Persecuzione poliziesca e giudiziaria dei propal a Milano
7 arresti e 3 obblighi di dimora e di firma per le proteste del 22 settembre scorso

Dopo quelle del 18 e del 31 marzo, lo scorso 13 maggio lo Stato borghese ha fatto scattare la terza rappresaglia giudiziaria contro i partecipanti al corteo propal che lo scorso 22 settembre occuparono la Galleria delle Carrozze all’esterno della stazione ferroviaria di Milano Centrale nel tentativo di entrare nell’edificio, ma furono aggrediti e manganellati da un drappello della polizia di Stato la quale, in sieme alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, da mesi sta contraffacendo la realtà dei fatti sostenendo che siano stati i manifestanti ad aggredire i poliziotti, e non viceversa.
Il 18 marzo scorso 6 attivisti milanesi del movimento pro Pal erano stati contemporaneamente raggiunti da un'ordinanza emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano che aveva inflitto loro, su richiesta della Procura, misure cautelari non detentive (obbligo di dimora nel comune di residenza, obbligo di firma in occasione di manifestazioni e divieto di uscire di casa tra le 21 e le 7), poi il successivo 31 marzo lo stesso magistrato decretava per altri 8 manifestanti ulteriori misure cautelari non detentive (quotidiano obbligo di firma presso la polizia giudiziaria e obbligo di dimora nel comune di residenza) nonostante la Procura avesse richiesto misure cautelari detentive, e il 13 maggio scorso, su richiesta espressa della Procura, altri 10 manifestanti sono stati colpiti da misure cautelari ben più dure, perché si tratta di arresti domiciliari nei confronti di 7 di loro e di misure cautelari non detentive nei confronti di altri 3 (per tutti e tre obbligo di dimora nel comune di residenza e quotidiano obbligo di firma presso la polizia giudiziaria).
I manifestanti che hanno subito tale ultima rappresaglia giudiziaria sono tutti maggiorenni, sei sono italiani e quattro stranieri, tutti residenti nella Città Metropolitana di Milano,
Nel corso delle prime fasi dell’indagine, fino a marzo, erano state iscritte nel registro degli indagati 27 persone per gli scontri alla stazione di Milano, ma la prosecuzione delle indagini ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di ulteriori 25 persone, tra i quali 4 minorenni, che la procura ritiene responsabili degli scontri avvenuti anche in alcune vie nei pressi della stessa stazione, per cui gli indagati sono saliti a 52: tra i reati contestati agli ultimi dieci colpiti da misure cautelari, oltre agli immancabili quanto pretestuosi reati di resistenza e di oltraggio a pubblico ufficiale, ci sono il porto abusivo di oggetti atti a offendere, l’interruzione di pubblico servizio, il danneggiamento aggravato e la distruzione di beni culturali.
Con un ragionamento schizofrenico che fa chiaramente comprendere la natura pretestuosa dei provvedimenti giudiziari, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano scrive nelle sintetiche motivazioni dei provvedimenti cautelari che i disordini con la polizia sono scoppiati in modo assolutamente spontaneo (e questo esclude la premeditazione da parte degli attivisti), che quasi tutti i partecipanti erano a volto scoperto (e questo esclude la programmazione degli scontri, altrimenti essi avrebbero portato con sé cappucci per travisarsi), che nemmeno si conoscevano tra di loro (e questo, ovviamente, esclude un’organizzazione preesistente tra i partecipanti), ed esclude altresì che gli scontri fossero stati programmati, eppure sostiene che ci sia stato, da parte dei manifestanti, un intento di devastazione, ritenendo che lo scenario di guerriglia di quella giornata non coincidesse, a suo dire, con le motivazioni della manifestazione. Eppure numerosi filmati parlano chiaro, e dimostrano in maniera inequivocabile come sia stata la polizia a caricare i manifestanti sia nella Galleria delle Carrozze, ossia nell’atrio esterno della stazione ferroviaria di Milano Centrale, sia nelle vie adiacenti allo scalo milanese, come piazza Duca d’Aosta e via Vittor Pisani. Il magistrato milanese, come se ciò non bastasse, ritiene che per i manifestanti sottoposti alle ultime misure cautelari il “sostegno alla causa palestinese” sarebbe, a suo dire, soltanto “l’occasione e il pretesto per dare sfogo ad espressioni di ribellione e ostilità nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni”.
Insomma, a suo dire le migliaia di giovani che il 22 settembre sono scesi in piazza a Milano insieme ad altre decine di migliaia in tutta Italia per denunciare al mondo intero un genocidio in atto, quello del popolo palestinese, sarebbero niente altro che cinici approfittatori che, con il pretesto del dramma palestinese, sono scesi in strada per sfogarsi contro lo Stato e le sue istituzioni: peccato che tale ricostruzione non regge alla luce di quanto precedentemente affermato dallo stesso magistrato circa la spontaneità e la mancanza di organizzazione e di programmazione, e avvalora semmai la verità dei fatti, ovvero la totale spontaneità dettata dalla generosità e dall’umanità di questi manifestanti, i quali di fronte a un genocidio in atto (quello ai danni del popolo palestinese) hanno contrastato quell’indifferenza di cui parla un memoriale posto a poche decine di metri dai luoghi nei quali la polizia ha aggredito i manifestanti, il Binario 21 della stazione di Milano Centrale.
Tale luogo della memoria è stato progettato per ricordare la complicità vigliacca con il governo fascista da parte delle stesse istituzioni che oggi perseguitano coloro che denunciano un genocidio, ovvero dei corpi di polizia e della magistratura ordinaria del Regno d’Italia per ciò che riguarda l’attuazione concreta di leggi razziali emanate tra il 1938 e il 1939 contro gli ebrei, senza dimenticare che nel 1937 era stata emanata una dettagliata legislazione razziale contro i neri dell’Africa Orientale.
Magistrati, appartenenti a corpi di polizia, militari, prefetti, questori, parlamentari di opposizione a questo infame governo dovrebbero rendere omaggio ai giovani che hanno protestato a Milano e nel resto dell’Italia per denunciare il genocidio del popolo palestinese, perché salvano oggi l’onore del popolo italiano esattamente come quasi un secolo fa avrebbero dovuto salvarlo tutti i pubblici ufficiali violando le leggi razziali, disattendendo i regolamenti di attuazione delle stesse, vanificando il contenuto delle relative circolari, disattendendo gli ordini, rendendosi renitenti e inceppando in qualsiasi modo la criminale macchina omicida dello Stato fascista al fine di dimostrare alla storia di non essere stati indifferenti, come effettivamente non furono indifferenti centinaia di migliaia di semplici cittadini antifascisti che, contrariamente ai burocrati vigliacchi, le vite le salvarono rischiando la propria.
Oggi la storia si ripete, con le istituzioni dello Stato borghese (quelle poliziesche e giudiziarie in prima fila) che coprono un genocidio, quello palestinese, e che anziché vergognarsi delle miserabili azioni del proprio governo che fa affari con Israele perseguitano chi tale genocidio lo denuncia e chi si assume la propria responsabilità storica nelle piazze.
Il PMLI e Il Bolscevico porgono a tutti gli indagati, gli arrestati, i sottoposti a misure cautelari non detentive per i fatti del 22 settembre scorso a Milano una incondizionata solidarietà militante, ricordando che essi sono dalla parte giusta della storia mentre lo Stato borghese e le sue degenerate istituzioni devono essere delegittimati e combattuti.

20 maggio 2026