastico dando il via a una mobilitazione quanto più larga e organica possibile, che coinvolga tutte le forze politiche e associative democratiche e antifasciste, il personale ATA e docente della scuola e ovviamente le stesse studentesse e studenti che devono essere i veri protagonisti di questa battaglia e della scuola in generale che deve essere al loro servizio e da loro governata.
L'auspicio è che questo fronte unito nasca quanto prima possibile e sia inserito in una battaglia più ampia contro il governo neofascista Meloni nel suo complesso per farlo cadere con la piazza prima che faccia altri danni alle masse popolari del nostro Paese.
Non sarà facile fermare la contoriforma dei tecnici e non sarà sufficiente sostituire il governo Meloni con un altro liberista e borghese di “sinistra” attraverso il voto.
Solo il socialismo potrà infatti garantire per tutti e per tutte una scuola libera, critica e paritaria in ogni ordine e grado, capace di formare nuove generazioni di uomini e donne emancipati. Mentre per il governo Meloni la scuola e l'università devono trasmettere gli indirizzi culturali e servire gli interessi economici della borghesia e non essere al servizio del popolo: tutti gli studenti irregimentati, militarizzati e ammaestrati dal regime capitalista neofascista, in modo che dalle scuole tecniche e professionali possano uscire i futuri operai e manovali, dai licei e dalle università i futuri tecnici e quadri del regime capitalista neofascista. Proprio come diceva Lenin: "Dalla vecchia scuola uscivano i servi necessari ai capitalisti; la vecchia scuola trasformava gli scienziati in uomini che dovevano scrivere e parlare come conveniva ai capitalisti
".
6 maggio 2026