Elezioni comunali parziali del 24 e 25 maggio 2026
Il 39,9% dell'elettorato diserta le urne, +4,8%. Alto contributo dei giovani
Delegittimate le istituzioni rappresentative borghesi. Nei 18 comuni capoluogo di provincia 7 al “centro-sinistra”, 3 alla destra, 2 a liste civiche, 6 al ballottaggio. I cacicchi De Luca e Crisafulli conquistano rispettivamente Salerno e Enna senza il simbolo PD. La maggiore diserzione nel Molise. Il “campo largo” fallisce l’obiettivo di indebolire il governo Meloni non conquistando Venezia e perdendo Reggio Calabria
Trasformare l'astensionismo spontaneo di sinistra in astensionismo per il PMLI, il socialismo e il potere politico del proletariato
Il 24 e 25 maggio 2026 si sono tenute le prime significative consultazioni elettorali dopo il referendum sulla giustizia e probabilmente le ultime prima delle prossime elezioni politiche del 2027. Un test quindi molto atteso anche se si è trattato di elezioni amministrative parziali che hanno coinvolto circa 6 milioni e mezzo di elettori in 749 comuni sparsi un po' in tutta Italia. Di questi 18 sono i comuni capoluoghi di provincia: Lecco, Mantova, Venezia, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Salerno, Andria, Terni, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento, Enna, Messina. Solo Venezia è anche un capoluogo di regione.
Mussolini in gonnella, Meloni, tira un sospiro di sollievo perché non c'è stata la temuta disfatta dopo il risultato referendario ed è riuscita a conservare Venezia e strappare Reggio Calabria al “centro-sinistra”.
A dire il vero anche Meloni non può dormire sonni tranquilli. Non solo perché deve fare i conti con il partito del generale neofascista Roberto Vannacci che, per esempio, a Vigevano ha ottenuto più voti della Lega di Salvini sfiorando il 15% dei voti validi. Ci sono anche i voti persi dai partiti della sua coalizione singolarmente e collettivamente. Per esempio a Venezia i voti ottenuti dalla sua coalizione sono stati 54.856. Nel 2020 erano stati 64.978, ossia circa 10 mila voti in meno. Fratelli d'Italia guadagna all'interno della coalizione rispetto al 2020 dove Lega e Forza Italia arretrano pesantemente, ma perde circa 15 mila voti rispetto alle politiche 2022 e 10.000 rispetto alle europee 2024.
Elly Schlein, dal canto suo, pur nella profonda delusione per aver fallito l'obiettivo di indebolire il governo Meloni, si consola solo con la riconquista di Pistoia e la tenuta a Prato ad opera del boss Biffoni, nonostante lo scandalo per corruzione che aveva coinvolto la sindaca uscente Ilaria Bugetti (PD). In verità brucia quanto mai la sconfitta a Venezia dove il risultato del referendum (era l'unica città del Veneto dove aveva vinto il No), le recenti turbolenze nelle file della destra a proposito dei casi riguardanti la Biennale e il teatro La Fenice, avevano fatto ben sperare il “centro-sinistra” che baldanzoso, forte dei sondaggi favorevoli, aveva sfilato con tutti i suoi massimi leader in laguna. Per di più a Venezia il “campo largo” aveva goduto anche dell'appoggio del falso partito comunista di Acerbo, il PRC, che ha dato prova di essere pronto a entrare organicamente nella coalizione in vista delle prossime elezioni politiche.
Cocente anche la sconfitta a Reggio Calabria, dove il candidato della destra Francesco Cannizzaro, eletto al primo turno ed appoggiato anche da Azione di Calenda, ha battuto già al primo turno il candidato del “centro-sinistra” Domenico Battaglia, erede e delfino di Giuseppe Falcomatà.
La diserzione dalle urne
La verità è che anche in questa tornata elettorale, il vero vincitore è la diserzione dalle urne che si attesta al 39,9% con un incremento del 4,8%.
Il “centro-sinistra” si era illuso che il test referendario, dove una parte significativa degli astensionisti di sinistra e soprattutto i giovani erano andati in massa alle urne per sostenere la vittoria del NO e dare una dura lezione al governo neofascista Meloni, si sarebbe automaticamente trasformato in un appoggio ai candidati e alle liste del “campo largo” nelle elezioni successive. Niente di più sbagliato. L'effetto referendum non c'è stato e sembra che proprio i giovani abbiano disertato massicciamente le urne per esempio a Venezia che era il banco di prova più importante a livello nazionale.
La diserzione segna il record fra le regioni in Molise dove si è attestata al 52,3%, con i comuni della provincia di Isernia che segnano il 60,3%. Sopra la media nazionale tutte le regioni del Nord. Lombardia 47,3%, Liguria 46,5%, Piemonte, Veneto e Emilia-Romagna 45,6%. Sopra la media anche Toscana col 44,3% e Marche 41,8%.
L'incremento più alto della diserzione si registra in Emilia-Romagna con +10,7% rispetto alle precedenti elezioni comunali. Ottimo anche in Piemonte (+9%), Lombardia (+9,1%), Veneto (+8,3%) e Toscana (+7%).
Si attestano sopra il 50% di diserzione i comuni delle province di Milano, Genova, Ferrara, Caltanissetta, Enna, Como, Varese, Belluno e Treviso. Nella provincia di Pisa i comuni fanno registrare un incremento della diserzione del 17%. Nella provincia di Biella, l'incremento è del 15,1%. Ottimi incrementi anche nelle province di Milano (+12,8%), Torino (+12%) e Bologna (+12,4%).
Per quanto riguarda i comuni capoluogo di provincia il record spetta a Mantova col 47,5%, seguita da Prato col 44,3% e da Venezia col 44,1%. Se si guarda agli incrementi, in testa c'è Macerata (+9%), e poi Mantova (+8,8%), Prato e Fermo (+8,3%).
Solo in alcuni specifici casi, come a Pistoia dove il risultato era del tutto incerto e il “centro-sinistra” si è giocato tutto per riconquistare la città per decenni in mano al PCI revisionista e ai suoi eredi e persa ormai da nove anni, la diserzione è leggermente diminuita dell'1,5%, mantenendo un significativo risultato del 43,4%.
Sindaci delegittimati
L'affermazione dell'astensionismo, anche se per lo più ignorato dai mass media e dai partiti del regime capitalista neofascista, ha ulteriormente delegittimato le istituzioni rappresentative borghesi, i governi locali e i sindaci appena eletti a cui è venuto a mancare quella base elettorale che significa appoggio e consenso di massa.
Nei comuni capoluogo di provincia fra i sindaci eletti già al 1° turno, solo la riconfermata sindaca di Andria, Giovanna Bruno, del “campo largo”, ottiene il 50,2% del corpo elettorale (77,1% sui soli voti validi). Gli altri stanno tutti sotto il 50%.
A Venezia il destro Simone Venturini ottiene appena il 27,9% sul corpo elettorale (51% sui voti validi). Matteo Biffoni sindaco del “campo largo” a Prato ottiene il 29,8% degli elettori (54,7% dei voti validi). A Pistoia, Giovanni Capecchi, sempre del “campo largo” ottiene il 30,2% degli elettori (54,4% dei voti validi).
Per tirare le somme definitive di questa tornata elettorale, occorre aspettare i ballottaggi che si terranno il 7 e 8 giugno prossimi. Per ora nei 18 comuni capoluogo sono stati già eletti al primo turno 7 sindaci del “centro-sinistra” ad Andria, Avellino, Enna, Mantova, Pistoia, Prato e Salerno; 3 sindaci di destra a Venezia, Reggio Calabria e Crotone; 2 di liste civiche: a Messina dove ha prevalso Federico Basile, uomo dell'ex sindaco Cateno De Luca, soprannominato il “Masaniello dello Stretto”, e del suo partito personale Sud chiama Nord; a Fermo dove ha prevalso il candidato di cinque liste civiche, Alberto Scarfini. Al ballottaggio vanno 6 comuni: in vantaggio la destra ad Arezzo, Lecco e Macerata; in vantaggio il “centro-sinistra” ad Agrigento, Chieti e Trani.
Meritano una nota i “cacicchi” De Luca e Crisafulli che conquistano rispettivamente Salerno e Enna ma senza il simbolo del PD nella coalizione.
A Salerno è stato rieletto per la quinta volta il sindaco “sceriffo” Vincenzo De Luca che dopo due mandati di governatore della Campania è tornato al governo della sua città promettendo di fare di Salerno la “Montecarlo d'Italia”. Non ha voluto il simbolo del PD nonostante il figlio, Piero, ne sia il Segretario regionale.
A Enna è stato eletto Vladimiro Crisafulli, il “barone rosso”, come un tempo lo chiamavano anche tanti suoi sospettosi compagni di partito. Ha vinto nonostante il PD regionale e quello nazionale gli avevano rifiutato il simbolo.
Molto significativo è che nei 18 comuni capoluogo di provincia le candidate sindaco donne erano appena 9 contro 77 uomini e solo Giovanna Bruno ad Andria è stata rieletta. Alla faccia della parità di genere sbandierata dalla destra e dalla “sinistra” del regime anche in campo elettorale e istituzionale.
Appello agli astensionisti di sinistra
Gli astensionisti spontanei di sinistra sono ormai milioni. Altri astensionisti potenziali si attardano a compiere questa scelta perché ancora sotto l'influenza della democrazia, della Costituzione, del riformismo e del parlamentarismo borghesi.
Questo astensionismo è un atto encomiabile che infligge oggettivamente dei duri colpi al regime capitalista neofascista, ai suoi governi e partiti. Ma ancora non riesce ad esprimere fino in fondo tutto il suo potenziale. Occorre che gli astensionisti di sinistra, compiano un passo avanti, trasformando l'astensionismo spontaneo di sinistra in astensionismo per il PMLI, il socialismo e il potere politico del proletariato.
Come ha chiarito il Segretario generale del PMLI, compagno Giovanni Scuderi, nello splendido Editoriale per il 47° Anniversario della fondazione del PMLI, intitolato “La via maestra per cambiare l'Italia”: “Se non si abbandona ogni illusione costituzionale e non si intraprende la via maestra della Rivoluzione Socialista d'Ottobre niente di sostanziale potrà cambiare”.
“Ne prendano coscienza
– ha aggiunto - soprattutto le operaie e gli operai d'avanguardia e le ragazze e i ragazzi che si battono con tanto coraggio contro il fascismo, il razzismo, il governo neofascista Meloni, il genocidio dei palestinesi, le violenze di genere e sulle donne e la militarizzazione delle scuole liberandosi dalle illusioni costituzionali, nonché dalle illusioni elettorali adottando l'astensionismo marxista-leninista”.
Egli ha così chiamato le avanguardie del proletariato, le ragazze e i ragazzi rivoluzionari, ma anche gli intellettuali democratici e antifascisti a fare la propria parte in prima persona perché “Occorre che dedichino le loro forze intellettuali e materiali allo sviluppo rivoluzionario della lotta di classe e all'organizzazione della rivoluzione socialista, che studino la teoria della rivoluzione socialista e del socialismo, cioè il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e si uniscano nel e attorno al PMLI. Perché solo col socialismo si può realmente e totalmente cambiare l'Italia sui piani economico, politico, istituzionale, sociale, culturale e morale e trasferire il potere dalla borghesia al proletariato”
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27 maggio 2026