Per Teheran l'unica soluzione è la fine definitiva della guerra di aggressione
I criminali Trump e Netanyahu preparano un nuovo attacco all'Iran
Nuovo attacco dei pirati sionisti alla Global Sumud Flotilla
Gruppi palestinesi ribadiscono il diritto alla resistenza nel 78° anniversario della Nakba

Gli Stati Uniti potrebbero intervenire di nuovo in Iran per fare "un po’ di pulizie", dichiarava il criminale Trump il 15 maggio ai cronisti presenti sull'Air Force One appena decollato da Pechino dopo il vertice con il rivale socialimperialista Xi Jinping. “Abbiamo spazzato via le loro forze armate di fatto", ripeteva per l'ennesima volta e subito dopo si contraddiceva esprimendo la necessità di "dover fare un po' di pulizie perché abbiamo avuto un piccolo cessate il fuoco di un mese", una tregua che ha accettato solo "per fare un favore al Pakistan" anche se lui personalmente non era dell'idea. Ripartiva quindi il frullatore delle arroganti e contraddittorie dichiarazioni del criminale imperialista Trump sull'aggressione all'Iran. Mentre il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ricordava che il presidente Xi, nei suoi colloqui con Trump, aveva sottolineato "che la forza non risolve i problemi e che il dialogo è l'unica strada giusta" e che una soluzione ai problemi nello Stretto di Hormuz "risieda nel raggiungimento di un cessate il fuoco permanente e globale" tra Washington e Teheran. Una fine dell'aggressione ancora lontana nei pensieri del criminale Trump e soprattutto del criminale genocida Netanyahu impegnato a alimentare la guerra in nome dell'obiettivo biblico della Grande Israele e intanto a occupare stabilmente i territori palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est, sud del Libano e un altro pezzetto di Siria.
Da Nuova Delhi dove il 15 maggio era il corso il vertice dei ministri degli Esteri dei Brics, l'iraniano Abbas Araqchi ripeteva che il sui paese era pronto a proseguire i colloqui se gli Stati Uniti dimostreranno la loro serietà e la volontà di raggiungere un accordo equo ed equilibrato. Ricordava che questa è la seconda volta che l'Iran avvia negoziati con gli Stati Uniti, solo per poi assistere a un attacco da parte di Washington nel bel mezzo dei colloqui e nel momento culminante della diplomazia.
La questione principale al momento è la fiducia, ripeteva Aragchi, l'Iran non può fidarsi di Washington che spara quotidianamente messaggi nuovi e a volte contraddittori. Ribadiva che il programma nucleare iraniano è sempre stato pacifico e l'Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari, lo ha dimostrato firmando l'accordo sul nucleare del 2015 disdetto unilateralmente da Trump.
Sulle questioni legate allo Stretto di Hormuz, Araqchi ribadiva che l'Iran non è responsabile della situazione perché non ha iniziato la guerra e si è limitato a difendersi; che, dal punto di vista iraniano, le restrizioni si applicano solo ai nemici dell'Iran, lo Stretto di Hormuz rimane aperto, soprattutto per i paesi amici che sono tenuti solo a coordinare il loro passaggio con le forze militari iraniane per evitare potenziali ostacoli e garantire un transito sicuro. Tanto che numerose navi stavano attraversando lo stretto in quei giorni con l'assistenza delle forze navali iraniane e assicurava che tale processo continuerà. Ma ripeteva che l'unica soluzione è la fine definitiva della guerra di aggressione, dopo la quale l'Iran garantirà il passaggio sicuro a ogni imbarcazione.
La risposta del criminale Trump, dopo uno scambio di telefonate col criminale Netanyahu, nel consueto post via social del 17 maggio era ““per l'Iran, il tempo stringe, e farebbero meglio a muoversi, velocemente altrimenti non rimarrà più nulla di loro".

Il genocida Netanyahu bombarda Gaza e il Libano
Come funzionano i negoziati sul cessate il fuoco nella regione gestiti dall'imperialismo americano per conto anche del criminale genocida Netanyahu lo dimostrano la condizione di aggressioni quotidiane degli occupanti sionisti nella poco meno metà di Gaza lasciata ai palestinesi, così come nel sud del Libano dove la tregua in vigore ufficialmente da metà aprile non è stata mai realmente rispettata dagli invasori sionisti che il 15 maggio, qualche minuto dopo che il Dipartimento di Stato americano annunciava la decisione concordata dalle delegazioni sioniste e di Beirut di prolungare la tregua di 45 giorni per "consentire ulteriori progressi" verso un nuovo round di colloqui che si terrà il 2 e il 3 giugno, lanciava una serie di raid su vari paesi fino al fiume Litani; a Harouf, denunciava il ministero della Salute libanese, il bersaglio del raid era un'ambulanza. Gli attacchi sistematici degli aggressori sionisti su strutture sanitarie, ponti, strade e abitazioni rasi al suolo in Libano indicano la volontà del criminale Netanyahu di impedire il ritorno delle centinaia di migliaia di profughi spostare definitivamente il confine al fiume Litani. La stessa tattica colonialista adoperata contro la popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania, nel genocidio palestinese che al 18 maggio conta 72.769 martiri e 172.704 feriti. La stessa tattica usata dalle bande terroriste sioniste a cavallo della fondazione dell'entità sionista, nel 1948, quando secondo i dati dell'Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, i gruppi sionisti presero il controllo di 774 città e villaggi palestinesi, distruggendone completamente 531 e commettendo oltre 70 massacri che provocarono la morte di oltre 15.000 palestinesi. I primi passi di una criminale occupazione condotta in forme diverse ma da tutti i governi sionisti fino a quelli degli ultimi 15 anni di Netanyahu, arrivati fino al genocidio palestinese. Tanto per ricordare che la storia non comincia il 7 ottobre 2023.

Gruppi palestinesi ribadiscono il diritto alla resistenza nel 78° anniversario della Nakba
I palestinesi commemorano ogni anno il 15 maggio quella che chiamano la Nakba, la catastrofe, la cacciata di almeno 750.000 palestinesi, circa un terzo della popolazione dell'epoca, dalle loro città e villaggi da parte dei sionisti nel 1948. La ricorrenza è celebrata ufficialmente anche dalle Nazioni Unite a partire dal 15 maggio 2023 in base a una decisione dell'Assemblea generale.
La 78ª commemorazione è avvenuta nel contesto della guerra genocida sionista a Gaza e degli attacchi di soldati e coloni in Cisgiordania e nella Gerusalemme occupata, definite una “nuova Nakba”. “Non ce ne andremo, le nostre radici sono più profonde della vostra distruzione" è stato uno degli slogan delle manifestazioni, marce e altre iniziative che si sono svolte nella Palestina occupata, nei campi profughi e della diaspora. Altre manifestazioni di solidarietà alla causa del popolo palestinese si sono svolte tra le altre in Europa, in Italia, a Londra, Stoccolma e Vienna.
Gruppi della Resistenza palestinese hanno commemorano il 78° anniversario della Nakba con dichiarazioni coordinate, riaffermando il diritto del popolo palestinese al ritorno e all'autodeterminazione e respingendo qualsiasi sovranità o legittimità sionista sui territori palestinesi.
Nelle dichiarazioni riportate dalla libanese Al Mayadeen quella del Movimento di Resistenza Islamica Hamas affermava che, a 78 anni dalla Nakba, i palestinesi continuano a subire crimini israeliani contro le persone e i luoghi sacri. Hamas denunciava la continua "guerra di sterminio e fame" nella Striscia di Gaza negli ultimi due anni e in Cisgiordania e a Gerusalemme l'espansione degli insediamenti, i ripetuti raid contro la moschea di Al-Aqsa e i piani volti allo sfollamento forzato e al cambiamento demografico, definendo queste politiche una continuazione della Nakba del 1948.
Hamas ribadiva che la resistenza in tutte le sue forme è un diritto legittimo garantito dal diritto internazionale ai popoli sotto occupazione, sostenendo che le richieste di disarmo della resistenza nel contesto dell'occupazione rappresentano un allineamento con l'agenda israeliana; riteneva la comunità internazionale responsabile del protrarsi dei crimini israeliani, chiedendo il perseguimento dei leader dell'occupazione, la fine dei doppi standard e il riconoscimento del diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione e alla fine dell'occupazione; ribadiva il suo impegno per il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nelle città e nei villaggi da cui furono espulsi nel 1948, considerando tale diritto inalienabile e non negoziabile e infine, esortava i palestinesi di tutto il mondo a rafforzare l'unità nazionale e a respingere i piani di espulsione, sollecitando al contempo i paesi arabi e musulmani a intensificare il loro sostegno politico e umanitario, in particolare per Gaza e Gerusalemme.
Il Movimento della Jihad islamica in Palestina affermava che il progetto sionista non prende di mira solo la Palestina, ma l'intero mondo arabo e islamico. Metteva in guardia contro i continui attacchi ai prigionieri palestinesi e contro la legislazione sionista nei loro confronti, affermando che la questione dei rifugiati e il diritto al ritorno sono oggetto di sistematici tentativi di cancellazione. Esortava infine a contrastare il progetto sionista come una minaccia esistenziale per la regione, lodando al contempo la resilienza dei gruppi di Resistenza in diversi ambiti.
Il Movimento dei Mujahidin Palestinesi affermava che l'anniversario della Nakba di quest'anno ricorre nel contesto dei continui attacchi israeliani contro Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme, nonché dell'intensificarsi delle campagne di "sterminio e pulizia etnica", che il popolo palestinese sta affrontando questi sviluppi con fermezza, nonostante il silenzio internazionale e il sostegno occidentale a "Israele". Sottolineava che la resistenza rimane la scelta strategica del popolo palestinese, auspicando un rafforzamento dell'unità nazionale e un'intensificazione del confronto con "Israele"; riteneva inoltre la Gran Bretagna e i Paesi occidentali storicamente responsabili della creazione di "Israele" e delle conseguenti sofferenze del popolo palestinese, esortando la comunità internazionale ad agire per fermare i crimini di guerra israeliani. I gruppi della Resistenza concludevano le loro dichiarazioni affermando che, nonostante i 78 anni trascorsi dalla Nakba, il popolo palestinese rimane fedele alla propria terra e ai propri diritti e che i tentativi di annientare la sua causa falliranno.
Intanto a Ramallah, all'ottavo congresso del partito Fatah, tenuto a dieci anni dal precedente, il collaborazionista Abu Mazen, presidente dal 2005 già decaduto e mai rieletto, era impegnato a farsi confermare a capo dell'organizzazione, una carica che cumula con quella ventennale di capo dell'Olp.
Fra le iniziative del 15 maggio di condanna della Nakba l'emittente qatariota Al Jazeera ne citava una cui avevano partecipato diversi esponenti di religione ebraica tra cui lo storico israeliano Avi Shlaim, dell’Università di Oxford, che già aveva difeso il diritto di resistere, anche con la resistenza armata, dei palestinesi che vivono sotto occupazione. "Un numero crescente di ebrei, non solo intellettuali, sta mettendo in discussione la narrativa israeliana perché la condotta di Israele a Gaza lo ha reso uno stato paria e criminale di guerra", dichiarava Shlaim, “l'argomentazione dell'autodifesa non serve più a coprire le atrocità israeliane e, di fatto, il genocidio”, “la brutalità israeliana nella guerra a Gaza, la pulizia etnica della Cisgiordania e la distruzione del Libano meridionale hanno creato una crisi tra Israele e l'ebraismo mondiale. Sempre più gruppi ebraici in tutto il mondo si sono schierati apertamente contro Israele. Tutti dicono: 'Non in nostro nome'".

Nuovo attacco dei pirati sionisti alla Global Sumud Flotilla
La mattina del 18 maggio i pirati sionisti attaccavano a ovest di Cipro, la cinquantina di navi che partecipavano alla missione umanitaria della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia e diretta verso la Striscia di Gaza dove gli aiuti non entrano a sufficienza per il blocco illegale dell'esercito occupante. Di nuovo un abbordaggio illegale in acque internazionali dopo la precedente assaltata presso Creta con la complicità del governo di Atene.
Il Movimento di Resistenza Islamica Hamas condannava immediatamente l'attacco terroristico perpetrato dalla marina dell'esercito di occupazione sionista contro le navi della "Flottiglia Sumoud" salpate dalla costa turca per rompere il blocco "ingiusto e disumano" imposto alla Striscia di Gaza. L'aggressione e l'arresto degli attivisti che le accompagnavano sono un chiaro atto di pirateria che il governo sionista persiste a commettere contro coloro che mostrano solidarietà e adempiono al loro dovere umanitario e morale di sostenere Gaza e la sua popolazione assediata, che sta affrontando una guerra di sterminio, la carestia e un blocco continuo sotto gli occhi del mondo intero. Hamas chiedeva a tutti i paesi del mondo, alle Nazioni Unite e alle organizzazioni umanitarie e per i diritti umani di condannare questo crimine, di ritenere responsabili i leader dell'occupante per le continue violazioni del diritto internazionale, di agire immediatamente per il rilascio degli attivisti detenuti e di porre fine al blocco "ingiusto e illegale" imposto a oltre 2 milioni di palestinesi nell'enclave devastata. E infine rendeva omaggio agli attivisti che hanno portato il messaggio umanitario di Gaza al mondo e che hanno osato sfidare il terrorismo dell'occupazione sionista, la sua arroganza e le sue misure fasciste e esortava a proseguire le azioni della Flotilla a sostegno del popolo palestinese e a far trionfare i valori di giustizia e dignità umana, fino alla revoca del blocco e alla fine dell'occupazione.
Altrettanto immediata la reazione dell'Italia, non della neofascista Meloni impegnata a sventolare il tricolore imperialista a fianco del capocordata imperialista Trump, “Hormuz va riaperto. Mai l’atomica in Iran”, ma del ministro degli Esteri Antonio Tajani che chiedeva al referente sionista di non fare del male agli italiani “fermati”, per favore.

20 maggio 2026